venerdì 18 settembre 2026

Povera scuola

So che un docente curricolare di scuola superiore non dovrebbe esporsi parlando pubblicamente di questi argomenti, ma non mi importa: se  leggeranno i miei colleghi o la mia dirigente va bene lo stesso. Voglio scrivere qui sotto una breve analisi della scuola italiana e dei suoi problemi fatta dall'interno, da un addetto ai lavori, un ingegnere insegnante di elettronica di un istituto tecnico del centro Italia.

Il primo e più grave problema della scuola è il potere esorbitante dei presidi. La figura del "preside-duce", introdotta dalla riforma Bassanini del 1997 e poi rinforzata dalla sciagurata "buona scuola" di Renzi, ha ricondotto la scuola a un modello autoritario simile a quello fascista creato dalla riforma Gentile del 1923.

Ma in peggio, perché il modello fascista (a modo suo) perlomeno puntava alla costruzione del cittadino, mentre la cultura aziendalista di ora mira all'addestramento di una "unità produttiva". 

A questo errore fondamentale di impostazione si possono ricondurre tutte le magagne successive, in particolare il degrado della qualità della didattica, che non è generato dai docenti scarsi (come si sottintende, implicitamente, ogni volta che si parla di doverli "formare" o peggio punire) ma dall'impossibilità di fare selezione; provocata, questa, dalla concorrenza tra istituti e dalla mercatizzazione degli studenti. Lo studente non si boccia, se no si perde un cliente. Ma se non si boccia nessuno, non si fa "contrasto alla dispersione scolastica" ma si abbassa l'asticella, producendo competenze in uscita sempre peggiori.

In queste proposte di riforma invece si parla di assegnare "alle scuole" (cioè ai presidi) addirittura il potere di scegliere i docenti per chiamata diretta, e di decidere chi deve guadagnare di più e chi di meno. Qui siamo oltre Renzi: dal "preside duce" al "preside Fuhrer". Ma così non si premia il "merito" si premia la fedeltà: non ci vuole molto a capire che questo meccanismo balordo produce una degenerazione clientelare. Sta già avvenendo.

Il secondo problema della scuola è l'aziendalizzazione. Le scuole possono senz'altro dialogare col territorio e scegliere di orientare i loro programmi (soprattutto nelle discipline tecniche come la mia) nella direzione utile all'inserimento del diplomato nel sistema produttivo; ma devono farlo per libera scelta, e mantenendo sempre questa scelta in capo al collegio dei docenti, senza ingerenze esterne. Se si perde questo principio centrale, c'è il rischio che le scuole diventino agenzie di formazione al servizio delle imprese, che le sfruttano per formare i loro apprendisti a carico di pantalone. Sta già avvenendo.

Il terzo problema della scuola è il sottofinanziamento, provocato questo (soprattutto) dalla quantità abnorme di insegnanti di sostegno, che a sua volta è provocata dallo scollamento tra obbligo scolastico e periodizzazione. Se il sistema prevedeva obbligo fino a 14 anni, e passaggio al secondo ciclo di istruzione secondaria sempre a 14 anni, c'era bene un motivo. L'idea che aumentando l'obbligo scolastico si migliori automaticamente il sistema è (questa sì) populista e superficiale. Con questo disallineamento, al contrario, si forzano con l'obbligo nella scuola secondaria di secondo grado anche quegli studenti che di studiare non hanno nessuna voglia, snaturando drammaticamente la natura e la funzione della scuola superiore, che diventa un parcheggio (nella migliore delle ipotesi) o una succursale dei servizi sociali (nella peggiore). Sta già avvenendo.

Quindi, per tirare le somme, queste sono le linee guida per una riforma della scuola secondaria, vista con gli occhi di un docente di scuola secondaria.

1. MENO potere ai presidi. Restituire la centralità agli organi collegiali, riducendo le dimensioni dei plessi, perché un collegio dei docenti con 600 docenti non è un luogo in cui si "dialoga", ma lo show del preside mattatore. Se si aumenta ancora un poco il numero, il preside potrà affacciarsi direttamente dal balcone di palazzo Venezia.

2. FUORI le aziende dalle scuole. I programmi e le scelte didattiche le fanno i docenti, con l'obbiettivo di fornire ai discenti competenze trasversali, spendibili nelle aziende del territorio, ma anche fuori dal territorio; nel presente, ma anche nel futuro. Questi, se vogliono, possono cercare collaborazione con le aziende (io lo faccio). Ma solo se vogliono, e le aziende non gli scrivono i programmi, questi li decide il docente e solo il docente, nel rispetto del principio costituzionale della libertà di insegnamento.

3. Obbligo scolastico fino a 14 anni. Finché non si cambia la periodizzazione (che non si deve cambiare: ci sono ragioni profonde, anche biologiche, per cui i passaggi di grado sono lì dove sono, a 11 anni il primo e a 14 anni il secondo) per le ragioni chiarite prima l'obbligo si può collocare solo in corrispondenza di un passaggio. Nei programmi di alcune forze politiche si legge addirittura di portare l'obbligo a 18 anni. Se l'obbligo non si può riportare a 14 per allinearsi all'Europa (anche se non esiste alcuna direttiva che lo impone, e in Austria ad esempio è 15) allora si lasci a 16, e si lasci il "biennio comune", che aveva appunto lo scopo di far coincidere la fine dell'obbligo con la chiusura di un ciclo.

4. Percorso di scuola secondaria di 5 anni. Non si capisce perché sentono tutti il bisogno di ridurre la durata della scuola secondaria a 4 anni, mentre dicono di volerla "migliorare". Se la vuoi migliorare, allora non diminuisci gli anni. Tra l'altro (come ogni docente sa benissimo) dei 5 anni di scuola secondaria il più proficuo è proprio il quinto, nel quale i ragazzi ormai maggiorenni hanno finalmente raggiunto la maturità necessaria per fare un progetto di se stessi. Non c'è nemmeno la scusa del "ce lo chiede l'Europa", in molti paesi Europei, a partire dalla Germania, il secondo ciclo di istruzione si conclude a 19 anni. Anzi proprio la Germania è l'esempio paradigmatico: venti anni fa quasi tutti i Lander tedeschi decisero di ridurre la durata del ginnasio da 9 a 8 anni (il cosiddetto sistema "G8"), portando gli anni totali di scuola a 12 con il diploma a 18 anni. Poi studenti, famiglie e professori all'unisono protestarono, e allora fecero marcia indietro ripristinando il vecchio sistemaQuesta sbornia sembra piuttosto ispirarsi al modello americano (come l'obbligo a 18 anni), ma ha chiaramente come fine nascosto il taglio dei costi, e la privatizzazione del sistema di istruzione.

5. La questione economica. Qui non mi pronuncio, perché non sarebbe elegante. A quelli che cianciano di "merito", "valutazioni" o fanno proposte che in vari modi puntano a mettere pressione sui docenti dico però due cose:

Primo: quando parlate di "merito", anche senza andarvi a leggere Michael Sandel, chiedetevi almeno prima quali distorsioni degenerative può introdurre, se non si trova un metro di misura dello stesso che non consista nel delegare il tutto, come al solito, a una "commissione" composta dal preside e altri due o tre tizi.. scelti dal preside.

Secondo: sappiamo tutti che non ci sono risorse per migliorare gli stipendi se non di pochi spicci. Alla luce di questa premessa, rendetevi conto che se un ingegnere di 52 anni con due figli (è il mio caso) sceglie di fare l'insegnante per questo stipendio è perché il lavoro gli lascia - nel giorno libero e nei pomeriggi - il tempo sufficiente per fare un secondo lavoro, nel mio caso di progettazione impianti in uno studio di ingegneria, col quale raccoglie l'altra metà di quanto gli occorre per vivere. È questo tempo il 'benefit aziendale' che compensa lo stipendio misero: se lo intaccate, allora dovete raddoppiare gli stipendi, altrimenti rischiate di non trovarne più di docenti. In alcune realtà (es. Milano) sta già avvenendo.

POSTILLA

Avendo proposto queste linee guida di riforma nel contesto di un dibattito politico (di area centrista), ho ricevuto delle reazioni che mi hanno fatto capire quanto il nostro mondo politico sia distante dalla comprensione di cosa accade nel mondo della scuola. Qualcuno ha addirittura definito il modello che proponevo (questo descritto qui sopra) con l'aggettivo contorto "comunista-cattolico-fascista". Ora, così si fa un po' troppo buglione: posso passare il "cattolico", passo anche il "comunista", ma "fascista" no davvero: tra un modello verticistico e uno orizzontale, quello "fascista" è quello verticistico, per definizione. 

A parte questo, in quello stesso pubblico dibattito sono trasalito quando ho sentito dire che "il potere dei presidi è minimo". E cosa altro ci vogliamo aggiungere? Le pene corporali? Lo Ius Primae Noctis?  Questa è una allucinazione di cui può essere vittima solo una persona che non mette piede in una scuola da venti anni. Forse è originata dal fatto che nella gestione finanziaria dei limiti (per fortuna) ci sono, ma non mi riferivo all'aspetto finanziario. Quello che io qui avevo chiamato "preside-duce" altri lo hanno chiamato "superpreside", altri ancora "preside-sceriffo", altri addirittura "preside-Podestà", ed è una cosa arcinota, non l'ho certo inventata io. C'era più "balance of power" nell'esercito di Napoleone. Perfino nelle gerarchie militari, dove il potere del grado superiore sul grado inferiore è stringente e pervasivo, c'è la gerarchia dei gradi a temperare: sopra il maggiore c'è il colonnello, sopra il colonnello il generale. Sopra il preside invece non c'è nessuno. Se un preside si sveglia e per qualche motivo (ma anche senza motivo) decide di vessare un docente e fargli del mobbing, questi non ha nessuno cui potersi rivolgere, a meno di denunciarlo ai carabinieri, o rivolgersi direttamente al MINISTRO. Beninteso, i dirigenti scolastici perlopiù sono brave persone, e non abusano di questo potere, ma è sufficiente il fatto che possano farlo per generare una atmosfera tragicomica da film di Fantozzi, col super-preside-conte-Catellani che si aggira per i corridoi seguito dal suo codazzo, ed i docenti terrorizzati che gli rendono ossequio e lo riveriscono con l'inchino. La cosa poi come dicevo è aggravata dal rapporto numerico (troppi docenti con un unico preside) cosa che rende difficile la costruzione del rapporto personale, rendendo più difficile ottenere un ambiente disteso e prossimo alla scuola-comunità che a parole tutti dicono di desiderare.

Per il resto, con questo mondo politico si possono pure trovare dei punti di contatto, pur partendo da posizioni molto distanti. Per esempio quando si afferma che "la scuola è una azienda, e il suo prodotto è il capitale umano" si dice una cosa che, messa in questi termini, si può anche accettare, pur di precisare che la qualità di questo prodotto non si misura con la "produttività" ma col senso critico e la maturità sociale. I ragazzi non sono scimmie da ammaestrare, sono i cittadini di domani. La scuola deve educarli e formarli alla partecipazione; sociale prima, e poi anche economica, certamente, ma lasciando a loro la possibilità di scelta, dopo averli attrezzati per scegliere. E questo vale anche per le discipline tecniche. Significa, per tradurre il principio in un esempio concreto: va bene studiare la chimica. NON va bene studiare il processo chimico che serve per fabbricare pneumatici, perché qui vicino c'è l'azienda Pirelli. All'istituto tecnico si debbono formare dei periti chimici con una preparazione generale trasversale e una solida istruzione di base. L'apprendistato nell'azienda Pirelli lo faranno quelli che saranno assunti da Pirelli, in Pirelli, e a spese di Pirelli.

Ma soprattutto - e questo è il punto centrale - restando nella metafora della scuola-azienda: il business di una azienda può essere orientato alla quantità, oppure la qualità. Questa è una scelta iniziale, da cui dipende la valutazione delle performances di quella azienda. Una azienda può scegliere di produrre prodotti di eccellenza, che necessariamente saranno per pochi; oppure prodotti per tutti, che necessariamente saranno mediocri. 

Non si può avere la botte piena e la moglie ubriaca: se si punta alla qualità del "prodotto", allora bisogna alzare l'asticella ed accettare di fare la necessaria selezione; se si vuole essere "inclusivi" e "non lasciare indietro nessuno", allora si deve tenere bassa l'asticella ed accettare di sfornare prodotti mediocri.

Scegliamo. Io sono per la prima opzione, ma accetto che altri sia per la seconda, mi sta bene. Una cosa però devo ribadirla. Se la qualità di questo prodotto così come è adesso non ci soddisfa, e la vogliamo migliorare, lo si può fare facilmente, subito, e senza bisogno di bastonare i docenti: basta dargli la possibilità di alzare l'asticella.


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