Ed è proprio questo che induce la mia riflessione: non l’articolo ma il fatto che sembri normale. Questa è solo una delle molteplici manifestazioni di un processo storico che investe la intera comunità scientifica, che sembra più orientata al posizionamento nel panorama culturale e alla conferma del proprio pregiudizio ideologico che non alla ricerca della verità.
Prima di tutto, si fatica a capire come si possa condurre uno studio con una analisi quantitativa tanto precisa. Anche se si riuscissero a computare con precisione trasporti, imballaggi, distribuzione e tutti i contributi indiretti rispetto alle emissioni climalteranti di un kg di “carne” (ma quale carne?) per dedurre da questa misura la conclusione che cessando quel consumo cesserebbe quel contributo si deve fare l’ipotesi che a quel consumo si sia sostituito il digiuno. Appare appena più probabile che al posto di quel kg di “carne” si mangi qualcos’altro. Cosa? Sì, sappiamo che negli studi le stime vengono fatte considerando anche le “sostituzioni” (carne rossa non estensiva/carne bianca/verdura), ma qualunque sostituzione si consideri c’è comunque una variabile nascosta enorme, e ineliminabile. Io posso scegliere di non mangiare più quella “carne”, e al suo posto consumare legumi della mia regione. Oppure se i legumi non mi vanno, posso consumare al suo posto frutta secca sudamericana e sfarinati di tapioca. Ma posso anche decidere che da domani sono nippo-vegetista, e consumo solo prodotti vegetali giapponesi. Questa scelta, che non è ovviamente indifferente ai sensi selle emissioni climalteranti, è mia, è successiva alla decisione di non consumare più “carne”, ed assolutamente indipendente da quella. Chi conduce lo studio può solo fare delle ipotesi riguardo a questa scelta, e l’unico criterio possibile è quello Maximum Likelyhood, basato sull’osservazione del comportamento degli appartenenti all’insieme complementare. Ora, anche se col criterio della massima verosimiglianza si possono costruire modelli previsionali apparentemente consistenti, qui si cela subito un primo macigno che inficia tutta l’analisi. Questa sostituzione (che è necessaria, e non può essere ignorata) è successiva a una scelta (che è prima individuale, ma poi collettiva nel suo valore medio) che a sua volta è passibile di essere modificata, per sensibilizzazione morale o per imposizione del legislatore.
Per
schematizzare: gli scenari non più carne, al suo posto A, non più carne, al suo
posto B, non più carne, al suo posto C, eccetera - che sono molto differenti,
ai sensi di ciò che vogliamo osservare - possono essere ordinati per
verosimiglianza, e possiamo anche considerarli tutti assieme utilizzando dei
coefficienti. Ma la conclusione che se ne trae non può servire per alcunché di
prescrittivo; perché A, B, C, eccetera sono scelte,
tanto quella di non mangiare più carne. E quindi se possiamo immaginare di
agire sulla determinazione a non mangiare più carne (per mezzo di persuasione,
edificazione morale, imposizione legislativa, coercizione) allora possiamo
immaginare di agire, con gli stessi strumenti, anche su A, B, C, eccetera. Se ne
conclude che si dovrebbe assegnare a un comitato di “esperti” l’incarico di stabilire quale sia il regime
alimentare ottimale ai fini delle emissioni climalteranti, e poi uniformare a
quel regime ottimale i consumi di tutti.
In questo studio, ad esempio, i ricercatori non hanno ipotizzato con cosa un consumatore di carne reale sostituirebbe le proteine. Hanno osservato cosa mangiano davvero i vegani e i vegetariani britannici, e le diete sono state confrontate “a parità di calorie giornaliere” (standard 2000kcal). Saltiamo pure il discorso delle calorie, sarebbe comodo osservare che 2000kcal in zucchero ti uccidono, e che la parametrizzazione va fatta tenendo conto della totalità dei nutrienti, della loro qualità e della loro biodisponibilità eccetera, non è a questo che sto puntando. Sto puntando a evidenziare la forzatura enorme che si fa ipotizzando che il consumatore di carne, quando gli fosse sottratta la carne, farebbe le stesse scelte che fa un vegetariano/vegano. Questo è un limite strutturale di tutti gli studi osservazionali, il self-selection bias e soprattutto la mancanza di scenario controfattuale, ma in questo genere di studio raggiunge il livello grottesco. Sto immaginando in questo momento certi mangiatori di facoceri che conosco io (non li nomino per principio di carità) che privati delle loro braciole si mettono a mangiare hamburgerini di seitan. Usate la vostra fantasia, figurateveli, e ridete con me. I vegetariani hanno di solito una sensibilità salutista e ambientale, consumano frutta, legumi e cereali integrali; un consumatore di carne tipico che si trovasse privato della carne per legge o coercizione mangerebbe tutt’altra roba: grandi quantità di sostituti industriali ultra-processati, cibi pronti ricchi di grassi e zuccheri, focacce fritte spalmate di burro di arachidi, prodotti vegetali fuori stagione o magari d’importazione aerea, e chi sa che altro. Ma soprattutto puntavo a sottolineare che le opzioni di sostituzione (A, B, C) sono scelte libere. Qualunque criterio di stima utilizzassimo per prevederle, fosse anche la sfera di cristallo, nasconde una contraddizione morale, nell’assumere che A, B, C possano essere lasciate alla libera scelta, nonostante la differente impronta carbonica tra di loro, subito dopo che l’opzione “carne” è stata sottratta a quella libera scelta per la sua impronta carbonica.
Questa evidente autocontraddizione fondamentale, presente inevitabilmente in tutti gli studi come questo, suscita il forte dubbio che dietro questa preoccupazione per il pianeta si celi una volontà di prevaricare. Ci sono dunque due successivi ordini di dubbi. Il primo riguarda proprio la consistenza delle misure che si pretende di fare. Quando si indaga la “impronta carbonica” (in tonCO-2 equivalenti) di un cibo, o di una categoria di cibi, si deve fare i conti con una miriade di variabili, dirette e soprattutto indirette, che non è possibile conoscere e che è soprattutto sempre possibile pensare di modificare; mentre illudendosi di poter aggirare il problema ricorrendo a metodi statistici lo si amplifica, producendo “variabili mediate” svuotate di significato, come ora vado a mostrare.
Faccio un esempio schematico (mi piacciono gli esempi schematici). Vogliamo calcolare l’impronta carbonica di una banana. Qui dovrei subito discriminare tra la banana staccata dall’albero e mangiata in Nuova Guinea, che ha impronta zero, e quella consumata in Norvegia, dopo 6 mesi di crioconservazione, 40 giorni di viaggio in una nave refrigerata, poi 2 giorni su camion, inserita in un packaging e distribuita in un grande supermercato a Tromsø. Attenzione adesso. Se cerco risolvere la variabilità di tutto ciò con una media ponderata, dato che la seconda banana impatta decisamente di più della prima nella media, non risolvo il problema, ma peggioro la situazione: l’impronta carbonica della mia “banana-media” sarà per il 99% quello della “banana-in-norvegia”, e quindi l’impronta carbonica della banana-media sarà solo per l’1% dovuta alla banana in sé, e per il 99% alle condizioni di trasporto e distribuzione, che sono contingenti alla banana.
Questo esempio non evidenzia solo l’errore di aggregazione, l’errore della variabilità spaziale, e il diluition bias. Questi errori sono tutti conseguenze di un unico errore fondamentale, che risiede nella scelta delle categorie che si pretende di impiegare, che cerco di portare alla luce risalendo la corrente fino all’origine. Per avvicinarci, passo al secondo ordine di dubbi, che riguarda la palese ideologizzazione del tema (da parte di vegetariani-vegani) per giustificare la loro volontà di prevaricare. Per l’attivismo di matrice vegana o vegetariana chiaramente la categorizzazione non è ecologica, ma morale. L’attributo unificante di quell’insieme non sono le emissioni di CO2 o l’uso del suolo, ma il fatto che all’origine ci sia l’uccisione di un “essere senziente”, come dicono loro. Quando questa impostazione moralizzatrice si traveste da argomentazione climatica compie un abuso: cerca di nascondere il suo intento reale dietro il paravento della preoccupazione per il clima, proiettando l’assolutezza del suo imperativo morale su variabili fisiche e ambientali che sono, per loro natura, situate, contestuali e relative. Di conseguenza c’è sempre, in tutti questi articoli e ‘studi’, una assunzione di fondo che contiene un errore metodologico colossale, errore che rimane nascosto dietro il velo (ma sarebbe meglio dire il prosciutto) del pregiudizio ideologico.
C’è una parte di essi, la più ingenua, in cui non si parla di “carne bovina da allevamenti intensivi in Argentina” ma di “carne” in generale, creando una categoria vastissima su base ideologica. Questo è un classico e ben noto errore di iper-semplificazione categoriale: si prende una proprietà che appartiene ad alcuni elementi di un gruppo e la si estende arbitrariamente a tutto il gruppo, creando un macro-insieme astratto che non ha corrispondente nella realtà. Ora questo errore esiste senz’altro quando si parte da supercategorie come “carne”, ma si può eliminare, o almeno attenuare, se si usano categorie più ristrette, come negli studi più accorti (o meno malaccorti) ci si sforza di fare, parlando di “carne da ruminanti in allevamento intensivo americano”.
Non sto parlando di questo, e neppure di quello che in logica prende il nome di “fallacia di categorizzazione”, che consiste nel collocare un oggetto nella categoria completamente sbagliata confondendo i livelli della realtà, ad esempio confondendo il generale col particolare. Non è neppure questo l’errore colossale di cui sto parlando. Io punto alla “significatività” di quella proprietà definitoria, ossia a quello che in epistemologia viene definito il problema della rilevanza causale della categorizzazione. L’errore non consiste nel confondere il generale con il particolare, ma l’essenziale con l’accidentale: Essentia con Accidens, nel senso delle Categorie di Aristotele.
Il punto è che io ritengo che la categoria “carne” sia priva di senso, e non perché è troppo generalista, ma perché ritengo che tra un fegatino di pollo del pollaio di mia zia e una braciola di renna del Quebec ci sia una distanza, una differenza, più grande di quella che c’è tra lo stesso fegatino e una melanzana; sia dal punto di vista gustativo e nutrizionale; sia da quello simbolico e culturale; sia da quello economico e pratico; sia poi da quello ontologico e sociale; e sia infine anche da quello ecologico e ambientale. E quindi è privo di senso metterli nello stesso insieme, solo perché sono “carne”, tanto quanto è privo di senso mettere nello stesso insieme i fischi e i fiaschi perché iniziano con la ‘f’. E se questa categorizzazione è priva di senso, allora tutto ciò che ne consegue è privo di senso.
Per questo recupero l’esempio dei “cibi che iniziano con la lettera f”, che altrove avevo immaginato di confrontare per impronta carbonica ai “cibi che iniziano con la lettera n”. Ammettiamo pure, per ipotesi, che sia possibile avere una misura, consistente ed esatta, dell’impatto ambientale di qualsiasi dieta. Chiamiamola ipotesi 0. Propongo allora un esperimento mentale, che è questo. Prendiamo le due “diete” seguenti.
1. La dieta f-ariana, che prevede di mangiare solo cibi che
iniziano con la lettera ‘f’.
2. La dieta n-ariana, che prevede di mangiare solo cibi che iniziano con la
lettera ‘n’.
Sono diete stupide? E chi lo ha detto? Chi stabilisce quale criterio è stupido e quale non lo è, e con quale autorità? Se vogliamo essere neutri, e parlare solo di impatto ambientale, ci dobbiamo astenere da ogni pregiudizio di merito: le diete f-ariana e n-ariana sono logicamente concepibili, è possibilissimo classificare i cibi in base a questo criterio, e tanto ci deve bastare. Quindi evitiamo di insultare gli f-ariani e gli n-ariani e andiamo a confrontare la dieta f-ariana con quella n-ariana, con gli stessi indicatori utilizzati nello studio. Ne risulterà, per forza di cose, che una delle due, poniamo quella f-ariana, è meno climalterante dell’altra. Ed il risultato è ‘scientifico’, incontrovertibile. E quindi da domani dobbiamo smettere di mangiare cibi che iniziano con la lettera ‘n’. Basta noci. La logica sembra stringente. Dove sta l’errore?
Il punto è che se la categorizzazione iniziale è priva di senso, allora qualsiasi considerazione di valore che scaturisce da quella categorizzazione è altrettanto priva di senso.
Si potrebbe aggiungere che quando anche la misura fornita dall’indicatore fosse consistente (non lo è, ma restiamo fedeli a ipotesi 0) comunque lo sarebbe nell’aggregato, non per ogni elemento dell’insieme. Sarebbe a dire che anche quando avessimo stabilito con certezza assoluta che i cibi con la ‘n’ sono nell’insieme più climalteranti di quelli con la ‘f’, questo non implica che il nasello sia più climalterante della finocchiona, e quindi è contraddittorio proibire il nasello e non la finocchiona, se lo scopo della proibizione è ridurre l’impatto sul clima. E questo si chiama fallacia della divisione. Ma in questo esperimento mentale c’è dell’altro. C’è un dettaglio che non è affatto un dettaglio, ma un macigno colossale, tanto che mina il significato di questo e di tutti gli studi osservazionali come questo, come ora cercherò di mostrare.
Prima una premessa. Quando lo ho proposto, questo esempio è stato preso come uno scherzo, un boutade, forse perché il contesto non favoriva una più seria riflessione. Ma gli esperimenti mentali vanno presi sul serio, perché il pensiero procede così: il carrello ferroviario di Philippa Foot, il Genio Maligno di Cartesio, la Caverna di Platone, sono alcuni esempi di celebri esperimenti mentali, che sarebbe un tantino superficiale liquidare col sorriso di sufficienza, dicendo “dai, chi vuoi che lanci un carrello giù per una discesa”.
Questo mio esperimento mentale è, secondo me, una formulazione molto precisa di un paradosso epistemologico, analogo al paradosso di Goodman. Funziona bene perché l’insieme dei cibi che iniziano con la lettera ’f’ è perfettamente specificato, logicamente consistente e neppure troppo vago (le lettere sono 26). Il problema con questa categoria non è che è “troppo generica” o “poco precisa” ma che non ha senso. Anche se può essere utilizzata per fare analisi statistiche precise, misure riproducibili e deduzioni logicamente coerenti.
La riproducibilità empirica e la validità statistica di una misura non conferiscono automaticamente senso alla categoria misurata.
Ma se la mia idea dei cibi con la ‘f’ e cibi con la ‘n’ sembra una stupidaggine e fa sorridere, facciamolo spiegare da Goodman.
A: Tutti gli smeraldi sono verdi (e il primo smeraldo del 2031 sarà verde).B: Tutti gli smeraldi sono verblu (e il primo smeraldo del 2031 sarà blu).
Dal punto di vista della logica formale pura, e dei dati osservati, l’Ipotesi B è supportata dalle stesse identiche prove dell’Ipotesi A. Ogni volta che osserviamo uno smeraldo verde oggi, stiamo confermando contemporaneamente sia che gli smeraldi sono verdi, sia che sono verblu. Eppure riconosciamo intuitivamente che l’ipotesi B è assurda, come la dieta “f-ariana” che ho inventato io. Perché? Perché la scienza non si basa solo su “fatti e logica oggettiva”. La coerenza logica e la misurabilità non sono criteri di significatività reale: possiamo inventare infiniti predicati assurdi (come verblu o “cibi che iniziano con la f”) e trovare montagne di dati statistici ed empirici che li confermano. Per fare scienza, si deve fare per forza una scelta a priori, che non è di natura logica né di natura empirica, ma di natura culturale. Dobbiamo decidere prima quali categorie hanno senso per noi, e questa è una decisione essenzialmente metafisica. Cioè non-scientifica, se scientifico significa misurabile, riproducibile o deducibile logicamente.
Goodman afferma che dobbiamo scegliere quelle categorie che sono “proiettabili” nel futuro (come verde) ossia utilizzabili per fare una previsione, ma qui risulta meno convincente, perché non è chiaro come si possa verificare la proiettabilità nel futuro, se non a posteriori. Riconosce correttamente che è necessario il nesso causale della caratteristica definitoria con la variabile di interesse, ma non fornisce un criterio operativo per verificare a priori quel nesso.
Il problema rimane aperto, finché quindici anni più tardi prova dare una risposta Willard Van Orman Quine nel suo saggio “Natural Kinds” (1969) in cui affronta il problema della relatività ontologica. Quine definisce un genere naturale come un insieme di oggetti che condividono una struttura interna, che ne determina il comportamento e le proprietà. Un genere artificiale (o nominale) è invece un insieme creato dall’essere umano, ritagliando la realtà in base a criteri utilitaristici, linguistici o ideologici, che non hanno un potere causale interno. Gli smeraldi, ad esempio, sono un genere naturale: hanno le stesse proprietà e si comportano nello stesso modo in qualunque tempo e in qualunque galassia si trovino, e queste proprietà sono determinate dalla loro struttura interna. Gli “oggetti bianchi” formano invece un genere artificiale: è una categoria reale e misurabile, ma non hanno nulla in comune dal punto di vista causale.
Anche Quine, come Goodman, riconosce che è decisivo il nesso causale, ma non risolve il problema se non forse nei casi in cui è facile e immediato riconoscere quel nesso. Aggiunge alle conclusioni di Goodman che il nesso deve essere con una qualche struttura interna, ma con questo non si arriva ancora al punto. Ci si avvicina, perché consente di smascherare quegli studi malaccorti che trattano la categoria macroscopica “Carne” come se fosse un genere naturale, mentre dal punto di vista ecologico è un genere puramente artificiale. Ma di fronte allo studio meno ingenuo che usa una categoria meglio specificata, come “carne di manzo da allevamento intensivo americano” per trarre conclusioni di natura ecologica, si potrebbe sempre argomentare che l’impronta ecologica di questa categoria dipende dalla caratteristica “interna” dei ruminanti di emettere metano durante la digestione, oppure dalla loro caratteristica “intrinseca” di dover essere alimentati con mangimi che vengono ricavati da monoculture che consumano molta acqua.
Non ci siamo ancora. Il punto è che queste caratteristiche, seppur “interne” alla categoria come la prima, non sono ancora definitorie. “Carne” non è ovviamente un genere naturale, perché la proprietà di essere “tessuto muscolare animale” dovrebbe essere la causa diretta dell’impatto ambientale di quel cibo. Ma la proprietà di essere “carne di manzo da allevamento intensivo americano” non è forse causa diretta dell’impatto ambientale di quel cibo? No, perché non è necessario che sia così. Quello che manca ancora, il dettaglio decisivo, che sfugge anche a Quine, è che la categorizzazione ha senso ai fini di una osservazione se l’attributo che definisce la categoria, oltre ad avere nesso causale con l’effetto oggetto dell’osservazione, ed oltre ad avere potere causale interno, è definitorio, ossia necessario per quella categoria.
Se fosse possibile alimentare un manzo con un mangime OGM speciale che gli consente di non emettere metano durante la digestione (lo si sta già facendo), quell’animale sarebbe ancora un manzo? È questa la domanda decisiva. Se rispondiamo sì, e sono certo che tutti noi rispondiamo senz’altro sì, soprattutto chi è animalista, allora vuol dire che la proprietà di emettere metano durante la digestione, se pur “interna” alla categoria dei manzi da allevamento intensivo americani, e se pur dotata di nesso causale con le emissioni climalteranti, non è definitoria per quella categoria.
Lo studio sta usando una categoria definita da un attributo accidentale, che è un uso sbagliato delle categorie, sempre e in ogni caso, anche quando supera il filtro dell’errore categoriale, dell’errore di semplificazione categoriale, dell’errore di aggregazione, dell’errore della variabilità spaziale; e pure del criterio di Goodman del nesso causale, e del criterio di Quine del nesso causale con una struttura interna.
Ma allora qual è l’uso corretto delle categorie? Forse voglio affermare le categorie non si debbono impiegare mai? Che sono esse stesse, in sé, un errore? Mi sembra di vederlo, Aristotele, lui che le Categorie le ha inventate, che ha coniato per primo la stessa parola Κατηγορίαιi, qui in piedi a braccia conserte che mi guarda e aspetta di sentire dove vado a parare:
No, non dico questo: l’essere umano, per poter pensare il mondo multiforme e variegato, deve catalogare. Le categorie sono uno strumento indispensabile per la comprensione del mondo, sono la struttura portante della razionalità umana. Il punto non sono le categorie, ma il modo in cui le usiamo. E allora per vedere come debbono e come non debbono essere usate, visto che i massimi filosofi analitici novecenteschi che si sono cimentati con questi problemi non hanno raggiunto una formulazione (per me) soddisfacente, ora andiamo a chiedere direttamente a lui.
Nell’Organon, il primo dei trattati dedicati alla logica, Aristotele ci dice che la realtà è fatta di Sostanze Prime: sono gli oggetti del mondo, nella loro specifica, unica, identità. Il Genere o la Specie sono invece Sostanze Seconde: concetti, che la mente umana crea per raggrupparle. E la Sostanza Seconda ha senso solo se è al servizio della Sostanza Prima.
Qui stabilisce la distinzione decisiva, quella che lo sviluppo del pensiero moderno post-empirista sembra avere smarrito per strada: egli distingue l’Essenza (Τὸ τί ἦν εἶναι, ciò che rende una cosa quella che è) dagli Accidenti (Συμβεβηκός, proprietà contingenti, che possono esserci oppure non esserci, senza che l’oggetto cessi di essere ciò che è). La Categoria è definita correttamente quando l’attributo che la definisce è essenziale, è sbagliata quando è accidentale.
Ipse dixit. Ora ci siamo. E come al solito, la definizione di Aristotele è la migliore che si possa fornire: ci permette di riconoscere immediatamente la categorizzazione universale (valida sempre e ovunque) da quella strumentale, che può avere senso anch’essa, se utilizzata per uno scopo coerente con il suo principio definitorio. Ad esempio, la categorizzazione dei “cibi che iniziano con la terra F” ha perfettamente senso, se stiamo stilando l’indice analitico di un manuale di cucina, e dobbiamo ordinare le ricette in ordine alfabetico; perché questa categorizzazione è l’unica, tra le infinite possibili, ad essere coerente con questo scopo. Non ce l’ha, se vogliamo catalogare i cibi in relazione alla loro impronta ecologica, perché il fatto che i cibi con la f siano meno inquinanti dei cibi con la n, anche se fosse vero, non dipende dal fatto che iniziano con la lettera f. Allo stesso modo, la categoria “carne di manzo da allevamento intensivo americano” ha senso se vogliamo appiccicare l’etichetta su una bistecca confezionata alla Coop, perché è l’unica coerente con lo scopo delle etichette dei prodotti del supermercato, che è informare il consumatore come la legge in vigore prescrive. Non ce l’ha, se vogliamo catalogare i cibi in relazione alla loro impronta ecologica, perché il fatto che la carne di manzo da allevamento intensivo americano sia più inquinante dei pomodori da coltura idroponica olandese, anche se è vero, non dipende dal fatto che è carne di manzo da allevamento intensivo americano. Dipende da una serie di attributi accidentali, non essenziali, della carne di manzo da allevamento intensivo americano; attributi che sono accidentali perché se anche non ci fossero quella carne di manzo da allevamento intensivo americano sarebbe comunque quello che è. E quindi la categorizzazione non è una categorizzazione universale. E se è una categorizzazione strumentale, allora non è valida, perché il principio definitorio, ossia l’essere carne di manzo da allevamento intensivo americano, non è coerente con lo scopo (quello dichiarato) della categorizzazione, che vorrebbe essere misurare l’impronta ecologica dei cibi. Non è coerente, perché non è unica: possono servire a questo scopo infinite categorizzazioni alternative. I cibi ultra processati industriali contro i cibi naturali. I cibi prodotti in Europa contro i cibi prodotti in America. I cibi Halal, contro i cibi Kosher. E via così all’infinito.
Ecco da dove ha origine il
giustificato sospetto che questi “studi” stiano contrabbandando per
preoccupazione ambientale un qualche altro scopo nascosto: se tu scegli una categorizzazione che non è
universale, e non è coerente, il fondato sospetto è che tu stia nascondendo il
tuo vero scopo, e che stia inseguendo la giustificazione ’scientifica’ alla tua
volontà di prevaricazione.
Se leggo uno studio che mette a confronto l’impronta
ecologica dei cibi Halal con quella dei cibi Kosher, io penso subito che ci sia
sotto la volontà di un islamico, o di un ebreo, di dimostrare la superiorità
del suo pregiudizio, per giustificare poi la pretesa di imporlo con la forza.
Perché quelle categorie non sono universali, e non sono coerenti.
Se leggo uno
studio che mette a confronto l’impronta ecologica dei cibi prodotti un Europa
con quella dei cibi prodotti negli USA, io penso subito che ci sia sotto la
volontà di un europeo, o di un americano, di dimostrare la superiorità del suo
sistema di produzione, per giustificare poi la pretesa di imporre dazi o altri
provvedimenti di lotta commerciale. Perché quelle categorie non sono
universali, e non sono coerenti. Questi sospetti non sono affatto campati in
aria: sono giustificati, abbondantemente, dall’uso improprio della categorie
che osservo.
Potrebbe bastare. E invece no. C’è una cosa ancora che voglio dire, che è ancora più importante. Io mi chiedo come sia possibile. Come sia possibile che Nature pubblichi un articolo così clamorosamente biased, che fa uso di una categorizzazione così palesemente incoerente; e ancora di più mi chiedo come sia possibile che nessuno se ne accorga. La parte più importante è questa: ma cosa è successo alla ricerca scientifica contemporanea? Sono tutti rincoglioniti? Dobbiamo ripartire da Aristotele?
Tommaso organizza la realtà stabilendo che ciò che Aristotele chiamava “quello rende l’oggetto ciò che è” è la sua Essentia, che è eterna e immutabile, mentre l’Accidens non ha una stabilità propria: la sua natura consiste nell’ “essere in qualcos’altro”. Tommaso riprende quindi le nove categorie di accidenti di Aristotele e le mappa rigorosamente: Quantità, Qualità. Relazione, Azione, Passione, Luogo, Tempo, Posizione, Stato; ed afferma che l’accidente ha bisogno della sostanza per esistere (il colore rosso esiste solo in quanto proprietà di un oggetto). Colloca gli Universali “In Re”: gli universali esistono, ma hanno senso solo se “incarnati” negli oggetti del mondo.
Il modo in cui Tommaso d’Aquino e la Scolastica avevano organizzato i concetti di Essenza, Genere e Accidente costituì il terreno di scontro da cui partì la rivoluzione scientifica del Seicento. La scienza galileiana è nata proprio rifiutando la caccia alle “Essenze” astratte per concentrarsi sulla misurazione quantitativa degli “Accidenti”, perché solo questi erano osservabili. Galileo adottò senza indugi la terza posizione della grande Disputa medievale, il nominalismo di Guglielmo da Ockham, secondo cui gli Universali non esistono da nessuna parte, esistono solo gli oggetti, singoli e unici. I termini generali sono solo “nomi”, flatus vocis, etichette astratte che l’uomo si inventa per comodità di classificazione. E questa è la posizione di fondo che successivamente, soprattutto per tramite dell’empirismo inglese, si consolida come unica possibile nella codifica del metodo scientifico moderno.
Questa nostra posizione concettuale moderna vorrebbe farne a meno, degli universali, ossia delle categorie. Salvo poi accorgersi che naturalmente non può farne a meno, perché senza di esse non si riesce a confezionare neppure una lista della spesa che sia utile a qualcosa. E allora le recupera e le usa, ma a cazzo di cane, senza avere riflettuto prima su di esse, ed avendo colpevolmente dimenticato (o peggio avendo rifiutato con supponenza) tutte quelle feconde riflessioni che in merito ad esse si erano fatte per secoli. Men che meno la ricerca scientifica vuol sentir parlare di “Essenza”, perché l’Essere, che per il pensiero antico era la base fondamentale di ogni riflessone filosofica, per noi moderni è un concetto ’vago’, ’indefinito’, e quindi maledettamente ’antiscientifico’. Peccato che - come hanno dovuto riconoscere Goodman, Putnam, Quine, Davidson, Kripke e gli altri filosofi della scienza che si sono cimentati col tema con un briciolo di attenzione - una scienza che pretenda di usare solo dati e logica pura non è possibile. I dati devono necessariamente essere organizzati in classi prima dell’analisi, ma né i dati sperimentali, ne la logica formale sono in grado di fornire un criterio universale di categorizzazione, né di giustificare quello che hai scelto tu, come dimostrano il mio paradosso e quello di Goodman. E quindi dietro ogni proposizione scientifica dotata di senso c’è una posizione metafisica nascosta, che per giustificarsi ha bisogno di un riferimento all’Essere. Se non hai prima fornito una risposta, eventualmente anche approssimativa, alla domanda delle domande, quella che indaga l’essenza dell’Essere, tutte le tue belle analisi rigorose, con i grafici e le tabelle, con le inferenze più eleganti, e con tutta la statistica, le potenti regressioni, e analisi della varianza, e kurtosi, e skewness, e tutto l’armamentario analitico di cui la scienza ci ha dotato, sono solo un esercizio di stile, privo di significato. Aristotele avrebbe detto “grazie al Kazzo”, ma per noi questa è eresia. Negli studi scientifici, sicuramente in questi qua ma forse in tutti quanti, compresi i più importati e significativi, c’è quindi una variabile inconfessabile, nascosta sotto al tappeto, che è la scelta metafisica, o morale, che ha fornito il criterio di classificazione.
La mia conclusione è molto prossima a quello che fu il tema centrale nel pensiero di Hilary Putnam, ossia che - soprattutto nelle discipline più distanti dalle scienze dure, sociologia, economia, ed ora anche ecologia - la scienza non è neutrale affatto. Sceglie le tesi che gli piacciono, e poi si ingegna per raccogliere e organizzare i dati e le osservazioni in modo da confermare il suo pregiudizio. Anche quando si ammanta di ‘oggettività’, farcendo i suoi paper di grafici, numeri e misure sperimentali, sta solo cercando di fornire una giustificazione alle sue ambizioni normative. E la pretesa distinzione tra ‘opinioni’ e ‘fatti’ è poco meno che una superstizione.





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