Qualche giorno fa, su segnalazione di un amico, mi sono imbattuto in questo studio pubblicato su Nature food nel 2023. Non metto il link, lo si può trovare facilmente, e comunque questo è solo un caso paradigmatico: da anni ormai compaiono studi di questo tenore, perfino in riviste prestigiose. E resto sconcertato: è quasi surreale che un articolo tanto palesemente biased come questo sia pubblicato in una rivista di impatto, e più ancora lo è il fatto che che questo si faccia comunemente, da tempo, e che nessuno sollevi obiezioni.
Ed è proprio questo che induce la mia riflessione: non l’articolo, ma il fatto che sembri normale. Perché questa è solo una delle molteplici manifestazioni di un processo storico che investe la intera comunità scientifica, che sembra più orientata alla conferma del proprio pregiudizio ideologico (e al posizionamento nel panorama culturale) che non alla ricerca della verità. Persino in r
iviste scientifiche peer-reviewed come Nature si pubblicano editoriali imbarazzanti, che sposano palesemente linee ideologiche di tendenza, senza preoccuparsi del rigore metodologico e neppure di apparire disonesti; nella consapevolezza, forse, che mostrandosi allineati al paradigma dominante saremo pubblicati e si riceveranno encomi e prebende.
Ma andiamo a vederlo. Leggendo lo studio, prima di tutto si fatica a capire come si possa condurre una analisi quantitativa
tanto precisa. Le variabili nascoste sono innumerevoli, i contributi indiretti ancora di più, le interdipendenze possibili infinite, e intricatissime. Ma soprattutto a c’è la evidente, totale mancanza di scenario controfattuale: anche se si riuscissero a computare con precisione trasporti,
imballaggi, distribuzione e tutti i contributi indiretti rispetto alle emissioni
climalteranti di un kg di “carne”
(ma quale carne?) per dedurre da questa misura la conclusione che cessando quel
consumo cesserebbe quel contributo si deve fare l’ipotesi che a quel consumo si sia sostituito il
digiuno. Appare appena più probabile che al posto di quel kg di “carne” si mangi qualcos’altro. Cosa? Sappiamo che
negli studi le stime vengono fatte considerando in qualche modo anche le “sostituzioni”, ma qualunque sostituzione si consideri c’è comunque una contraddizione enorme, e ineliminabile.
Io posso scegliere di non mangiare
più quella “carne”, e al suo posto
consumare legumi della mia regione. Oppure se i legumi non mi vanno, posso
consumare al suo posto frutta secca sudamericana e sfarinati di tapioca. Ma
posso anche decidere che da domani sono nippo-vegetista, e consumo solo
prodotti vegetali giapponesi. Questa scelta, che non è ovviamente indifferente
ai sensi selle emissioni climalteranti, è mia, è successiva alla decisione di
non consumare più “carne”, ed
assolutamente indipendente da quella. Chi conduce lo studio può solo fare delle
ipotesi riguardo a questa scelta, e l’unico criterio possibile è quello Maximum
Likelyhood, basato sull’osservazione del comportamento degli appartenenti all’insieme
complementare. Ora, anche se col criterio della massima verosimiglianza si
possono costruire modelli previsionali apparentemente consistenti, qui si cela subito
un primo macigno che inficia tutta l’analisi. Il problema è che questa sostituzione (che è necessaria,
e non può essere ignorata) è successiva ad una scelta (che è prima individuale,
ma poi collettiva nel suo valore medio) che a sua volta è passibile di essere
modificata, per sensibilizzazione morale o per imposizione del legislatore.
Per
schematizzare: gli scenari non più carne, al suo posto A, non più carne, al suo
posto B, non più carne, al suo posto C, eccetera - che sono molto differenti,
ai sensi di ciò che vogliamo osservare - possono essere ordinati per
verosimiglianza, e possiamo anche considerarli tutti assieme utilizzando dei
coefficienti. Ma la conclusione che se ne trae non può servire per alcunché di
prescrittivo; perché A, B, C, eccetera sono scelte,
tanto quella di non mangiare più carne. E quindi se possiamo immaginare di
agire sulla determinazione a non mangiare più carne (per mezzo di persuasione,
edificazione morale, imposizione legislativa, coercizione) allora possiamo
immaginare di agire, con gli stessi strumenti, anche su A, B, C, eccetera. Se ne
conclude che si dovrebbe assegnare a un comitato di “esperti” l’incarico di stabilire quale sia il regime
alimentare ottimale ai fini delle emissioni climalteranti, e poi uniformare a
quel regime ottimale i consumi di tutti.
In questo studio, ad esempio, i ricercatori non hanno neppure provato a ipotizzare con cosa un consumatore di carne reale sostituirebbe le proteine. Hanno
osservato cosa mangiano davvero i vegani e i vegetariani britannici, e le diete
sono state confrontate “a parità di calorie giornaliere” (standard 2000kcal).
Saltiamo pure il discorso delle calorie, sarebbe comodo osservare che 2000kcal
in zucchero ti uccidono, e che la parametrizzazione va fatta tenendo conto
della totalità dei nutrienti, della loro qualità e della loro biodisponibilità
eccetera, non è a questo che sto puntando. Sto puntando a evidenziare la
forzatura enorme che si fa ipotizzando che il consumatore di carne, quando gli
fosse sottratta la carne, farebbe le stesse scelte che fa un
vegetariano/vegano. Questo è un limite strutturale di tutti gli studi
osservazionali, la mancanza di scenario controfattuale, che in questo genere di studio però raggiunge un livello grottesco. Sto immaginando
in questo momento certi mangiatori di facoceri che conosco io (non li nomino
per principio di carità) che privati delle loro braciole si mettono a mangiare
hamburgerini di seitan. Usate la vostra fantasia, figurateveli, e ridete con me.
I vegetariani hanno di solito una sensibilità salutista e ambientale, consumano
frutta, legumi e cereali integrali; un consumatore di carne tipico che si trovasse
privato della carne per legge o coercizione mangerebbe tutt’altra roba: grandi
quantità di sostituti industriali ultra-processati, cibi pronti ricchi di
grassi e zuccheri, focacce fritte spalmate di burro di arachidi, prodotti vegetali fuori stagione o magari d’importazione
aerea, e chi sa che altro. Ma soprattutto puntavo a sottolineare che le opzioni
di sostituzione (A, B, C) sono scelte
libere. Qualunque criterio di stima utilizzassimo per prevederle, fosse
anche la sfera di cristallo, nasconde una palese contraddizione morale,
che consiste nell’assumere che A, B, C possano essere lasciate alla libera scelta, nonostante la differente
impronta carbonica tra di loro, subito dopo che l’opzione “carne” è stata
sottratta a quella libera scelta, per la sua impronta carbonica.
Questa evidente
autocontraddizione fondamentale, presente inevitabilmente in tutti gli studi come
questo, suscita il forte dubbio che dietro questa preoccupazione per il pianeta
si celi una volontà di prevaricare. Ci sono dunque due successivi ordini di dubbi. Il
primo riguarda proprio la consistenza delle misure che si pretende di fare.
Quando si indaga la “impronta carbonica” (in tonCO-2 equivalenti) di un cibo, o
di una categoria di cibi, si deve fare i conti con una miriade di variabili,
dirette e soprattutto indirette, che non è possibile conoscere e che è soprattutto
sempre possibile pensare di modificare; mentre illudendosi di poter aggirare il
problema ricorrendo a metodi statistici lo si amplifica, producendo “variabili
mediate” svuotate di significato, come ora vado a mostrare.
Faccio un esempio schematico (mi
piacciono gli esempi schematici). Vogliamo calcolare l’impronta carbonica di
una banana. Qui dovrei subito discriminare tra la banana staccata dall’albero e
mangiata in Nuova Guinea, che ha impronta zero, e quella consumata in Norvegia,
dopo 6 mesi di crioconservazione, 40 giorni di viaggio in una nave refrigerata,
poi 2 giorni su camion, inserita in un packaging e distribuita in un grande supermercato a
Tromsø. Attenzione adesso. Se cerco risolvere la variabilità di tutto ciò con
una media ponderata, dato che la seconda banana impatta decisamente di più
della prima nella media, non risolvo il problema, ma peggioro la situazione: l’impronta carbonica della mia “banana-media” sarà per il 99% quello della “banana-in-Norvegia”, e quindi l’impronta
carbonica della banana-media sarà solo per l’1% dovuta alla banana in sé, e per il
99% alle condizioni di trasporto e distribuzione, che sono contingenti alla
banana.
Questo esempio non evidenzia solo
l’errore di aggregazione, l’errore della variabilità spaziale, e il diluition bias. Questi errori sono tutti
conseguenze di un unico errore fondamentale, che risiede nella scelta delle
categorie che si pretende di impiegare, che cerco di portare alla luce
risalendo la corrente fino all’origine. Per avvicinarci, passo al secondo
ordine di dubbi, che riguarda la palese ideologizzazione del tema, da parte di
vegetariani-vegani. Per l’attivismo
di matrice vegana o vegetariana, chiaramente, la categorizzazione non è ecologica,
ma morale. L’attributo unificante di quell’insieme non sono le emissioni di CO2
o l’uso del suolo, ma il fatto che all’origine ci sia l’uccisione di un “essere
senziente”, come dicono loro. Quando questa impostazione moralizzatrice si
traveste da argomentazione ambientale, cercando di nascondere il
suo intento reale dietro il paravento della preoccupazione per il clima, proietta la sua categorizzazione a sfondo morale su variabili fisiche e ambientali che
sono, per loro natura, sempre situate, contestuali e relative. Di conseguenza c’è sempre, in
tutti questi articoli e ‘studi’, una assunzione di fondo che contiene un
errore metodologico colossale, errore che rimane nascosto dietro il velo (ma sarebbe meglio dire il prosciutto) del pregiudizio ideologico.
C’è una parte di essi, la
più ingenua, in cui non si parla di “carne bovina da allevamenti intensivi in
America” ma di “carne” in generale, creando una categoria vastissima su base
ideologica. Questo è un classico e ben noto errore di iper-semplificazione categoriale. Ora questo errore esiste senz’altro quando
si parte da macro-categorie come “carne”, ma si può eliminare, o almeno attenuare,
se si usano categorie più ristrette, come negli studi più accorti (o meno
malaccorti) ci si sforza di fare, parlando di “carne da ruminanti in
allevamento intensivo americano”.
Non sto parlando di questo, e
neppure di quello che in logica prende il nome di “fallacia di categorizzazione”,
che consiste nel collocare un oggetto nella categoria completamente sbagliata
confondendo i livelli della realtà, ad esempio confondendo il generale col
particolare. Non è neppure questo l’errore colossale di cui sto parlando. Io
punto alla “significatività” di quella proprietà definitoria, ossia a quello
che in epistemologia viene definito il problema della rilevanza causale della categorizzazione.
L’errore non consiste nel confondere il
generale con il particolare, ma l’essenziale con l’accidentale: Essentia
con Accidens, nel senso delle Categorie di Aristotele.
Il punto è che io ritengo che la categoria
“carne” sia priva di senso, e non perché è troppo generalista, ma perché
ritengo che tra un fegatino di pollo del pollaio di mia zia e una braciola di
renna del Quebec ci sia una distanza, una differenza, più grande di quella che
c’è tra lo stesso fegatino e una melanzana; sia dal punto di vista gustativo e
nutrizionale; sia da quello simbolico e culturale; sia da quello economico e
pratico; sia poi da quello ontologico e sociale; e sia infine anche da quello
ecologico e ambientale. E quindi è privo di senso metterli nello stesso insieme,
solo perché sono “carne”, tanto quanto è privo di senso mettere nello stesso
insieme i fischi e i fiaschi perché iniziano con la ‘f’. E se questa
categorizzazione è priva di senso, allora tutto ciò che ne consegue è privo di
senso.
Per questo recupero l’esempio dei
“cibi che iniziano con la lettera f”, che altrove avevo immaginato di
confrontare per impronta carbonica ai “cibi che iniziano con la lettera n”. Ammettiamo
pure, per ipotesi, che sia possibile avere una misura, consistente ed esatta,
dell’impatto ambientale di qualsiasi dieta. Chiamiamola ipotesi 0. Propongo allora un esperimento mentale, che è questo. Prendiamo
le due “diete” seguenti.
1. La dieta f-ariana, che prevede di mangiare solo cibi che
iniziano con la lettera ‘f’.
2. La dieta n-ariana, che prevede di mangiare solo cibi che iniziano con la
lettera ‘n’.
Sono diete stupide? E chi lo ha
detto? Chi stabilisce quale criterio è stupido e quale non lo è, e con quale
autorità? Se vogliamo essere neutri, e parlare solo di impatto ambientale, ci
dobbiamo astenere da ogni pregiudizio di merito: le diete f-ariana e n-ariana
sono logicamente concepibili, è possibilissimo classificare i cibi in base a
questo criterio, e tanto ci deve bastare. Quindi evitiamo di insultare gli
f-ariani e gli n-ariani e andiamo a confrontare la dieta f-ariana con quella
n-ariana, con gli stessi indicatori utilizzati nello studio. Ne risulterà, per
forza di cose, che una delle due, poniamo quella f-ariana, è meno climalterante
dell’altra. Ed il risultato è ‘scientifico’, incontrovertibile. E quindi da
domani dobbiamo smettere di mangiare cibi che iniziano con la lettera ‘n’.
Basta noci. La logica sembra stringente. Dove sta l’errore?
Il punto è che se la
categorizzazione iniziale è priva di senso, allora qualsiasi considerazione di valore che scaturisce da quella
categorizzazione è altrettanto priva di senso.
Si potrebbe aggiungere che quando
anche la misura fornita dall’indicatore fosse consistente (non lo è, ma
restiamo fedeli a ipotesi 0) comunque lo sarebbe nell’aggregato, non per ogni
elemento dell’insieme. Sarebbe a dire che anche quando avessimo stabilito con
certezza assoluta che i cibi con la ‘n’ sono nell’insieme più climalteranti di quelli con la ‘f’, questo non implica che il nasello sia più climalterante
della finocchiona, e quindi è contraddittorio proibire il nasello e non la
finocchiona, se lo scopo della proibizione è ridurre l’impatto sul clima. E questo
si chiama fallacia della divisione. Ma
in questo esperimento mentale c’è dell’altro. C’è un dettaglio che non è affatto un
dettaglio, ma un macigno colossale, tanto che mina il significato di questo e di tutti gli studi osservazionali come
questo, come ora cercherò di mostrare.
Prima una premessa. Quando lo ho
proposto, questo esempio è stato preso come uno scherzo, un boutade, forse
perché il contesto non favoriva una più seria riflessione. Ma gli esperimenti
mentali vanno presi sul serio, perché il pensiero procede così: il carrello
ferroviario di Philippa Foot, il Genio Maligno di Cartesio, la Caverna di
Platone, sono alcuni esempi di celebri esperimenti mentali, che sarebbe un
tantino superficiale liquidare col sorriso di sufficienza, dicendo “dai, chi
vuoi che lanci un carrello giù per una discesa”.
Questo mio esperimento mentale è,
secondo me, una formulazione molto precisa di un paradosso epistemologico, analogo
al paradosso di Goodman. Funziona bene perché l’insieme dei cibi che iniziano
con la lettera ’f’ è perfettamente specificato, logicamente consistente e
neppure troppo vago (le lettere sono 26). Il problema con questa categoria non
è che è “troppo generica” o “poco precisa” ma che non ha senso. Anche se può
essere utilizzata per fare analisi statistiche precise, misure riproducibili e deduzioni
logicamente coerenti.
La riproducibilità empirica e la validità statistica
di una misura non conferiscono automaticamente senso alla categoria misurata.
Ma se la mia idea dei cibi con la ‘f’ e cibi con la ‘n’ sembra una stupidaggine e fa sorridere, facciamolo
spiegare da Goodman.
Il
Paradosso di Goodman fu formulato dal filosofo
americano Nelson Goodman nel 1954, nel libro “Fatto, Finzione e Previsione” per
dimostrare che la logica pura e l’osservazione scientifica non sono sufficienti,
da sole, a stabilire quali categorie siano sensate e quali siano assurde. Si
basa sulla creazione di un nuovo predicato linguistico artificiale, il “verblu”
(
grue, crasi di green e blue). Un
oggetto si definisce verblu se soddisfa due condizioni: se viene esaminato
prima di un tempo futuro T (diciamo la mezzanotte del 31 dicembre 2030) risulta
verde; se viene esaminato dopo il tempo T, risulta blu. Se si estrae uno smeraldo in una miniera oggi e lo si osserva, questo è verde. Ma poiché lo si sta esaminando ora, prima del
2030, questo smeraldo soddisfa perfettamente anche la definizione di verblu. Ed
anche se ne esaminassimo mille, registreremmo sempre lo stesso dato: sono tutti verdi,
e di conseguenza sono tutti anche verblu. Ora, se ora si vuole
formulare una previsione per il futuro, basandosi sul metodo induttivo, hanno a
disposizione due ipotesi, basate sugli stessi identici dati:
A: Tutti gli smeraldi sono verdi (e il primo smeraldo del 2031
sarà verde).
B: Tutti gli smeraldi sono verblu (e il primo smeraldo del 2031
sarà blu).
Dal punto di vista della logica formale pura, e dei dati osservati, l’Ipotesi B
è supportata dalle stesse identiche prove dell’Ipotesi A. Ogni volta che
osserviamo uno smeraldo verde oggi, stiamo confermando contemporaneamente sia
che gli smeraldi sono verdi, sia che sono verblu. Eppure riconosciamo
intuitivamente che l’ipotesi B è assurda, come la dieta “f-ariana” che ho
inventato io. Perché? Perché la scienza non si basa solo su “fatti e logica
oggettiva”. La coerenza logica e la
misurabilità non sono criteri di significatività reale: possiamo
inventare infiniti predicati assurdi (come verblu o “cibi che iniziano
con la f”) e trovare montagne di dati statistici ed empirici che li confermano.
Per fare scienza, si deve fare per forza una scelta a priori, che non è di
natura logica né di natura empirica, ma di natura culturale. Dobbiamo
decidere prima quali categorie hanno senso per
noi, e questa è una decisione essenzialmente metafisica. Cioè
non-scientifica, se scientifico significa misurabile, riproducibile o
deducibile logicamente.
Goodman afferma che dobbiamo
scegliere quelle categorie che sono “proiettabili” nel futuro (come verde) ossia
utilizzabili per fare una previsione, ma qui risulta meno convincente, perché
non è chiaro come si possa verificare la proiettabilità nel futuro, se non a
posteriori. Riconosce correttamente che è necessario il nesso causale
della caratteristica definitoria con la variabile di interesse, ma non fornisce
un criterio operativo per verificare a priori quel nesso.

Il problema rimane aperto, finché
quindici anni più tardi prova dare una risposta Willard Van Orman Quine nel suo
saggio “Natural Kinds” (1969) in cui affronta il problema della relatività
ontologica. Quine definisce un genere naturale come un insieme di
oggetti che condividono una struttura interna, che ne determina il
comportamento e le proprietà. Un genere artificiale (o nominale) è
invece un insieme creato dall’essere umano, ritagliando la realtà in base a
criteri utilitaristici, linguistici o ideologici, che non hanno un potere
causale interno. Gli smeraldi, ad esempio, sono un genere naturale: hanno
le stesse proprietà e si comportano nello stesso modo in qualunque tempo e in
qualunque galassia si trovino, e queste proprietà sono determinate dalla loro
struttura interna. Gli “oggetti bianchi” formano invece un genere artificiale: è
una categoria reale e misurabile, ma non hanno nulla in comune dal punto di
vista causale.
Anche Quine, come Goodman,
riconosce che è decisivo il nesso causale, ma non risolve il problema se
non forse nei casi in cui è facile e immediato riconoscere quel nesso. Aggiunge
alle conclusioni di Goodman che il nesso deve essere con una qualche struttura
interna, e questa è una intuizione potente che va nella giusta direzione, ma con questo non si arriva ancora al punto. Ci si avvicina,
perché consente di smascherare quegli studi malaccorti che trattano la
categoria macroscopica “Carne” come se fosse un genere naturale, mentre dal
punto di vista ecologico è un genere puramente artificiale. Ma di fronte allo
studio meno ingenuo che usa una categoria meglio specificata, come “carne di
manzo da allevamento intensivo americano” per trarre conclusioni di natura
ecologica, si potrebbe sempre argomentare che l’impronta ecologica di questa
categoria dipende dalla caratteristica “interna” dei ruminanti di emettere
metano durante la digestione, oppure dalla loro caratteristica “intrinseca” di dover
essere alimentati con mangimi che vengono ricavati da monoculture che consumano
molta acqua.
Non ci siamo ancora. Il punto è
che queste caratteristiche, seppur “interne” alla categoria come la prima, non
sono ancora definitorie. “Carne” non è ovviamente un genere naturale,
perché la proprietà di essere “tessuto muscolare animale” dovrebbe essere la causa diretta dell’impatto ambientale di
quel cibo. Ma la proprietà di essere “carne di manzo da allevamento intensivo
americano” non è forse causa diretta dell’impatto ambientale di quel cibo? No,
perché non è necessario che sia così. Quello che manca ancora, il
dettaglio decisivo, che sfugge anche a Quine, è che la categorizzazione ha
senso ai fini di una osservazione se l’attributo che definisce la categoria,
oltre ad avere nesso causale con l’effetto oggetto dell’osservazione, ed oltre
ad avere potere causale interno, è definitorio,
ossia necessario per quella categoria.
Se fosse possibile alimentare un
manzo con un mangime OGM speciale che gli consente di non emettere metano
durante la digestione (lo si sta già facendo), quell’animale sarebbe ancora
un manzo? È questa la domanda decisiva. Se rispondiamo sì, e sono certo che
tutti noi rispondiamo senz’altro sì, soprattutto chi è animalista, allora vuol
dire che la proprietà di emettere metano durante la digestione, se pur “interna”
alla categoria dei manzi da allevamento intensivo americani, e se pur dotata di
nesso causale con le emissioni climalteranti, non è definitoria per
quella categoria.
Lo studio sta usando una
categoria definita da un attributo accidentale, che è un uso sbagliato
delle categorie, sempre e in ogni caso, anche quando supera il filtro
dell’errore categoriale, dell’errore di semplificazione categoriale, dell’errore
di aggregazione, dell’errore della variabilità spaziale; e pure del criterio di
Goodman del nesso causale, e del criterio di Quine del nesso causale con una
struttura interna.
Ma allora qual è l’uso corretto
delle categorie? Forse voglio affermare le categorie non si debbono impiegare
mai? Che sono esse stesse, in sé, un errore? Mi sembra di vederlo, Aristotele, lui
che le Categorie le ha inventate, che ha coniato per primo la stessa parola
Κατηγορίαιi, qui in piedi a braccia conserte che mi guarda e aspetta di sentire dove vado a parare:
No, non dico questo: l’essere umano,
per poter pensare il mondo multiforme e variegato, deve catalogare. Le
categorie sono uno strumento indispensabile per la comprensione del mondo, sono
la struttura portante della razionalità umana. Il punto non sono le categorie,
ma il modo in cui le usiamo. E allora per vedere come debbono e come non debbono essere usate, visto che i
massimi filosofi analitici novecenteschi che si sono cimentati con questi
problemi non hanno raggiunto una formulazione (per me) soddisfacente, ora
andiamo a chiedere direttamente a lui.
Nell’Organon, il primo dei trattati
dedicati alla logica, Aristotele ci dice che la realtà è fatta di Sostanze Prime: sono gli oggetti del mondo,
nella loro specifica, unica, identità. Il Genere o la Specie sono invece Sostanze Seconde: concetti, che la mente
umana crea per raggrupparle. E la Sostanza Seconda ha senso solo se è al servizio della Sostanza Prima.
Qui stabilisce
la distinzione decisiva, quella che lo sviluppo del pensiero moderno
post-empirista sembra avere smarrito per strada: egli distingue l’Essenza
(Τὸ τί ἦν εἶναι, ciò che rende una cosa
quella che è) dagli Accidenti (Συμβεβηκός, proprietà contingenti, che possono esserci oppure
non esserci, senza che l’oggetto cessi di essere
ciò che è). La Categoria è definita correttamente quando l’attributo che la
definisce è essenziale, è sbagliata
quando è accidentale.
Ipse dixit. Ora ci siamo. E come al solito, la definizione di Aristotele
è la migliore che si possa fornire: ci permette di riconoscere immediatamente
la categorizzazione universale
(valida sempre e ovunque) da quella strumentale,
che può avere senso anch’essa, se utilizzata per uno scopo coerente con il suo principio definitorio. Ad esempio, la
categorizzazione dei “cibi che iniziano con la terra F” ha perfettamente senso,
se stiamo stilando l’indice analitico di un manuale di cucina, e dobbiamo
ordinare le ricette in ordine alfabetico; perché questa categorizzazione è l’unica, tra le infinite possibili, ad
essere coerente con questo scopo. Non
ce l’ha, se vogliamo catalogare i cibi in relazione alla loro impronta
ecologica, perché il fatto che i cibi con la f siano meno inquinanti dei cibi
con la n, anche se fosse vero, non dipende dal fatto che iniziano con la
lettera f. Allo stesso modo, la categoria “carne di manzo da allevamento
intensivo americano” ha senso se vogliamo appiccicare l’etichetta su una
bistecca confezionata alla Coop, perché è l’unica
coerente con lo scopo delle etichette dei prodotti del supermercato, che è
informare il consumatore come la legge in vigore prescrive. Non ce l’ha, se
vogliamo catalogare i cibi in relazione alla loro impronta ecologica, perché il
fatto che la carne di manzo da allevamento intensivo americano sia più
inquinante dei pomodori da coltura idroponica olandese, anche se è vero, non
dipende dal fatto che è carne di manzo da allevamento intensivo americano.
Dipende da una serie di attributi accidentali, non essenziali, della carne di
manzo da allevamento intensivo americano; attributi che sono accidentali perché
se anche non ci fossero quella carne di manzo da allevamento intensivo americano
sarebbe comunque quello che è. E quindi
la categorizzazione non è una categorizzazione universale. E se è una
categorizzazione strumentale, allora non è valida, perché il principio
definitorio, ossia l’essere carne di manzo da allevamento intensivo americano,
non è coerente con lo scopo (quello dichiarato) della categorizzazione, che
vorrebbe essere misurare l’impronta ecologica dei cibi. Non è coerente, perché
non è unica: possono servire a questo
scopo infinite categorizzazioni alternative. I cibi ultra processati
industriali contro i cibi naturali. I cibi prodotti in Europa contro i cibi prodotti
in America. I cibi Halal, contro i cibi Kosher. E via così all’infinito.
Ecco da dove ha origine il
giustificato sospetto che questi “studi” stiano contrabbandando per
preoccupazione ambientale un qualche altro scopo nascosto: se tu scegli una categorizzazione che non è
universale, e non è coerente, il fondato sospetto è che tu stia nascondendo il
tuo vero scopo, e che stia inseguendo la giustificazione ’scientifica’ alla tua
volontà di prevaricazione.
Se leggo uno studio che mette a confronto l’impronta
ecologica dei cibi Halal con quella dei cibi Kosher, io penso subito che ci sia
sotto la volontà di un islamico, o di un ebreo, di dimostrare la superiorità
del suo pregiudizio, per giustificare poi la pretesa di imporlo con la forza.
Perché quelle categorie non sono universali, e non sono coerenti.
Se leggo uno
studio che mette a confronto l’impronta ecologica dei cibi prodotti un Europa
con quella dei cibi prodotti negli USA, io penso subito che ci sia sotto la
volontà di un europeo, o di un americano, di dimostrare la superiorità del suo
sistema di produzione, per giustificare poi la pretesa di imporre dazi o altri
provvedimenti di lotta commerciale. Perché quelle categorie non sono
universali, e non sono coerenti. Questi sospetti non sono affatto campati in
aria: sono giustificati, abbondantemente, dall’uso improprio della categorie
che osservo.
Potrebbe bastare. E invece no. C’è
una cosa ancora che voglio dire, che è ancora più importante. Io mi chiedo come
sia possibile. Come sia possibile che Nature pubblichi un articolo così
clamorosamente biased, che fa uso di una categorizzazione così palesemente
incoerente; e ancora di più mi chiedo come sia possibile che nessuno se ne
accorga. La parte più importante è questa: ma cosa è successo alla ricerca
scientifica contemporanea? Sono tutti rincoglioniti? Dobbiamo ripartire da
Aristotele?

Facciamo un po’ di storia, allora.
La distinzione aristotelica tra Essentia
e Accidentes rientra nella cultura
Europea con il trattato giovanile di Tommaso d’Aquino “De Ente ed Essentia” del
1256. Prima di allora, l’impostazione concettuale fondamentale della cultura
europea era quella che Sant’Agostino ereditava da Platone, nella versione
cristianizzata. Platone collocava le Idee (Categorie) nel suo Iperuranio,
Agostino le colloca nella Mente di Dio, ma per entrambi esse erano entità
eterne e immutabili che precedono gli oggetti del mondo. Sono “Ante Rem”,
secondo la celebre formula impiegata nella Disputa degli Universali.
Tommaso organizza la realtà
stabilendo che ciò che Aristotele chiamava “quello rende l’oggetto ciò che è” è
la sua Essentia, che è eterna e
immutabile, mentre l’Accidens non ha
una stabilità propria: la sua natura consiste nell’ “essere in qualcos’altro”.
Tommaso riprende quindi le nove categorie di accidenti di Aristotele e le mappa
rigorosamente: Quantità, Qualità. Relazione, Azione, Passione, Luogo, Tempo,
Posizione, Stato; ed afferma che l’accidente ha bisogno della sostanza per
esistere (il colore rosso esiste solo in quanto proprietà di un oggetto).
Colloca gli Universali “In Re”: gli universali esistono, ma hanno senso solo se
“incarnati” negli oggetti del mondo.
Il modo in cui Tommaso d’Aquino e
la Scolastica avevano organizzato i concetti di Essenza, Genere e Accidente
costituì il terreno di scontro da cui partì la rivoluzione scientifica del
Seicento. La scienza galileiana nacque proprio rifiutando la caccia alle “Essenze”
astratte per concentrarsi sulla misurazione quantitativa degli “Accidenti”,
perché solo questi erano osservabili. Galileo adottò senza indugi la terza
posizione della grande Disputa medievale, il nominalismo di Guglielmo da Ockham, secondo cui gli Universali non
esistono da nessuna parte, esistono solo gli oggetti, singoli e unici. I
termini generali sono solo “nomi”, flatus vocis, etichette astratte che
l’uomo si inventa per comodità di classificazione. E questa è la posizione di
fondo che successivamente, soprattutto per tramite dell’empirismo inglese, si
consolida come unica possibile nella codifica del metodo scientifico moderno.
Ecco il punto. Questa nostra impostazione concettuale moderna vorrebbe farne a meno, degli universali, ossia delle
categorie. Salvo poi accorgersi che naturalmente non può farne a meno, perché senza di esse non si riesce a
confezionare neppure una lista della spesa che sia utile a qualcosa. E allora
le recupera e le usa, ma a cazzo di cane, senza avere riflettuto prima su di
esse, ed avendo colpevolmente dimenticato (o peggio avendo rifiutato con
supponenza) tutte quelle feconde riflessioni che in merito ad esse si erano
fatte per secoli. Men che meno la ricerca scientifica vuol sentir parlare di “Essenza”,
perché l’Essere, che per il pensiero
antico era la base fondamentale di ogni riflessone filosofica, per noi moderni è un concetto ‘vago’, ‘indefinito’,
e quindi maledettamente ‘antiscientifico’. Per questo Quine, che pure ne intuisce la necessità, si riduce a chiamarla “struttura interna”, incartandosi poi nella sua definizione: egli non dispone della parola Essentia nel suo vocabolario analitico.
Peccato che - come hanno dovuto
riconoscere Goodman, Putnam, Quine, Davidson, Kripke e gli altri filosofi della scienza
che si sono cimentati col tema con un briciolo di attenzione - una scienza che
pretenda di usare solo dati e logica pura non è possibile. I dati devono necessariamente essere organizzati in
classi prima dell’analisi, ma né le osservazioni sperimentali, ne la logica formale sono
in grado di fornire un criterio universale di categorizzazione, né di
giustificare quello che hai scelto tu, come dimostrano il mio paradosso e
quello di Goodman. E quindi dietro ogni proposizione scientifica dotata di
senso c’è una posizione metafisica
nascosta, che per giustificarsi ha bisogno di un riferimento all’Essenza. Se non
hai prima fornito una risposta, eventualmente anche approssimativa, alla
domanda delle domande, quella che indaga l’essenza dell’Essere, tutte le tue belle
analisi rigorose, con i grafici e le tabelle, con le inferenze più eleganti, e con
tutta la statistica, le potenti regressioni, e analisi della varianza, e tutto l’armamentario analitico di cui la scienza ci ha dotato,
sono solo un esercizio di stile, privo di significato.
Aristotele avrebbe detto
“grazie al Kazzo”, ma per noi questa è eresia. Negli studi scientifici,
sicuramente in questi qua ma forse in tutti quanti, compresi i più importati e
significativi, c’è quindi una variabile inconfessabile, nascosta sotto al tappeto,
che è la scelta metafisica, o morale,
che ha fornito il criterio di classificazione.
La mia conclusione è molto
prossima a quello che fu il tema centrale nel pensiero di Hilary Putnam, ossia
che - soprattutto nelle discipline più distanti dalle scienze dure, sociologia,
economia, ed ora anche ecologia - la scienza non è neutrale affatto. Sceglie le
tesi che gli piacciono, e poi si ingegna per raccogliere e organizzare i dati e
le osservazioni in modo da confermare il suo pregiudizio. Anche quando si
ammanta di ‘oggettività’, farcendo i suoi paper
di grafici, numeri e misure sperimentali, sta solo cercando di fornire una
giustificazione alle sue ambizioni normative. E la pretesa distinzione tra ‘opinioni’
e ‘fatti’ è poco più che una superstizione.