lunedì 1 agosto 2011

Saluto a Giuseppe D'Avanzo

L'ultimo pezzo.

Le motivazioni della sentenza del processo Mondadori: decisioni cambiate a suo favore. Il premier ha voluto, organizzato, finanziato la corruzione di Vittorio Metta che gli consegna la più grande casa editrice del Paese.

" Se non si ricorda come sono andate le cose venti anni fa, ci si puo' lasciare confondere dal frastuono sollevato dai commessi ubbidienti dell'Egoarca.
Dunque. Due privati cittadini, capi d'impresa, si trovano in conflitto per la proprietà della Mondadori. Accade che gli eredi del fondatore (Arnoldo Mondadori) pattuiscano con Carlo De Benedetti (editore di questo giornale) la cessione della loro quota entro un termine, 30 gennaio 1991. Tra i soci c'è anche Silvio Berlusconi. Mai schietto, lavora nell'ombra. Traffica. Intriga. Ottiene che gli eredi passino nel suo campo. Nasce una lite. La decidono tre arbitri a favore di De Benedetti.

Berlusconi impugna il lodo dinanzi alla Corte d'appello di Roma. E' qui si consuma il coup de théatre, il crimine, il robo. All'indomani della camera di consiglio, il giudice relatore Vittorio Metta deposita centosessantasette pagine d'una sentenza che dà partita vinta a Berlusconi. Era stata già scritta e non l'ha scritta il giudice e non è stata scritta nemmeno nello studio privato o nell'ufficio del giudice in tribunale. Preesisteva, scritta altrove. Il giudice ha venduto la sentenza per quattrocento milioni di lire - il giudizio è definitivo, è res iudicata (Corte d'appello di Milano, 23 febbraio 2007, respinto il ricorso dalla Cassazione il 13 luglio 2007) .

Il corruttore è Silvio Berlusconi. Ascoltate, perché questo è un brano della storia che solitamente viene trascurato. L'Egoarca porta a casa la ghirba per un lapsus del
legislatore. Il parlamento vuole inasprire la pena della corruzione quando il corrotto vende favori processuali. Ma i redattori della legge dimenticano, compilandola, il "privato corruttore". Così per Berlusconi - è il "privato" che corrompe il giudice - non vale la nuova legge più severa (corruzione in atti giudiziari), ma la norma preesistente più blanda (corruzione semplice). Questa, con le attenuanti generiche, decide della prescrizione del delitto. Un colpo fortunato sovrapposto a un "aiutino" togato. Nel 2001, l'Egoarca è a capo del governo. Per il suo alto incarico gli vanno riconosciute - sostengono i giudici (e poi, irriconoscente, il Cavaliere si lamenta delle toghe) - le attenuanti generiche e quindi la prescrizione e non come sarebbe stato più coerente, proprio in ragione delle pubbliche responsabilità, le aggravanti e quindi la condanna insieme agli uomini (gli avvocati Previti, Acampora e Pacifico) che, nel suo interesse, truccarono il gioco.

Allora, per chi vuole ricordare, le cose stanno così: Berlusconi ha voluto, organizzato, finanziato la corruzione di Vittorio Metta che gli consegna - come il bottino di una rapina - la più grande casa editrice del Paese, ma non può essere punito.
Con buona pace di Marina Berlusconi e dei suoi argomenti ("un esproprio") e arroganza ("neppure un euro è dovuto da parte nostra"), dov'è la politica in questa storia? C'è soltanto la contesa di mercato tra due imprenditori. Uno dei due, Berlusconi, si muove come un pirata della Tortuga. Non gli va bene. Lascia troppe tracce in giro. Lo beccano. La sentenza della Corte d'appello civile è molto chiara in due punti decisivi.

1. Berlusconi è il corruttore. Scrivono i giudici: "Ai soli fini civilistici del giudizio, Silvio Berlusconi è corresponsabile della vicenda corruttiva".
2. Con la corruzione del giudice, Berlusconi non ha soltanto sottratto a De Benedetti la chance di prevalere nella causa sul controllo del gruppo Mondadori-Espresso (come ha sostenuto la sentenza di primo grado), ma gli ha impedito di vincere perché De Benedetti senza la corruzione giudiziaria avrebbe di certo conquistato un verdetto favorevole alle sue ragioni.

Oggi a distanza di venti anni, che non sono pochi soprattutto per chi ha patito l'inganno, Berlusconi - evitato il castigo penale - paga il prezzo della rapina, risarcendone il danno. Tutto qui?
Andiamoci piano. E' un "tutto qui" che ci racconta molte cose di Berlusconi e qualcuna sul berlusconismo.
Si sa, il Cavaliere si lamenta: "Mi trattano come se fossi Al Capone". Lo disse accompagnando la sentenza di primo grado, in questo processo civile. La sentenza di appello ci consente di comprendere meglio che cosa l'Egoarca condivida con Al Capone: il rifiuto delle regole, il disprezzo della legge, l'avidità. Lo abbiamo già scritto in qualche altra occasione. Come Al Capone testimonia simbolicamente la crisi di legalità negli Stati Uniti degli Anni Venti, Berlusconi rappresenta - ne è il simbolo - l'Italia corrotta degli Anni Ottanta e Novanta, la crisi strutturale della sfera pubblica che ancora oggi, nonostante Tangentopoli, comprime il futuro del Paese. E' infatti irrealistico immaginare Berlusconi fuori dal corso di quegli eventi: capitali oscuri, costanti prassi corruttive, liaisons piduistiche, un'ininterrotta presenza nel sottosuolo pubblico dove non esiste un angolo pulito. Berlusconi è quella storia e senza amnistie, senza un incessante e rinnovato abuso di potere, senza riforme del codice e della procedura preparate dai suoi governi, egli sarebbe considerato oggi un "delinquente abituale".

Accostiamo, per capire meglio, la sentenza di ieri della Corte d'appello civile di Milano con gli esiti processuali di un altro processo per corruzione. Questa volta non di un giudice, ma di un testimone, David Mills.
Lo si ricorderà. David Mills, per conto e nell'interesse di Berlusconi e con il suo coinvolgimento "diretto e personale", crea e gestisce "64 società estere offshore del group B very discreet della Fininvest", dove transitano quasi mille miliardi di lire di fondi neri; i 21 miliardi che hanno ricompensato Bettino Craxi per l'approvazione della legge Mammì; i 91 miliardi (trasformati in Cct) destinati non si sa a chi (se non si vuole dar credito a un testimone che ha riferito come "i politici costano molto ed è in discussione la legge Mammì"). E ancora, il controllo illegale dell'86 per cento di Telecinco (in disprezzo delle leggi spagnole); l'acquisto fittizio di azioni per conto del tycoon Leo Kirch contrario alle leggi antitrust tedesche; la risorse destinate poi da Cesare Previti alla corruzione dei giudici di Roma tra i quali (appunto) Vittorio Metta; gli acquisti di pacchetti azionari che, in violazione delle regole di mercato, favorirono le scalate a Standa, Mondadori, Rinascente. In due occasioni (processi a Craxi e alle "fiamme gialle" corrotte), David Mills mente in aula per tener lontano il Cavaliere dai guai, da quella galassia societaria di cui l'avvocato inglese si attribuì la paternità ricevendone in cambio "enormi somme di denaro, estranee alle sue parcelle professionali", come si legge nella sentenza che lo ha condannato.

Sono sufficienti questi due approdi processuali (Mondadori e Mills) per guardare dentro la "scatola degli attrezzi" di Silvio Berlusconi e lasciare senza mistero la sua avventura imprenditoriale. Da quelle ricostruzioni, che non hanno mai incontrato un'alternativa accettabile, ragionevole, credibile nelle parole o nei documenti del Cavaliere, si può comprendere come è nato il Biscione e di quali deformità pubbliche e fragilità private ha goduto per diventare un impero. Se solo la memoria non avesse delle sincopi, spesso determinate dal controllo pieno dell'informazione, che cosa ne sarebbe allora del "corpo mistico" dell'ideologia berlusconiana, della sua agiografia epica? Chi potrebbe credere alla favola del genio, dell'uomo che si fatto da sé con un "fare" instancabile, ottimistico e sempre vincente, ispirato all'amore e lontano dal risentimento?

La verità è che finalmente, dopo un ventennio, comincia a far capolino e - quel che più conta - a diventare consapevolezza anche tra chi gli ha creduto come, al fondo della fortuna del premier, ci sia il delitto e quindi la violenza. Scorriamo i reati che gli sono stati contestati nei dodici processi che ha subito finora. Salta fuori il resoconto degli "attrezzi" del Mago: evasione fiscale; falso in bilancio; manipolazione delle leggi che regolano il mercato e il risparmio; corruzione della politica (che gli confeziona leggi ad hoc); della polizia tributaria (che non vede i suoi conti taroccati); dei giudici (che decidono dei suoi processi); dei testimoni (che lo salvano dalle condanne). Senza il controllo dei "dispositivi della risonanza" - ripeto - sarebbe chiaro da molto tempo come la chiave del successo di Berlusconi la si debba cercare nel malaffare, nell'illegalità, nel pozzo nero della corruzione della Prima Repubblica, di cui egli è il figlio più longevo.
Oggi come ieri per far dimenticare la sua storia, per nascondere il passato, salvare il suo futuro, tenere in vita la mitologia dell'homo faber, Berlusconi non inventerà fantasmagoremi. L'Egoarca muove sempre gli stessi passi, ripete sempre le stesse mosse. Come per un riflesso automatico, si esibirà nell'esercizio che gli riesce meglio: posare da vittima "politica", bersaglio di un complotto politico-giudiziario. Confondendo come sempre privato e pubblico, con qualche metamorfismo mediatico - ha degli ordigni e sa usarli - trasformerà la sua personale e privatissima catastrofe di imprenditore, abituato all'imbroglio e al crimine, in affaire politico che decide del destino della Nazione. Ha cominciato la figlia Marina, accompagnata dalla volgarità ingaglioffita e aggressiva dei corifei. Domani - comoda la prognosi - sarà il Cavaliere a menare la danza in prima fila. Con un mantra prevedibile e in attesa di escogitare un qualche sopruso vincente, dirà: "Contro di me tentano un attacco patrimoniale".

Vedremo così allo scoperto il più autentico statuto del berlusconismo: l'affermazione di un potere statale esercitato direttamente da un tycoon che sfrutta apertamente, e senza scrupoli, la funzione pubblica come un modo per proteggere i suoi interessi economici. Ieri, ne abbiamo già avuto un saggio nella tempesta declamatoria dell'intero gruppo dirigente del "partito della libertà" dove si è distinto Maurizio Lupi, che nella settimana che si apre sarà addirittura ministro di Giustizia. Le sue parole sono quasi il paradigma della devastazione della legalità che il berlusconismo ha codificato. L'uomo spesso posa a riformista dialogante, ma nell'ora decisiva mostra il suo volto più reale. Dice: "In qualsiasi Paese una sentenza che intima al leader di maggioranza di risarcire il vero leader dell'opposizione (De Benedetti ha la tessera n. 1 del Pd) avrebbe suscitato unanime condanna". Davvero in qualsiasi Paese, con l'eccezione di un'Italia gobba afflitta da malattie organiche, un imbroglione avrebbe potuto nascondere agli elettori le sue tecniche fino a diventare capo del governo? In quale altro Paese, scoperto l'imbroglio, il neoministro di Giustizia quasi come atto programmatico ne invoca l'impunità pretendendo la severa punizione dell'eretico che, truffato, ha chiesto il rispetto dei suoi diritti? In quale altro Paese un delitto commesso da un privato può essere cancellato in nome della sua funzione pubblica? Nelle poche parole del neoministro si può rintracciare il compendio delle "qualità" del ceto politico berlusconiano, i suoi strumenti, il suo metro: ignoranza, immoralismo cinico, illegalismo istituzionale, chiassosi stereotipi, menzogna sistematica e la totale eclissi dei due archetipi del sentimento morale: la vergogna e la colpa. Con tutta evidenza, siamo soltanto all'inizio del triste spettacolo che andrà in scena nelle prossime settimane perché - è chiaro - Berlusconi può abbozzare sulla manovra fiscale che riguarda gli altri, ma qui parliamo di lui, della sua "roba". E' per la "roba" che si è fatto politico e con la politica che vorrà salvare la sua "roba". Costi quel che costi.
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Giuseppe D'Avanzo
10 luglio 2011

domenica 15 maggio 2011

Sull' Articolo di Asor Rosa

Questo articolo muove una critica diretta alla "opposizione" al regime, compresa quella del Fatto Quotidiano, che ha preso compatta le distanze da Asor Rosa senza capire che ha ragione, e anzi è estremamente lucido.
Quando confronta la situazione italiana attuale a quella della Germania del '33, con Hindenburg che cede per stanchezza senile e dopo lunghi tentennamenti conferisce a Hitler la carica di Cancelliere, con i rappresentanti più importanti dell’alta borghesia tedesca che pur piene di dubbi stanno a guardare, fa un paragone che per esattezza fa paura. Noi che adesso siamo a sperare che il vecchio Napolitano, da solo, tenga e non gli permetta di demolire quel poco che rimane delle garanzie Costituzionali, siamo nella stessa situazione. E il regime, come quello di Hitler, è composto da un unico capo folle-delinquenziale circondato da complici senza scrupoli, invasati, opportunisti, servitori, puttane, lacchè, e idioti totali.
Prova a immaginare la faccia di Napolitano con i baffoni alla Nietzsche e l'elmo a punta prussiano, e dimmi se non ti viene un brivido lungo la schiena tanto è azzeccato il paragone.

Certo la soluzione che propone Asor Rosa è improbabile, ma l'unica alternativa possibile, la guerra civile, lo è anche di più. Asor Rosa non è un vecchio rincoglionito, è uno che la storia la conosce, e sa che quando il punto di non ritorno è superato, e nella presente situazione lo è, non si torna indietro e l'unica via d'uscita è l'atto di forza. Ci sono due possibilità in questi casi: l'atto di forza dal basso, l'insurrezione; e l'atto di forza dall'alto, il golpe.

Per la prima non siamo pronti. Non siamo capaci, credo, di fare come gli Egiziani o i Libici: occupare le piazze senza tornare a casa alle sette e mezzo per cena, ma restando lì ad aspettare la reazione del regime, per contro-reagire e scatenare la guerra civile (come in Libia), oppure attendere la resa del regime, con il boss che molla il potere e scappa ad Antigua con dei sacchi di soldi una aeroplanata di puttane (come in Egitto) mentre i suoi servi si danno al si salvi chi può.
Il popolo italiano è stordito dalle tivvù, e a parte una minoranza consapevole non si è accorto di nulla.
Come nel regime fascista, vive nel mondo di Avalon creato dalla propaganda del regime, convinto che sia tutto regolare, che la "democrazia" sia ancora tale, che vada bene così.
Come nel regime fascista, il panem et circences gli basta: la situazione economica ristagna da venti anni e le condizioni delle famiglie sono le peggiori d'Europa, ma finché la fame non arriverà al punto di commissariare il prezzo il pane, la propaganda del regime riuscirà a far credere a questi allocchi che va tutto bene, e che se qualcosa va male è colpa dei comunisti.
E dato che, finché siamo dentro l'Europa almeno, le condizioni minime di sopravvivenza sono e saranno (si spera) salvaguardate, non siamo maturi per la rivolta.
Eppure la reazione di piazza, se ne fossimo capaci, forse potrebbe servire (infatti la temono: guarda con quale terrore attendevano le manifestazioni per i 150 anni dell'Unità d'Italia) e potrebbe forse fermarsi prima della guerra civile. Forse il lurido potrebbe scegliere la strada di Mubarak, non quella di Gheddafi, e scappare; per una repressione con i carri armati all'interno dell'Europa non ci sono le condizioni. Purtroppo però non siamo all'altezza, e finché il lurido controllerà i giornali e le televisioni stordicervelli il lotto dei consapevoli sarà sempre troppo esiguo.

Dunque, dice Asor Rosa, rimane solo la seconda. E la storia ci insegna che non è impossibile affatto. Anzi. La democrazie occidentali sono nate da delle elites borghesi che nei primi periodi dovettero cospirare, perché erano in minoranza. La prima Costituzione liberale della storia, la Costituzione di Cadice del 1812, fu proclamata da un gruppo di militari, grandi borghesi e intellettuali illuminati in un momento in cui il re di Spagna era distratto perché impegnato da Napoleone. Nel dollaro USA stanno simboli massonici perché la democrazia negli USA si diffuse e si impose con metodi non-democratici, proprio come suggerisce Asor Rosa, tramite società segrete composte da gruppi di intellettuali e grandi borghesi.
La Giovine Italia di Giuseppe Mazzini era una società segreta composta da intellettuali, grandi borghesi e militari.
Oggi la massoneria si è ridotta a un comitato d'affari semi-leciti finalizzata al favore di scambio, che male si distingue da una mafia, o nelle ipotesi migliori a una specie di circolo hobbistico dell'ospedale geriatrico. Ma nella sua origine non era questo, era un consesso di Uomini di Valore, che non inciucciava con il potere ma cospirava contro di esso, assumendosene i rischi e pagandone le conseguenze. E proprio in questo stava il Valore. Per questo, con ragione, come gli USA anche noi nelle commemorazioni risorgimentali ricordiamo questi massoni come degli eroi. Perché a leccare il culo ai potenti, come fa giuliano ferrara, non si è eroi; lo si è a lottare contro i potenti, in nome dei propri principi.
Allora, viene da chiedere: dove sono i Massoni, adesso?
Se Giuseppe Mazzini fosse qui ora, si metterebbe in fila per leccare il culo di berlusconi anche lui, o cospirerebbe contro il regime, come contro i Savoia?
Perché nel momento in cui la democrazia collassa in regime, e tutte le garanzie costituzionali sono saltate, la funzione storica della Massoneria, che si era esaurita con la strutturazione delle democrazie moderne nella forma liberal-borghese, torna ad essere attuale.
Quella segretezza, tratto distintivo della Massoneria, quelle carnevalate dei cappucci e dei compassi, dei maestri e gran priori, tornano ad avere un senso. Se tu vieni introdotto in una riunione segreta dal tuo maestro, e parli con quattro uomini incappucciati senza sapere chi sono, poi non puoi andare a denunciarli. Se anche sei un infiltrato del regime, tu non puoi fare il delatore, puoi denunciare solo il tuo maestro.
E' un meccanismo di sicurezza tipico delle società segrete che devono proteggersi, simile a quello delle cellule terroristiche; che ha una logica diversa da quella di vecchi rincoglioniti che giocano al klukluxCLUB del compassino, o che non vogliono far sapere alle mogli o ai carabinieri le porcate che fanno.
Si tinge di un colore diverso, non fa schifo, ora: torna ad essere nobile, come fu due secoli fa.
Non ci sarebbero gli estremi per farlo di nuovo, adesso? No?
Immaginiamo una riunione in un palazzo romano, in cui si incontrassero Gianfranco Fini, Luca di Montezemolo, il capo di stato maggiore della Marina Bruno Branciforte e un generale dei carabinieri, poi Sabino Cassese, Edmondo Bruti Liberati, Mario Draghi, Il cardinale Tarcisio Bertone, e un emissario della Regina d'Inghilterra.
Una riunione così io me la immagino, chi sa perché, al Ghetto Ebraico, così facciamo il complotto "demo-pluto-giudo-massonico".
Ebbene, avrebbe ragione, questa riunione, di esistere? Avrebbe un senso? E avrebbe ragione di essere segreta? A me pare proprio di sì.
E mi pare che gli estremi per battere questa strada ci siano tutti, anzi che sia l'unica alternativa pensabile alla rassegnazione o alla guerra civile, essendo falliti tutti i tentativi di abbattere il regime per vie istituzionali, ultimo quello del 14 dicembre.
Ai Massoni italiani dico: Massoni, dove siete? Tutti nella P2 con la lingua felpata e la mano sul portafogli? O a giocare col compassino? Deve tornare Garibaldi a mollarvi un calcio nel culo e svegliarvi? Deve pensarci un "comunista" come Asor Rosa a ricordarvi come si fanno le rivoluzioni Liberali?
Ad Alberto Asor Rosa, invece, non ho niente da dire. Ha ragione.
L'unico appunto che gli farei è che scrivendo quell'articolo ha dato il destro, pure lui, alla propaganda di regime, e infatti giuliano ferrara lo ha sfruttato subito pro domo sua.
Queste cose non si scrivono, si fanno. Ma un vecchio professore di Letteratura italiana della Sapienza che altri strumenti può avere, diversi dallo scrivere?

sabato 30 aprile 2011

L'articolo di Asor Rosa

L'articolo di Alberto Asor Rosa di cui si discute da qualche giorno. Lo riporto perché dice qualcosa di nuovo, se qualcuno legge questo blog lancio uno spunto di discussione. Ne hanno preso le distanze tutti anche quelli del Fatto quotidiano (quasi tutti, Vattimo per esempio no, e allora Bravo Vattimo) a me invece pare che abbia ragione in pieno. Finalmente si descrivono i fatti per quello che sono. Ci voleva Asor Rosa?
N



Non c'è più tempo

Capisco sempre meno quel che accade nel nostro paese. La domanda è: a che punto è la dissoluzione del sistema democratico in Italia? La risposta è decisiva anche per lo svolgimento successivo del discorso. Riformulo più circostanziatamente la domanda: quel che sta accadendo è frutto di una lotta politica normale, nel rispetto sostanziale delle regole, anche se con qualche effetto perverso, e tale dunque da poter dare luogo, nel momento a ci delegato, ad un mutamento della maggioranza parlamentare e dunque del governo?

Oppure si tratta di una crisi strutturale del sistema, uno snaturamento radicale delle regole in nome della cosiddetta sovranità popolare, la fine della separazione dei poteri, la mortificazione di ogni forma di pubblico (scuola, giustizia, forze armate, forze dell'ordine, apparati dello stato, ecc.), e in ultima analisi la creazione di un nuovo sistema populistico-autoritario, dal quale non sarà più possibile (o difficilissimo, ai limiti e oltre i confini della guerra civile) uscire?
Io propendo per la seconda ipotesi (sarei davvero lieto, anche a tutela della mia turbata tranquillità interiore, se qualcuno dei molti autorevoli commentatori abituati da anni a pietiner sur place, mi persuadesse, - ma con seri argomenti - del contrario). Trovo perci sempre più insensato, e per molti versi disdicevole, che ci si indigni e ci si adiri per i semplici vaff... lanciati da un Ministro al Presidente della Camera, quando è evidente che si tratta soltanto delle ovvie e necessarie increspature superficiali, al massimo i segnali premonitori, del mare d'immondizia sottostante, che, invece d'essere aggredito ed eliminato, continua come a Napoli a dilagare.
Se le cose invece stanno come dico io, ne scaturisce di conseguenza una seconda domanda: quand'è che un sistema democratico, preoccupato della propria sopravvivenza, reagisce per mettere fine al gioco che lo distrugge, - o autodistrugge? Di esempi eloquenti in questo senso la storia, purtroppo, ce ne ha accumulati parecchi.
Chi avrebbe avuto qualcosa da dire sul piano storico e politico se Vittorio Emanuele III, nell'autunno del 1922, avesse schierato l'Armata a impedire la marcia su Roma delle milizie fasciste; o se Hinderburg nel gennaio 1933 avesse continuato ostinatamente a negare, come aveva fatto in precedenza, il cancellierato a Adolf Hitler, chiedendo alla Reichswehr di far rispettare la sua decisione?
C'è sempre un momento nella storia delle democrazie in cui esse collassano più per propria debolezza che per la forza altrui, anche se, ovviamente, la forza altrui serve soprattutto a svelare le debolezze della democrazia e a renderle irrimediabili (la collusione di Vittorio Emanuele, la stanchezza premortuaria di Hinderburg).
Le democrazie, se collassano, non collassano sempre per le stesse ragioni e con i medesimi modi. Il tempo, poi, ne inventa sempre di nuove, e l'Italia, come si sa e come si torna oggi a vedere, è fervida incubatrice di tali mortifere esperienze. Oggi in Italia accade di nuovo perché un gruppo affaristico-delinquenziale ha preso il potere (si pensi a cosa ha significato non affrontare il conflitto di interessi quando si poteva!) e pu contare oggi su di una maggioranza parlamentare corrotta al punto che sarebbe disposta a votare che gli asini volano se il Capo glielo chiedesse. I mezzi del Capo sono in ogni caso di tali dimensioni da allargare ogni giorno l'area della corruzione, al centro come in periferia: l'anormalità della situazione è tale che rebus sic stantibus, i margini del consenso alla lobby affaristico-delinquenziale all'interno delle istituzioni parlamentari, invece di diminuire, come sarebbe lecito aspettarsi, aumentano.
E' stata fatta la prova di arrestare il degrado democratico per la via parlamentare, e si è visto che è fallita (aumentando anche con questa esperienza vertiginosamente i rischi del degrado).
La situazione, dunque, è più complessa e difficile, anche se apparentemente meno tragica: si potrebbe dire che oggi la democrazia in Italia si dissolve per via democratica, il tarlo è dentro, non fuori.
Se le cose stanno così, la domanda è: cosa si fa in un caso del genere, in cui la democrazia si annulla da sè invece che per una brutale spinta esterna? Di sicuro l'alternativa che si presenta è: o si lascia che le cose vadano per il loro verso onde garantire il rispetto formale delle regole democratiche (per es., l'esistenza di una maggioranza parlamentare tetragona a ogni dubbio e disponibile ad ogni vergogna e ogni malaffare); oppure si preferisce incidere il bubbone, nel rispetto dei valori democratici superiori (ripeto: lo Stato di diritto, la separazione dei poteri, la difesa e la tutela del pubblico in tutte le sue forme, la prospettiva, che deve restare sempre presente, dell'alternanza di governo), chiudendo di forza questa fase esattamente allo scopo di aprirne subito dopo un'altra tutta diversa.
Io non avrei dubbi: è arrivato in Italia quel momento fatale in cui, se non si arresta il processo e si torna indietro, non resta che correre senza più rimedi né ostacoli verso il precipizio. Come?
Dico subito che mi sembrerebbe incongrua una prova di forza dal basso, per la quale non esistono le condizioni, o, ammesso che esistano, porterebbero a esiti catastrofici. Certo, la pressione della parte sana del paese è una fattore indispensabile del processo, ma, come gli ultimi mesi hanno abbondantemente dimostrato, non sufficiente.
Ci cui io penso è invece una prova di forza che, con l'autorevolezza e le ragioni inconfutabili che promanano dalla difesa dei capisaldi irrinunciabili del sistema repubblicano, scenda dall'alto, instaura quello che io definirei un normale stato d'emergenza, si avvale, più che di manifestanti generosi, dei Carabinieri e della Polizia di Stato congela le Camere, sospende tutte le immunità parlamentari, restituisce alla magistratura le sue possibilità e capacità di azione, stabilisce d'autorità nuove regole elettorali, rimuove, risolvendo per sempre il conflitto d'interessi, le cause di affermazione e di sopravvivenza della lobby affaristico-delinquenziale, e avvalendosi anche del prevedibile, anzi prevedibilissimo appoggio europeo, restituisce l'Italia alla sua più profonda vocazione democratica, facendo approdare il paese ad una grande, seria, onesta e, soprattutto, alla pari consultazione elettorale.
Insomma: la democrazia si salva, anche forzandone le regole. Le ultime occasioni per evitare che la storia si ripeta stanno rapidamente sfumando. Se non saranno colte, la storia si ripeterà. E se si ripeterà, non ci resterà che dolercene. Ma in questo genere di cose, ci se ne pu dolere, solo quando ormai è diventato inutile farlo. Dio non voglia che, quando fra due o tre anni lo sapremo con definitiva certezza (insomma: l'Italia del '24, la Germania del febbraio '33), non ci resti che dolercene.