domenica 11 agosto 2019

Da Voltaire a Ventura






Mente profonda capace di pensiero minuto, dotato di vasta erudizione ma con filosofica attitudine al dubbio, soprattuto sempre armato di curiosità sincera e di capacità di autocritica, Raffaele Alberto Ventura è una curiosa sintesi di bon sens borghese e sentimento antiborghese. 
Arrivato da outsider nella cittadella della cultura - dove si è guadagnato il suo spazio passando dalla porta di servizio, attraverso un blog e una pagina Fb - in poco tempo ha fatto parlare di sè e si è guadagnato un posto al sole tra i maître à penser delle nuove generazioni. 
Con pieno merito, perché ha delle doti molto rare. È un attentissimo osservatore che sa vedere il generale nel particolare; ascolta, e poi assorbe e rielabora tutto quello che gli può servire; pensa - e si ripensa - prima di esternare, facendosi le obiezioni da solo e chiarificando così il suo pensiero; ma soprattutto è capace di guardare il presente nella prospettiva secolare: si distacca dal processo storico e lo osserva da lontano, e in questo modo riesce a mettere a fuoco le tendenze epocali dove altri vedono solo i fenomeni di superficie.  
Come tutti i pensatori davvero indipendenti è difficile da collocare: è stato bollato ora come un ultrareazionario, ora come un anarchico di estrema sinistra - e sempre con qualche motivo - ma in lui il desiderio di capire prevale sulla brama di avere ragione, non è mai aggressivo, e questo - assieme forse a un certo savoir faire della sua metà parigina - gli consente di portare dalla sua parte anche i suoi avversari. In questo modo può permettersi di avventurarsi nei territori proibiti, di affrontare cioè quei temi scabrosi dell'attualità più stringente nei quali è quasi impossibile entrare senza assumere una posizione riconoscibile, ossia scelta tra le due o tre già classificate, e disponibili a catalogo. Ventura riesce a non farlo, ma senza rifugiarsi in una ambiguità confortevole. Ha le sue posizioni, che saranno discutibili (poi le discutiamo) ma sono originali, non assimilabili a una scuola una parte politica o corrente di pensiero; ed è per questo motivo probabilmente che viene percepito come avversario un po' da tutti: non si riesce a capire "da che parte" stia, perché non sta da nessuna parte.
Dopo avere esordito nel panorama culturale con il suo primo saggio Teoria della Classe Disagiata, pubblicato con Minimum Fax nel 2017 che aveva scatenato un putiferio di discussioni, ha rilanciato adesso con il suo secondo lavoro, La guerra di Tutti, uscito da poco sempre con Minimum Fax, un saggio che promette di scatenare un putiferio ancora maggiore vista la quantità di spunti che contiene.
Ho avuto il piacere di introdurre la presentazione di questo saggio alla libreria Feltrinelli di Arezzo lo scorso 26 giugno, e di questa occasione ringrazio Raffaele che mi ha dato una scusa per tornare a ripensare questi temi dopo diversi anni, regalandomi anche l'occasione per bere una birra in buona compagnia. Per prepararmi a discuterne mi ero letto il suo libro con la modalità "hard" (due volte in avanti, e poi una volta all'indietro, invertendo l'ordine dei capitoli) la modalità che usavo una volta (prima dei figli, quando avevo più tempo) con quei libri di cui volevo interiorizzare lo spirito.
Ho potuto così misurare bene la mole di riflessioni che contiene, che sono davvero tante, forse perfino troppe per un libro solo.

La Guerra di Tutti è un progetto molto più ambizioso della Teoria della Classe Disagiata.
Si propone di osservare il presente da punti di vista diversi e punta dritto alle sue criticità e contraddizioni: una sorta di autoanalisi collettiva, che ci trascina tutti nel banco degli imputati, mentre cerca di tenere le fila dei processi storici e di risalire alla loro genesi nella psicologia collettiva.
Ne La Guerra di Tutti ce n'è per tutti: crisi della Verità e crisi delle èlites, crisi del Capitalismo e crisi dell'Occidente, declino della civiltà borghese e risentimento, multiculturalismo e integrazione, deficit di riconoscimento delle minoranze, polarizzazione del conflitto, tensioni latenti e tensioni palesi. Tutti i temi dell'attualità più impellente sono trattati con lucidità e profondità, e questa volta c'è perfino quella pars construens che gli si era rimproverato di aver trascurato nel primo saggio (assieme alle note a piè pagina).  
Questo libro è una vera minera di buone intuizioni e spunti di approfondimento - arricchito con i consueti richiami alla cultura pop, che sono il marchio di fabbrica dell'autore e che rendono più scorrevole e divertente la lettura - ed è tanto denso di teorizzazioni da richiedere addirittura un indice di concetti, un'appendice che sta un po' tra il beccatevi questo e l'autoironia.

 


Il saggio comincia dall'attacco al pilastro centrale di ogni Civiltà, di ogni tempo e luogo, la sua Verità.
La Verità di cui si parla qui non è la semantic conception che è stata al centro di infiniti dibattiti da Aristotele a Tarski; è quell'accordo fondamentale su una Visione del Mondo, che rende possibile la concretizzazione di qualunque struttura politica.
Ventura nota come ovunque si stia rapidamente e vistosamente erodendo la fiducia negli esperti e così diviene sempre più precaria la legittimazione del sapere; e come per mezzo della disintermediazione, facilitata dalla rete, si stia inesorabilmente decostruendo tutto il castello della conoscenza umana (conoscenza che è in sé autocontraddittoria, e non può resistere al fuoco concentrico del fact checking su tutti i fianchi) ma ribalta la spiegazione che comunemente si da a questo fenomeno, quella narrazione superficiale secondo cui l'aumentata "complessità" del mondo lo renderebbe non comprensibile per delle "masse" semi-colte composte di "analfabeti funzionali".
È vero infatti che la disintermediazione permette a ognuno di comporre la propria dieta informativa su misura, e questo produce accumulazione disordinata del sapere e acutizza il problema del confirmation bias. Ma le "masse" di ora sono mediamente più colte di quanto non lo fossero in passato, non di meno; la disponibilità immediata di una quantità illimitata di informazioni potenzia, non indebolisce, le loro capacità critiche; mentre non si vede per quale esoterica ragione il mondo di oggi dovrebbe essere più "complesso" di quello del cardinale Richelieu.
Con la rete si da sovraccarico cognitivo, non mancanza di informazioni. Ciò che produce la crisi della Verità non è dunque l'incapacità di comprendere la complessità del mondo, ma proprio un deliberato rifiuto. Rifiuto non solo del messaggio, ma anche del codice e del paradigma di riferimento. E questo rifiuto dell'autorità degli esperti, dei loro titoli e di conseguenza dei meccanismi di legittimazione del sapere a sua volta è conseguenza del fatto che questi sono percepiti come i sacerdoti di una classe privilegiata, che produce e giustifica l'esclusione delle minoranze.
Ciò produce lo sgretolamento della Verità condivisa in tante Verità individuali (Ventura la chiama uberizzazione della Verità). Ma il consenso sulla Verità ha una funzione sociale:
Come possono coesistere degli individui se non condividono la stessa Verità? La Verità è una finzione necessaria.
A margine di ciò, poi, si può subito aggiungere che nella rete il fraintendimento o la mancata comprensione non sono affatto conseguenza della stupidità o dell'ignoranza come spesso si pensa. Siamo tutti esposti al rischio di fraintendimento, perché condividiamo lo stesso spazio pubblico ma non condividiamo i linguaggi e i riferimenti culturali.  
È impossibile stabilire con certezza il registro retorico di un enunciato pubblicato in rete [1].
Questa osservazione andrebbe tenuta sempre presente quando si analizzano cause e conseguenze di processi che hanno nella rete il loro momento: la rete ha cambiato il mondo soprattutto perché lo ha reso più piccolo. Per mezzo di essa persone che vivono dalla parte opposta del pianeta si trovano in un certo qual modo a stretto contatto quotidiamente, ma senza avere avuto il modo e il tempo di accordarsi su quell'insieme di segni, accenti, toni e simboli che formano il metalinguaggio, e sono scambiabili solo attraverso relazioni dirette face to face.

Da qui passa a osservare le modalità con cui lo stato tenta oggi di neutralizzare i micropoteri per costruire uno spazio di coesistenza pacifica. Di fronte ai tumulti di piazza la strategia comune delle grandi democrazie occidentali consiste nel "lasciar fare": si costuisce una sorta di set cinematografico e si consente alla violenza di sfogarsi in quel perimetro cicroscritto, dove il danno è contenuto (la governamentalità di Focault, [2]). Così si permette al meccanismo della catarsi di aristotelica memoria di innescarsi, attraverso un rito collettivo analogo nei fini a quello che lo stagirita attribuiva alla tragedia greca, ma si offre anche un modello da imitare: si produce cioè un residuo mimetico, che con la cassa di risonanza disponibile a buon mercato nell'era dei media è un effetto collaterale tale che rischia di rendere il rimedio peggiore del male. Si renderà infatti presto necessaria una nuova rappersentazione, più grande della precedente. Il rito infatti deve ripetersi periodicamente, per essere efficace, ed ogni volta con intensità maggiore; ma non è mai completamente indolore: i danni sono contenuti, ma non nullificati. E poi nella Tragedia greca c'era il finale tragico a impaurire il pubblico, scongiurando il pericolo del residuo mimetico. Nelle rappresentazioni organizzate nel presente per offrire possibilità di sfogo alla rabbia e alle pulsioni, invece, questo elemento disinfettante non può esserci, quindi il rito è per forza incompleto. Con questo metodo si rinvia continuamente il momento di fare i conti col reale, ma quel momento prima o poi arriva: oltre un certo limite non funziona più e anzi produce più danni che benefici. Tendiamo sempre a sottovalutare gli effetti reali delle rappresentazioni.
La conclusione oltre la conclusione - che aggiungo io - è che la teoria politica deve sbrigarsi a elaborare dei metodi alternativi, se vuole evitare di dover tornare alla repressione dura: questa considerazione può essere lo spunto di partenza per un altro intero volume.
Una terza importante intuizione riguarda la tanto decantata integrazione delle minoranze, che Ventura correttamente chiama assimilazione, smascherando la finzione che si cela dietro questa non-soluzione, venduta ovunque come una facile e scontata panacea capace di risolvere tutti i mali.
Ventura riconosce come la resistenza all'assimilazione (che chiama de-assimilazione o dissimilazione, nel suo indice dei concetti) che produce il rigurgito identitario ed il ritorno ai gruppi di provenienza da parte di immigrati di seconda e terza generazione, si manifesta quando questi si accorgono che lasciarsi assimilare per loro in realtà è un pessimo affare. Chi azzarda questo passo infatti si trova poi fatalmente nella terra di nessuno, apolide, solo, rifiutato dal suo gruppo di provenienza ma non accettato da quello di destinazione, che dovrebbe accoglierlo come suo membro mentre al massimo lo tollera o comunque lo relega ai margini della vita politica. Quindi monta il suo risentimento e sceglie il ritorno. E nelle preriferie delle metropoli europee si ammassano migliaia di giovani immigrati di seconda o terza generazione, cittadini europei, nati e cresciuti in Europa ma carichi di odio e risentimento che sono pronti a rivolgere contro la società che li ospita. Ventura ha in mente le banlieue di Parigi ma la Molenbeek di Bruxelles ne offre un esempio ancora migliore. Questo fenomeno è ben noto ed è stato riconosciuto da molti, non è un intuizione originale, ma Ventura ha il merito di formularla in una modalità chiara che ne evidenzia la contraddittorietà: quando parliamo di "integrazione" infatti noi raramente siamo consapevoli che stiamo proponendo una "soluzione" che è vantaggiosa solo per noi, nella prospettiva di quello che dovrebbe integrarsi è una presa per i fondelli.
In questa osservazione si innesta anche una articolata riflessione parallela sul riconoscimento, uno dei temi più dibattuti nella filosofia contemporanea. Introdotto nella Fenomenologia dello Spirito da Hegel e riportato in auge negli ultimi decenni soprattutto grazie a Axel Honneth e alla scuola di Francoforte, il riconoscimento fin dall'inizio è oggetto di riflessioni dell'autore, che già lo aveva trattato nella Teoria della Classe Disagiata. E fin da quel primo saggio sottolineava come l'autorealizzazione, il prestigio, la visibilità, siano beni strutturalmente scarsi: non è possibile democratizzare un bene posizionale, il riconoscimento di alcuni è sempre ottenuto a scapito del riconoscimento di altri, e quindi se è possibile, entro certi limiti, distribuire a tutti dei beni materiali (soprattutto quei beni che possono essere prodotti in serie) non è possibile distribuire a tutti questo tipo di beni immateriali, che non possono essere prodotti in serie ed il cui valore è dato proprio dalla scarsità relativa.
Prima ancora di raggiungere i limiti economici dello sviluppo, abbiamo raggiunto i suoi limiti sociali
Per gusto mio, è qui che in questo suo secondo saggio Ventura ci offre la riflessione più importante, e più significativa. Egli recupera la distinzione tra amor proprio e amore di sè che fu di Rousseau, secondo cui il primo "riguarda solo noi, ed è contento quando i nostri bisogni sono soddisfatti" mentre il secondo "si confronta, e non è mai contento perché esige che anche gli altri ci preferiscano a loro stessi, il che è impossibile" e arriva a riconoscere che il problema sta li dentro: nell'amor proprio dell'uomo moderno, in qualche determinante psicologica contenuta all'interno del nostro modello culturale di riferimento. Bisognerà operare chirurgicamente dentro la Coscienza Collettiva della civiltà occidentale per rimuovere o almeno riformare questo elemento tossico, che le appartiene da diversi secoli ormai, e che la rende intrinsecamente coflittuale:
Non ci potrà essere decrescita che non sia prima di tutto decrescita culturale: un massiccio cantiere di deprogrammazione dell'amor proprio.
Nelle mie solitarie riflessioni avevo raggiunto una conclusione molto simile, con la differenza che riconoscevo l'elemento tossico più nell'individualismo della società moderna liberal-borghese che in questo rousseauiano amor proprio; ma accolgo senza riserve questa posizione, che non è incompatibile con la mia anzi la completa.
Faccio questa nota personale perché sono sempre più convinto che il tema dell'individualismo - e del suo complementare nello spazio dei concetti, il comunitarismo - sia molto più affine al pensiero di Raffaele Alberto Ventura di quanto egli stesso non pensi.
Gli ho posto la domanda durante la presentazione del saggio a Firenze, chiedendogli in particolare se e quanto i (pochi) pensatori comunitari fossero tra i suoi punti di riferimento, e citando Michael Sandel, Charles Taylor e ovviamente Ferdinand Tönnies. Avevo dimenticato Raymond Boudon, che con il suo attacco alla Teoria della scelta razionale affonda un colpo potente contro uno dei pilastri del pensiero liberal-borghese; e trascurato Ivan Illich, che pure era stato una delle fonti di ispirazione della Teoria della Classe Disagiata. Mi ha confermato che Taylor lo è (infatti è più volte citato ne La Guerra di Tutti) mentre comprensibilmente ha preso le distanze da Tönnies, che appartiene al XIX secolo ma che soprattutto è percepito come "datato", e un po' come bandiera del pensiero reazionario.
Anche durante uno scambio di opinioni successivo durante la sua visita ad Arezzo, come in alcune interviste riscontrabili in rete, Ventura ha confermato di non essere gran che interessato alle comunità e del comunitarismo. Io credo che lo sia senza saperlo. Lasciando eventuali approfondimenti di questo tema (che non è presente ne La Guerra di Tutti, se non marginalmente) a discussioni future, cito dal suo libro questo passaggio:
La modernità è infettata fin dall'origine dalla logica perversa dell'amor proprio: non solo perché ha fatto della concorrenza la sua legge, ma perché ha sistematicamente distrutto quei dispositivi sociali e corpi intermedi (a partire dalle religioni) che servivano a regolare l'ambizione individuale.
Ecco, siamo a un millimetro di distanza: sostituendo amor proprio con individualismo e religioni con comunità, questa proposizione diventa una perfetta professione di comunitarismo.
Ed è ancora più esatta. Ma è molto difficile dirsi comunitaristi, perché tutto ciò che è comunitario è ostracizzato e disprezzato dalla civiltà borghese (con borghese intendo liberal-borghese-occidentale-moderna, cioè noi), che col suo trincerarsi in un individualismo totalizzante ha creduto di potersi liberare da certi fastidiosi impicci, travestendo da virtù il suo disimpegno.
I pochi pensatori comunitari sono emarginati dal dibattito (un altro è Alasdair MacIntyre), mentre per esempio John Rawls, con la sua faticosissima arrampicata sugli specchi per teorizzare un individualismo senza limiti, è tenuto in altissima considerazione.
In alcuni casi anche perché i pochi comunitari hanno una piuomeno diretta anscendenza religiosa, il che basta per renderli sospetti (penso per esempio a Elizabeth Anscombe).
Non c'è più spazio per il comunitario in questo mondo borghese: è deriso, schernito, emarginato.
Lo spirito borghese rifiuta con sdegno ogni critica all'individualismo, che avverte come un sacrilego attacco alle libertà individuali (cioè al dogma dell'individuo) e respinge le istanze comunitarie; riduce, sistematicamente, la comunità politica a comunità giuridica, e quest'ultima ad uno sfumato, ineffabile e minimale set di regolette da rispettare: meno ancora di uno Stato, uno "stato", tra virgolette. E così rende ossequio al principio centrale della coscienza collettiva borghese, che riconosce diritti solo alla persona, ed il privilegio di esistere solo all'individuo.
A chi avesse voglia di riflettere sul tema suggerisco di pensare la comunità come il luogo dello spirito comunitario, e lo spirito comunitario come quel sentimento che lega gli individui che condividono uno spazio, delle risorse, ed hanno interazioni sociali quotidiane.
La comunità è appena qualcosa di più del gruppo sociale primario della sociologia, ma molto di meno dello stato nazionale moderno. Sta tra la polis greca e la contrada del palio di Siena.
Non è qualcosa che si deve "istituire", è qualcosa che si forma da sé, ma ciò che più conta: è qualcosa di cui le classi popolari hanno bisogno, perché garantisce loro protezione e sicurezza.
Per questo motivo tutto ciò che la intacca, tutto ciò che la mette in pericolo, è avvertito da queste come un pericolo esiziale. Per loro lo è.
Quella ripulsa istintiva delle classi popolari contro una immigrazione di massa, che la coscienza collettiva borghese denuncia come una reazione irrazionale di spiriti involuti, e chiama "razzismo" (con una biased word) è invece profondamente razionale. Ha una ragione, un senso, un perché.
L'individualismo borghese è una posa da signori, e tutti noi naturalmente siamo benestanti e istruiti membri della civiltà borghese. In quanto tali non abbiamo bisogno della comunità, o almeno non tanto quanto ne hanno le classi popolari. Ma noi possiamo permetterci il lusso di farne a meno perché godiamo della protezione offerta dal capitale (capitale economico e capitale culturale: chi sa per che si tende a considerare tale solo il primo, mentre il secondo sarebbe un titolo di merito. Come se la cultura non fosse un privilegio) e poi dalla posizione sociale.  
Della comunità si può fare a meno solo se si è ricchi.
Se la civiltà borghese pretende di essere universale o di diventarlo, allora deve fare i conti con questa sua contraddizione: deve rendersi sostenibile, e per fare questo deve mettere sotto inchiesta il suo individualismo, che è il suo tratto più intrinsecamente e irrimediabilmente elitario.
Ma tutto questo è OT. Il filo del discorso di Ventura segue un'altra strada: dopo avere denunciato l'amor proprio dell'uomo moderno come elemento distruttivo del suo spirito, nella seconda parte del saggio dalle turbolenze in corso nel presente passa a osservare la nascita dello Stato Moderno, per costruire il suo parallelo storico, in particolare con la Francia nel periodo compreso tra l'editto di Nantes e l'editto di Fointainebleu. Avrebbe potuto guardare alla Storia Inglese dall'Atto di Supremazia di Enrico VIII fino alla rivoluzione del Cromwell [3], calandosi così proprio nell'Inghilterra di Hobbes, primo teorico della guerra di tutti contro tutti, e riferimento citato nel titolo del libro. Ma lo Stato assolutistico moderno nella sua versione più rigida si concretizzò soprattutto in Francia (secondo la celebre interpretazione di Otto Hintze, a causa della presenza di un nemico esterno organizzato, più che di frizioni interreligiose interne) ed è la Francia il paese di Ventura. Ma soprattutto la Francia è il paese europeo che più degli altri ha vissuto in questo inizio millennio le conseguenze clamorose di una disgregazione del corpo sociale e della sua frammentazione in gruppi contrapposti come non si conosceva nel continente da almeno cinquecento anni; esplosa con la rivolta delle Banlieue del 2005, e culminata negli attentati alla sede di Charlie Hebdo nel gennaio 2015, negli attentati di Parigi del novembre dello stesso anno (con la strage del Bataclan confrontata nell'iconografia alla strage di Wassy del 1562, in un parallelo di immagini di straordinaria efficacia) e nella strage di Nizza nel luglio 2016.
Avendo individuato e analizzato la crisi della verità nella società occidentale, osserva come questa crisi della Verità coincida con la dissoluzione di quell'accordo di fondo su cui si reggeva la costruzione dello stato moderno. In tutte le sue incarnazioni concrete, democratiche o meno che fossero, lo stato sempre presuppone l'esistenza di un nucleo di valori e principi condivisi da parte dei governati, nucleo che non può non esserci, perché in assenza di essi semplicemente non funziona.
L'idea che tutti i conflitti possano essere composti per mezzo del principio di maggioranza è una pellegrina illusione, cui tendiamo ingenuamente a credere perche siamo abituati - appunto dal tempo di Hobbes - a società non-conflittuali, dove questo tacito presupposto è sempre verificato ed i dissensi sono circoscritti alle sfere periferiche della vita politica.
Nel periodo delle guerre di religione agli albori dell'età moderna, quando questo presupposto non era verificato affatto, la vita politica era funestata da una tensione latente e continua tra gruppi contrapposti che sfociava periodicamente in esplosioni di violenza, e che rendeva necessari dei dispositivi di sicurezza di cui non c'è stato più bisogno solo quando l'uniformità minimale tra i governati non è stata ricostruita (con il cuius regio eius religio, con le dragonnades e infine con le deportazioni di Luigi XIV, nota mia).
Ventura osserva come tutti questi dispositivi fossero resi allora necessari da quella mancanza di una visione del mondo condivisa capace di neutralizzare preventivamente i conflitti latenti tra gruppi non assimilabili, e come sia sciocco definirli ora "arretrati" o criticarli, da parte di contemporanei che vivono all'interno di società pacificate attorno ad una nuova Verità.
Manca forse di rilevare come gli stessi dispositivi fossero tuttavia insufficienti, ma in questo secondo saggio vuole proporre anche una pars construens: non può dire questo, perché punta al loro recupero - in una forma attualizzata - per tentare di neutralizzare i conflitti tra gruppi che si manifestano di nuovo nella società europea ora che col multiculturalismo viene meno di nuovo quella verità condivisa, elemento pacificatore in grado di creare i presupposti che per quattrocento anni resero possibile lo stato moderno.
La guerra di tutti non è uno stato primordiale, è quello che rimane quando la società è privata delle sue strutture politiche.
È esattamente così. Il riferimento hobbesiano serve per dare una cornice coerente ad una serie di intuizioni e osservazioni su quanto sta succedendo - e probabilmente succederà ancora nei prossimi decenni - in seno alla Civiltà Occidentale.
L'Europa evolve in una direzione che la rende sempre più simile a quella del tempo delle guerre di religione, la società regredisce a moltitudine prepolitica, e questa circostanza restituisce attualità alle azioni politiche di Enrico IV come alle elaborazioni teoriche di Thomas Hobbes. 
Ma se le preoccupazioni che muovevano Hobbes sono le stesse che muovono Ventura, lo stesso non si può dire delle conclusioni. Hobbes concepiva lo stato moderno (necessariamente assoluto nel 1651, in ragione di quanto scritto sopra) proprio come antidoto definitivo a quelle tensioni. Ventura vuole evitare di dirsi hobbesiano - forse anche per non essere dipinto un altra volta come un reazionario - e quindi opta per il recupero dei dispositivi di sicurezza che le contingenze emergenziali avevano suggerito alla prassi politica di Enrico IV.
Tra quei dispositivi era, tra gli altri, la concezione originaria del laicismo come "estromissione della religione dallo spazio pubblico", concezione ben diversa da quella che due secoli più tardi ci avrebbe insegnato Voltaire col suo Dizionario Filosofico, che qui assume come paradigma della sua strategia.
Le bestemmie sono atti linguistici, performativi, che come tutti gli atti hanno conseguenze concrete, dice Ventura, ed in quanto tali possono essere sanzionabili. E ci ricorda che durante il periodo delle guerre di religione un intero genere teatrale, il Mistero, scomparve perché dopo che alcuni attori erano stati trucidati in Inghilterra in seguito a una rappresentazione, un decreto regio aveva proibito di inserire riferimenti religiosi nelle rappresentazioni. E che la figura dell'autore, fino ad allora pressoché sconosciuta, comparve perché del testo che si rappresentava doveva ora esserci un responsabile: qualcuno da punire, se a causa di frasi o riferimenti sconsiderati messi sulla scena si fossero innescati dei tumulti. Senza quel decreto forse Shakespeare non sarebbe mai esistito.
Ecco: dopo aver condiviso in pieno tutte le premesse e tutte le considerazioni precedenti, solo su questa parte finale del saggio (ma è la parte decisiva) devo manifestare, per quel che vale, il mio dissenso da Ventura.


Da membro convinto della classe dei bestemmiatori, con Pippo rivendico il valore etico della bestemmia, la libertà di bestemmiare come momento topico della libertà di espressione, e la libertà di espressione precisamente come "valore non negoziabile"; nella piena consapevolezza di tutte le implicazioni di questa posizione.
E per mezzo di questo esempio rivendico l'assolutismo etico - usando di proposito questo termine intransigente - come posizione di fondo in filosofia morale, e come unica posizione possibile.
Pur riconoscendo il pericolo che si cela dietro di essi ed il fatto che questi possono condurre, anzi forse conducono necessariamente, in certe circostanze, alla guerra di tutti, io credo che gli assoluti etici non solo si possono, ma si debbono dare, perché in assenza di essi la civiltà si dissolverebbe in una galassia di individui svuotati della loro coscienza - inumani, con un termine preso a prestito dall'universo Marvel - privi di qualunque tessuto connettivo altro dalle strutture formali di un superficiale e continuamente mobile sistema giuridico.
Quello che rimarrebbe è ancora meno della moltitudine prepolitica di Hobbes. È un magma informe di soggetti disconnessi, disincarnati, che prima di essere indesiderabile e/o moralmente inaccettabile, è impossibile, semplicemente perché contraddice la natura umana.
E qui il richiamo che lancio è al pensatore che fu termine ad quem dell'empirismo inglese iniziato con Hobbes, David Hume, e al suo Treatise of Human Nature pubbliato duecento anni dopo Il Leviatano.
La prima ragione per cui rifiuto il relativismo e tutte queste soluzioni di compromesso quindi non è tanto il fatto che le ritenga moralmente inaccettabili. È perché le ritengo impossibili. Non possono funzionare. Con un lavoro di certosina pazienza noi possiamo decostruire la conoscenza, in ogni sua forma. Anche la conoscenza scientifica, perfino la matematica e la logica vanno inesorabilmente in crisi se attaccate alle fondamenta con il fuoco concentrico delle verifiche. Non c'è bisogno di Heidegger che introduce lo storicismo nell'ontologia, possono essere messe in crisi con i loro stessi strumenti: un teorema di incompletezza dimostra che non siamo in grado si dimostrare nulla; un paradosso di Russell ci costringe a riconoscere che la teoria degli insiemi era in realtà una teoria ingenua degli insiemi [4]. Allora con grande fatica elaboriamo una teoria assiomatica degli insiemi, e ce la teniamo per buona finché non arriverà qualcuno a trovare la crepa pure lì. Crepa che c'è sicuramente, perché una crepa c'è sempre: la conoscenza umana non può che essere imperfetta, poiché sono imperfetti gli esseri umani.
C'è una cosa però che non siamo in grado di decostruire: è la nostra Coscienza. Ne possiamo anestetizzare forse alcune parti, ma giammai per intero e soprattutto solo temporaneamente. Essa tornerà fuori a decidere la nostra condotta, anche sopra di noi e contro di noi, perché è più forte sia dell'intelletto che della volontà. Qualsiasi tentativo di relativizzare i valori deve fare i conti con questo limite strutturale della psiche dell'essere umano. Se limite vogliamo chiamarlo.
C'è una contraddizione insanabile qui: rifiutando ogni compromesso, è chiaro che non c'è nessuna soluzione possibile.
Poffarbacco Topolino, si va verso la guerra di tutti, dunque?
Credo prorio di sì, Pippo. Pazienza.

Per concludere torniamo all'esempio della blasfemia. La "bestemmia" e la libertà di bestemmiare sono solo apparentemente una questione marginale di poca importanza. Non è un caso che proprio attorno a questo diritto/non diritto che il conflitto in corso si sia manifestato con gli scontri più sanguinosi, con il massacro dell'Hebdo, ma ancora più chiaramente con la precedente lunga serie di eventi scatenata delle vignette su Maometto pubblicate in Danimarca nel 2005 [5].
Perché è quando finalmente riesce a proibire di "bestemmiare", di criticare il suo libro sacro o il suo profeta, o di analizzare criticamente la sua figura storica, o di negare l'esistenza di Dio, è allora che la religione ha occupato lo spazio pubblico.
Anche senza bisogno di accogliere suggerimenti come questi la Francia è già scesa a compromessi con la bandiera della laicità, di cui fu un tempo primo vessillifero. Macron nel 2018 ha proposto l'istituzione del grande Imam di Francia, un progetto di riforma che prevede la formazione degli imam, il pagamento dei loro stipendi ed il finanziamento dei luoghi di culto da parte della Republique. Questo progetto ha come fine la rimozione delle catene di influenza straniera nel paese, è razionale, e può essere all'atto pratico la soluzione più sensata; ma si tratta di un compromesso epocale con l'anima laica della Francia, che già adesso non è più il paese di Voltaire.
Non è una esagerazione. La tragedia di Voltaire Le Fanatisme ou Mahomet le Prophète, che fu rappresentata per la prima volta a Parigi nel 1742, non si potrebbe probabilmente più rappresentare, nella Parigi di Ventura del 2019.


Allora domandiamo: possiamo fare una vignetta satirica su Platini? Platini non è un Dio, si obietterà. Beh, io conosco diverse persone per le quali lo è.
Manitu è un Dio e non ci sono dubbi. Ma una vignetta su Manitu si può fare, perché gli indiani Sioux sono ormai poco numerosi, e perlopiù sprovvisti di Kalashnikov.
Il punto è che se ogni gruppo, al limite ogni individuo, può collocare cio che desidera nell'insieme degli enti per lui sacri, e quindi al di sopra della possibilità di essere oggetto di satira (e dunque, inevitabilmente, anche di critica o relativizzazione) allora non c'è nulla che possa essere oggetto di satira, critica o relativizzazione. La realizzazione pratica del suggerimento di Ventura imporrebbe una assegnazione arbitraria di pesi diversi a diversi enti del mondo, che sarebbero più o meno sacri sulla base del numero di soggetti che li ritengono tali, e dell'intensità di violenza di cui questi sono capaci. Se si sanzionano gli atti linguistici sulla base dei loro effetti attesi, allora diventano piu meritevoli di protezione i sentimenti di quei gruppi più determinati a esercitare violenza. 
Un secondo punto è che dalla divinità personificata il divieto di critica immediatamente passa al libro, e dal libro al suo contenuto. Non c'è limite all'estensione dell'insieme degli oggetti sacri, e con esso ai soprusi che si possono perpetrare inserendo arbitrariamente in quell'insieme tutto ciò che si vuole sottrarre alla possibilità di essere discusso, o anche solo analizzato criticamente.
Se voglio scrivere che il Corano è un brutto libro, posso farlo o mi debbo censurare? È possibile operare una esegesi di quel testo ed una storicizzazione del profeta senza essere tacciati di blasfemia?
Un terzo punto è che le autorità preposte a sanzionare gli atti linguistici dovrebbero essere preventivamente istruite. La Madonna tecnicamente non è una divinità: un insulto alla Madonna si deve far rientrare comunque tra le bestemmie, magari a un livello inferiore? E se io insulto la santissima trinità, merito tre contravvenzioni o ne basta una sola? I vigili urbani dovrebbero fare un corso di teologia dogmatica? Oppure si dovrebbe chiedere alla conferenza episcopale di stilare una lista di frasi e parole proibite con relativi punteggi di gravità, una tabella bestemmie-sanzioni da consegnare alle forze di polizia e agli uffici giudiziari?
Certo, questi comici paradossi potrebbero essere forse superati con un po' di buonsenso, ma la commistione tra legge ordinaria e leggi di dio, espulsa dalla possibilità di esistere da secoli, tornerebbe ad avere quartiere anche nelle società occidentali.
In una società multiculturale che ospitasse non due o tre, ma decine o centinaia di gruppi differenti, sarebbe impossibile per qualsiasi autorità districarsi in un pantheon di divinità potenzialmente infinito, che tra l'altro può benissimo ospitare più volte lo stesso idolo con valenze diverse attribuitegli da gruppi diversi (Gesù Cristo è un profeta per l'islam, Calvino è un eretico per i cattolici, e così via). Si renderebbe necessario separare le sfere giuridiche ed i rispettivi interpreti, proprio come avvenne in Francia dopo l'editto di Nantes, almeno fino al 1623 (si pretendeva di essere giudicati da tribunali composti per metà da propri correligionari) e come Ventura indirettamente ha ipotizzato avvalorando, anche se con certe riserve, l'ipotesi immaginifica (e un po' farneticante) della "panarchia" avanzata da altri [6].
Io non lo so mica dove potrebbe condurre una simile deriva, ma so che tutto questo sarebbe comunque insufficiente. Tutti quei dispositivi che furono utilizzati per smorzare il conflitto durante il secolo XVII servirono solo a sedare la febbre, non curarono il male. Quello fu estirpato solamente quando la Francia ebbe recuperato una uniformità nel sentire sufficientemente solida da poterli finalmente abbandonare. Anche Ventura è ben consapevole che per pacificare la società
quello che sembra imperativo è ristabilire il consenso su una rappersentazione del mondo eventualmente approssimativa, ma perlomeno condivisa, sulla quale fondare la legittimità delle istituzioni democratiche
ma le visioni del mondo non sono tutte uguali, e non sono equivalenti. Trovare un un'accordo minimo purchessia potrebbe bastare forse a smorzare il conflitto e a scongiurare la guerra di tutti, ma evitare questa guerra non è l'unica esigenza che abbiamo, e non è neppure la più importante.
Da ogni visione del mondo, infatti, da ogni Verità, da ogni insieme di concezioni, e di valori, e di modi di pensare, scaturisce un tipo di uomo, e per ogni tipo di uomo si ha un tipo di società.
La società moderna, per definizione, è la società degli uomini moderni, e gli uomini moderni sono quelli che condividono una, peculiare, visione del mondo, che della modernità è la matrice.
Rinunciare a immanentizzare l'eschaton della modernità equivale a rinunciare alla modernità, e quindi tornare indietro di cinquecento anni. E se non esistono valori non negoziabili, allora non esiste una conquista di civiltà che non possa essere messa in discussione, o rinunciata del tutto, qualora le convenienze del momento lo suggeriscano.
Credo invece che combattere per riaffermare queste conquiste quando vengano attaccate sia un dovere morale che abbiamo, nei confronti di tutti quegli uomini che hanno versato il loro sangue per lasciarcele in consegna (per ultimi gli eroi dell'Hebdo, che non hanno ricevuto nemmeno un monumento commemorativo per timore di altre rappresaglie), e nei confronti di tutti quegli altri che verranno, cui le dovremo consegnare intatte.
Barattarle con un obiettivo a breve termine di quieto vivere può essere la tattica più pragmatica, utile per "neutralizzare" o almeno procrastinare la guerra di tutti. Ma non ne abbiamo il diritto.
Siamo d'accordo che le guerre di tutti, le guerre civili a bassa intensità, come le guerre civili classiche e come le guerre convenzionali, siano qualcosa di orribile da scongiurare in ogni modo.
Ma quando ormai ci siamo dentro, l'unico modo per uscirne è combattere.
E allora il compito degli intellettuali - delle avanguardie come si diceva una volta, e proprio per questo motivo - sarebbe quello di affinare le armi per la battaglia culturale che si profila.
Ventura non si tira indietro: affronta il problema centrale inquadrandolo perfettamente, accettando anche tutte le sue complessità e scartando le finte-soluzioni di comodo fornite dal politicamente corretto. Si spinge addirittura fino a indicare una possibile strada per neutralizzare il conflitto, e la linea di azione che suggerisce è lucida, razionale, pragmatica, magnificamente argomentata.
Forse è perfino praticabile. 
Solo che quello che ci offre, più che un arma da guerra, è il piano per una ritirata.



lunedì 19 marzo 2018

Troppi laureati!





Troppi Avvocati! era il titolo di un celebre pamphlet di Pietro Calamandrei scritto nel 1921, quando si potevano ancora usare i punti esclamativi senza essere sospettati di "analfabetismo funzionale".  
Il grande giurista fiorentino - e padre costituente - usava quel punto esclamativo per scagliarsi contro "questo proletariato forense che ogni anno s'invilisce col crescere di numero, come un fiume di piena che più s'intorbida quanto più si gonfia", ma le argomentazioni con cui stigmatizzava l'eccesso di avvocati sono valide per tutti gli ordini professionali, non solo per gli avvocati, e lo sono ora più che mai. 
Riguardo al sistema scolastico però sono vivi da molto tempo in Italia numerosi luoghi comuni, alcuni dei quali talmente diffusi che vengono assunti come apodittici e più nemmeno discussi.
Il più pervasivo di tutti è che in Italia ci sarebbero "pochi laureati", mentre in realtà ce ne sono troppi. [1]
Un altro luogo comune è che la nostra scuola sia "classista" perché troppo chiusa, e dunque poco "meritocratica", e tenda perciò a riprodurre l'ordine sociale esistente [2].
Questa ultima è cosa vera, e vale per ogni sistema scolastico, ma in Italia è aggravata dall'essere il sistema scolastico troppo aperto, non troppo chiuso. Invece la narrazione superficiale del politicamente corretto crede di poter "risolvere" questo difetto aprendo ancora di più il sistema (l'università gratis per tutti, alla Piero Grasso) e applicando criteri di selezione basati su vagamente definite "attitudini", e su un "merito" che immagina ingenuamente di poter misurare con un metro che escluda vantaggi competitivi.
Il fastidio per questi luoghi comuni mi ha fatto progressivamente cambiare opinione, in merito al sistema educativo teoricamente ideale, e ai pregi e difetti del sistema educativo italiano in particolare.
Fino a non molto tempo fa, ad esempio, avrei potuto scrivere tutto il male del mondo del sistema scolastico superiore americano dei college della Ivy-League. Classista, elitario, costruito su misura per la high-class americana, eccetera. Ora dico che con le sue imperfezioni è di gran lunga migliore di quello che abbiamo qua, e  la ragione sta proprio nelle concezioni che lo ispirano.
Muovendo dall'assunto che una scuola d'élite è sempre esistita ed esisterà sempre, che una scuola d'élite per definizione non può essere per tutti, che l'idea di rendere l'accesso esclusivamente meritocratico è una pia illusione; in USA si è costruito un modello che tempera la discriminazione di censo per mezzo di borse di studio verso il basso, e di meccanismi di rating verso l'alto. Non si è cercato demagogicamente di creare una "università per tutti" semi-gratuita come in Italia, proposito assurdo che ha due effetti perversi: uno, più evidente, è il degrado della qualità della formazione universitaria e lo svilimento del valore di titoli di studio; l'altro, meno evidente, è che innesca un meccanismo regressivo ancora più classista, con esiti opposti a quello che promette di realizzare: sposta l'asticella della competizione verso l'alto. Una volta che la laurea è divenuta merce comune, i membri della classe borghese sono costretti a salire un altro gradino per la competizione interna, prosciugando i patrimoni di famiglia in una lotta senza fine a colpi di dottorati e costosi master post-universitari all'estero.
Tutto ciò produce fra le altre cose la fenomenologia della "classe disagiata" ottimamente descritta da Raffaele Alberto Ventura [3]. Ma non solo. Ci sono effetti più profondi e ancora più tragici, tra cui la denatalità è il maggiore, con la crisi economica che ne segue come prima conseguenza.
Il sistema scolastico deve essere funzionale al sistema-paese: deve formare quelle competenze che il mercato del lavoro richiede. Lo squilibrio tra domanda e offerta di forza lavoro intellettuale, con il conseguente fenomeno della disoccupazione intellettuale, con l'ulteriore sottoprodotto dell'elefantiasi della pubblica amministrazione (causata dai reiterati e vani tentativi dei governi di trovare uno sbocco a una pletora sempre crescente di "spostati", con la parola usata da Gaetano Salvemini), che a sua volta ha come ulteriori sottoprodotti la burocrazia e la spesa pubblica abnorme, sono un malanno che ammorba il sistema scolastico italiano almeno dalla Legge Casati del 1859.
Ne furono consapevoli, oltre ai già citati Salvemini e Calamandrei, Aristide Gabelli, Antonio Gramsci, Adolfo Omodeo, Piero Gobetti, e perfino dirigenti storici del partito comunista come Concetto Marchesi. Ma tutti i tentativi di correggere questa stortura che si sono succeduti in un secolo e mezzo, introducendo (e facendo funzionare) una "scuola di scarico", cioè un percorso di istruzione secondaria professionalizzante, non propedeutico all'università ma finalizzato a formare i quadri intermedi - soprattutto tecnici - che la struttura economica italiana richiede, sono miseramente naufragati; per le pressioni politiche esercitate da quei gruppi che paventavano di essere esclusi dall'ascensore sociale, e per la tenace resistenza del corpo accademico geloso delle proprie prerogative.
Perfino il tentativo del regime fascista fallì: la "scuola complementare" introdotta con la Riforma Gentile del 1923 fu disertata dagli alunni e chiusa dopo due anni, e il blocco del numero delle università statali, che Gentile aveva voluto per limitare il proliferare di piccoli atenei nei centri minori, produsse come risultato la nascita di università "libere" (come l'università di Firenze, che nasce proprio nel 1924) per cui il numero totale di atenei addirittura aumentò.
Nel proposito di contrastare il credenzialismo fallì la riforma Bottai del 1939. E nel proposito di introdurre una scuola di scarico con la "post-elementare" (che era una riedizione della complementare del 1923) naufragò la riforma Gonella del 1955. E così piano piano ci si rassegnò al destino fatale: la riforma della scuola media del 1962 abolì gli avviamenti professionali, e i movimenti studenteschi del 1968 liberalizzarono l'accesso alle università, per cui anche i diplomi di scuola superiore cessarono di essere professionalizzanti e divennero un passaggio preparatorio agli studi universitari.
Il bel risultato di questo secolare processo storico è il disastro che abbiamo dinnanzi: un unico interminabile percorso che dalla prima elementare porta fino alla laurea quinquennale, dove chi si ferma è perduto; in cui almeno due generazioni hanno speso i loro anni migliori ad aspettare che qualcuno gli spiegasse dove mai dovesse portare, questo sentiero che era stato tracciato per loro.


Qui nel seguito ripercorriamo la storia dell'evoluzione del sistema scolastico italiano, e concludiamo con un po' di dati attuali, relativi a tutte le categorie professionali una per una.
La mia tesi è che la sovrapproduzione di laureati, e assieme ad essa la massificazione del modello culturale borghese, che produce la crisi di identità (e il risentimento crescente) della classe media, non coinvolge solo i lavoratori dell'industria culturale, laureati in discipline umanistiche che scoprono all'improvviso non esserci alcun posto per loro. È una realtà molto più ampia: investe anche tutte le professioni liberali, nessuna esclusa, anche se con differenti gradi di intensità.
Per chiarezza, le professioni liberali borghesi di cui parlo qui sono quelle che hanno un ordine riconosciuto dallo Stato, un codice deontologico, e un albo professionale cui ci si iscrive dopo un esame di abilitazione.
In Italia, in ordine di antichità, sono l'ordine dei medici e quello degli avvocati che sono i più antichi (in età contemporanea, l'ordine degli avvocati è fondato nel 1874, l'ordine dei medici nel 1910); poi gli architetti e gli ingegneri che esistono da circa cento anni (legge 1395 del 1923), i giornalisti che sono arrivati nel 1963, e ultimi in ordine di tempo i biologi (1967) i dottori commercialisti e gli psicologi; mentre l'ordine storico dei farmacisti ormai è quasi estinto. Possiamo accorpare i notai all'ordine forense, anche se hanno un albo distinto, e trascurare il consiglio nazionale dei chimici, poco significativo per l'osservazione delle professioni liberali (il chimico libero professionista è estremamente raro).
Per lo stesso motivo possiamo trascurare i magistrati: si tratta senz'altro di membri della borghesia professionale, ma il magistrato è togato, e quindi non "libero"; mentre non possiamo trascurare i professori (universitari): non esiste un ordine nazionale dei professori, ma i professori sono quelli che assegnano i titoli a tutti gli altri, quindi sono strettamente intrecciati a tutte queste categorie.
Quindi, riassumendo con un elenco puntato, sostengo che:

-) Il sistema paese italiano soffre, da 150 anni, di un eccesso, e non carenza, di laureati.
-) il numero "giusto" di laureati non si misura "rispetto alla Svezia" ma rispetto alle esigenze del tessuto produttivo italiano.
-) il luogo comune che vuole che i laureati siano troppo pochi è determinato, oltre che dai desiderata della borghesia intellettuale che è tiranna delle correnti di opinione ritenute "corrette", dalla pretesa di confrontare dati eterogenei in contesti eterogenei.
-) Negli altri paesi europei i sistemi scolastici hanno una scuola di scarico professionalizzante, e forniscono molti tipi di preparazione secondaria subito spendibili nel mercato del lavoro, alternativi alle professioni liberali "classiche".
-) Lo squilibrio tra domanda e offerta di forza lavoro intellettuale deriva dalla struttura aperta del sistema scolastico e dalla sua impostazione di fondo.
-) oltre che nei suoi rapporti col mondo del lavoro, il sistema scolastico italiano fallisce anche nella sua funzione di socializzazione. Essendo stato pensato per formare una classe dirigente, il sistema costruisce, e solo legittima, il gusto borghese, che è elitario e classista.
-) La struttura aperta del sistema scolastico, congiunta con il modello educativo elitario, hanno prodotto la massificazione di un modello culturale intrinsecamente insostenibile.
-) Le conseguenze di tutto questo sono drammatiche.

Mi sembra che ce ne sia abbastanza. Ripercorriamo dunque brevemente la storia del sistema.

Tutte le riforme della scuola che sono state intentate in Italia in un secolo e mezzo avevano come obiettivo principale quello di frenare l'esubero di titoli e di "cartoffia", causa di persistente disoccupazione intellettuale; obiettivo, questo, ancora più impellente dell'alfabetizzazione. Nell'ordine la legge Coppino del 1877, la legge Orlando del 1904, la legge Daneo del 1911, la riforma Gentile del 1923, la riforma Bottai del 1939, la fallita riforma Gonella del 1955, furono tutte concepite con l'obiettivo di porre un argine a questa proliferazione, originata dalla struttura aperta fissata originariamente dalla legge Casati del 1859.
Della riforma della scuola media del 1962 e della liberalizzazione degli accessi all'università del 1969, che segnò il punto di non ritorno, si è detto. Da quel momento in avanti i tentativi di rendere funzionale al paese il sistema scolastico sono divenuti sempre più deboli: la scuola diviene sempre meno selettiva, e si manifesta la piaga sociale della dispersione scolastica.
I tentativi di correzione successivi (D'Onofrio 1995, Berlinguer 1997, Moratti 2003, per arrivare a Fioroni, Gelmini e Renzi con la sua "buona scuola", passando per il vituperato "choosy" della Fornero che ha incendiato tante code di paglia) sono tutti fiacchi palliativi tesi a riordinare in qualche modo un sistema che è finito da mezzo secolo completamente fuori controllo, ma che aveva sempre funzionato male anche prima. La disoccupazione intellettuale in Italia ha prodotto (come conseguenze) non solo la stagnazione economica, ma anche corruzione e il clientelismo diffusi e l'elefantiasi della pubblica amministrazione; con la seguente paralisi delle istituzioni e dei servizi, per la burocratizzazione causata dalla miriade di uffici che devono giustificare la propria esistenza.
Uffici che sono stati creati proprio per la necessità di dare qualcosa da fare alle centinaia di migliaia di "spostati" prodotti dalle università:
"questo disgraziato proletariato intellettuale, creato in gran parte artificialmente dallo stato e messo nella tragica situazione di dover attendere dallo stato un'occupazione, un lavoro adatto alla sua preparazione culturale, accademica, letteraria, teorica, ha esercitato per quasi mezzo secolo una pressione silenziosa ma irresistibile sugli uomini politici e sui governanti perché si accrescessero e si estendesse il numero degli uffici, anche se della necessità di questi non si potesse dare una ragione plausibile"
E. Lolini, "La riforma della burocrazia", 1919

Il processo di assorbimento nella burocrazia dei diplomati e laureati in eccesso era già stato descritto da Francesco Saverio Nitti nel capitolo "il bilancio italiano e la lista civile della borghesia" (F.S. Nitti, "il partito radicale e la nuova democrazia industriale", 1907).
Il fenomeno, descritto addirittura da Aristide Gabelli - ministro dell'istruzione del governo Crispi - ne "L’istruzione e l’educazione in Italia" del 1891, fu sempre più grave nel mezzogiorno d'Italia, dove la percentuale di studenti che proseguono gli studi dopo la scuola secondaria è sempre stata maggiore, proprio perché l'economia è asfittica ed è più forte la competizione per accaparrarsi le poche posizioni disponibili, come lo è la pressione per crearne artificialmente di inutili:
"..non offrono quasi nessuna possibilità di impiego produttivo ad una classe che non è così ricca da poter vivere di rendita, né così povera da accettare spontanea quella che essa giudica degradazione del lavoro manuale"

"Tutte le famiglie della media e della piccola possidenza sono portate ad avviare i loro figli quasi esclusivamente verso le professioni liberali e gli impieghi".
"ogni laureato, diplomato, bocciato, procura di ottenere un impiego pubblico e di assicurarsi così un reddito qualunque a spese dei bilanci locali. Non c'è posto di scrivano municipale, medico ispettore del dazio consumo, professore, pareggiato, ragioniere, economo, segretario, guardia municipale, bidello, che non abbia due o tre spasimanti"
Gaetano Salvemini, "la piccola borghesia intellettuale nel Mezzogiorno d'Italia", 1911.

Interessante quel "che essa giudica", nelle parole del Salvemini. Un altro intellettuale che denunciò il fenomeno fu Rodolfo Mondolfo, "Il problema della classi medie", in Critica Sociale, 1925:
"..li pone nella condizione di nuove plebi di cui parla Treves, per la discesa in una miseria non meno accentuata di quella del proletariato; ma non genera in essi una fratellanza di dolore e una solidarietà di coscienza con questo, quanto un senso di rammarico, che si traduce talora quasi in un risentimento contro i nuovi vicini e in un distacco spirituale da essi, come di nobiltà decaduta, che non sa acconciarsi alle nuove comunanze di vita"
Anche Piero Gobetti si scagliava contro coloro che "hanno da conquistare le lauree perché così vogliono mamma, nonno e papà". A suo avviso l'unica soluzione era:
"tagliare la strada ai futuri spostati, subito. Avremo meno avvocati e meno conferenzieri, ma più serietà e più onestà. Gli attuali studenti di liceo vanno eliminati in proporzione dell'ottanta per cento".
Tuttavia egli ben prevedeva che: 
"ci sarebbe perlomeno da lottare contro quell'ottanta per cento di studenti eliminati, e coi loro padri, nonni e zii, che non si rassegnerebbero a vedere figli e nipoti nell'officina. Senza pensare che ci sarebbe anche la reazione dei professori, che si troverebbero a non aver più scuole statali sufficienti dove insegnare."
 Piero Gobetti, "il problema della scuola media: il Liceo", 1919.

Come già si diceva, perfino il regime fascista fallì nel tentativo di riequilibrare il sistema scolastico secondo le esigenze reali del paese. La riforma Gentile fece fiasco nella sua componente più importante (la scuola complementare) e la riforma Bottai del 1939 riprodusse sostanzialmente questo stato di cose. La guerra poi allentò ancora i filtri portando uno stato d'emergenza che fece levitare ulteriormente il numero di laureati in eccesso. Lo storico (e ministro dell'Istruzione) Adolfo Omodeo nel 1945 osservava che solo nei due atenei di Roma e Napoli c'erano più iscritti che in tutta l'Inghilterra:

"La piaga sociale è preoccupante. La guerra ha moltiplicato iperbolicamente la massa degli spostati che si orientano alle professioni liberali"
e ancora, profeticamente:
"la crisi di sovrapproduzione di laureati, che era già manifesta nel ventennio, si inasprirà provocando la rovina economica dell'Italia"
A. Omodeo, "Politica universitaria", 1945

Né si deve pensare che il fenomeno sia stato denunciato soltanto da intellettuali "di destra" (ammesso che quelli sopra si possano considerare tali). Il dirigente storico del Partito Comunista Concetto Marchesi scriveva che mentre i tre quarti della popolazione erano ancora analfabeti, il nostro paese contava "un enorme ridicolo numero di dottori":           
"L'Italia ha un bubbone che è necessario estirpare al più presto: il bubbone dottorale."
Concetto Marchesi, "Motivi di Politica Scolastica", in "Rinascita", 1945.

Nell'immediato dopoguerra le conseguenze del fenomeno furono attenuate un poco dal boom economico (1955-63), che permise di assorbire una fetta di lavoratori, intellettuali e non (e durante questo periodo ci fu l'ultimo, inutile, tentativo di riformare il sistema scolastico con l'obiettivo di risolvere questo squilibrio, portato da Guido Gonella nel 1955) ma l'enorme numero di iscritti alle università, alimentato anche dalle università stesse che tendevano ad "allargare le maglie" per accogliere un numero di studenti sempre maggiore - ed accaparrarsi così i finanziamenti, proporzionali al numero di iscritti, facendo scadere la qualità della formazione - era impossibile da assorbire anche durante gli anni del boom.
Con la fine del periodo, poi, e l'arrivo dalla crisi petrolifera del 1973, il problema esplose manifestandosi in forma più grave che mai. Negli anni settanta governi deboli in ostaggio di maggioranze risicate, nella necessità di fornire soddisfazione - ma meglio dire sollievo - alle loro clientele di riferimento riprendono l'antico costume di moltiplicare gli uffici con lo scopo di moltiplicare le seggiole. Si moltiplicano così ancora di più posti improduttivi nel settore terziario e nella pubblica amministrazione, ove molti laureati diventano percettori di stipendi "che sono larvati sussidi di disoccupazione" (Paolo Sylos-Labini, "Sviluppo Economico e classi sociali in Italia", 1972). Questo produce l'esplosione della spesa pubblica, che negli anni '70 viene ancora "monetizzata": lo stato stampa moneta per pagare gli stipendi del moloch burocratico senza uscire dai rapporti di debito, ma questo naturalmente produce l'impennata dell'inflazione, che raggiunge il 20% alla fine del decennio, nel 1979. È per ovviare a questo problema che nel 1981 si ha il "divorzio" tra il tesoro e la Banca d'Italia. La BdI autonoma ha nello statuto il controllo dell'inflazione e riesce a riportarla a tassi più bassi, ma non potendo più stampare soldi per finanziare la spesa pubblica abnorme - che non si poteva "comprimere", perché da quei sussidi di disoccupazione larvati di cui parlava Sylos-Labini dipendeva ormai metà della popolazione italiana - negli anni '80 si compromette il rapporto Debito/PIL, che passa dal 57% del 1980 al 125% del 1994.
Oltre il 120%, gli interessi sul debito rischiano di far innescare la spirale, dopodiché neppure un (improbabile) taglio drastico della spesa pubblica può più invertire il processo. Nella sbornia generale del craxismo, a metà degli anni '80 la profezia di Adolfo Omodeo cominciava ad avverarsi. Allora, con la scusa dell'Euro e dei parametri fissati nei trattati di Maastricht del 1992, si cercò salvezza nell'austerity e nell'unione monetaria. Tutti i paesi dell'area EU infatti avevano questo problema, anche se non così gravemente come l'Italia. Ma nemmeno questo servì a gran che se non a rallentare l'agonia: dalla seconda metà degli anni '90 alla metà degli anni duemila perdurò un periodo di impasse, in cui si vivacchiava a chiappe strette aspettando che qualcosa avvenisse, nella politica internazionale come nelle famiglie piccolo-borghesi.
Finché qualcosa avvenne davvero nel 2007, quando arrivò la crisi vera e propria con la bolla immobiliare dei sub-prime. Ma quello era stato solo l'innesco, come la cicca di sigaretta gettata in una pozza di benzina, e ce ne siamo accorti nel decennio successivo. Una crisi ciclica è appunto ciclica, si disinnesca con politiche anticicliche oppure si esaurisce da sola. Questa è qualcosa di diverso. Non se ne esce, perché la sua causa profonda sta nella quantità abnorme di sussidiati, e nella distribuzione in coorti di età della popolazione in età da lavoro, ossia nella struttura demografica dei paesi occidentali, come si è determinata a partire dalla metà degli anni '80.
Struttura demografica che a sua volta è conseguenza dell'imborghesimento generale e della trentennale crisi di occupazione delle classi medie, che medie non sono più.
A questo punto la rovina economica profetizzata da Omodeo sarebbe il più insignificante dei mali: quello che ci sta capitando è qualcosa di molto peggio di un banale default: ci estinguiamo.

Essendo subentrata la rassegnazione, lo squilibrio tra domanda e offerta di forza lavoro intellettuale è stato analizzato con minore intensità negli ultimi 30 anni. Con ciò si è nascosto il problema sotto al tappeto, e ci si è dimenticati della sua esistenza. Addirittura ogni tre per due arriva qualche falco che dice che di laureati ce ne sarebbero troppo pochi, facendo confronti tra dati eterogenei raccolti in contesti diversi [4].
Ma quando lo si è fatto, si è visto che - ovviamente - la situazione si è aggravata ancora rispetto ai periodi precedenti. Nel 2012, in base ai dati OCSE, l'associazione nazionale degli avvocati italiani denunciava:

"Per i laureati nei paesi dell’OCSE la disoccupazione è cresciuta dal 10,6 al 14,8 per cento tra il 2008 e il 2011. In Italia si è passati dal 18,6 al 21,8 per cento, in Francia dal 7,5 al 10,4, in Gran Bretagna dall’8 al 12 per cento.
La disoccupazione giovanile dei laureati si incrementa dappertutto e dipende principalmente dalle asimmetrie tra le Università e il mercato del lavoro.
Sono molte le iscrizioni alle Università che non hanno corrispondenti sbocchi lavorativi, mentre sono scarse le iscrizioni in facoltà dove le richieste di lavoro sono superiori.
Alla mancanza di coordinamento tra Università e lavoro si unisce – specie in Italia – la inesistenza di numeri chiusi in alcune facoltà (giurisprudenza ed economia) e la quasi assenza di lauree moderne ed attuali".
(Maurizio de Tilla, presidente ANAI)

L'ANAI giustamente osserva che si tratta di un problema generale, ma per la categoria degli avvocati è particolarmente grave. Nel 2016 l'Italia è il paese con il maggior numero di avvocati al mondo, con 237.000 iscritti alla cassa forense. Solo nel Lazio ci sono tanti avvocati quanti in tutta la Francia.

Secondo i dati raccolti dal Consiglio Europeo degli Architetti (ACE), gli architetti italiani rappresentavano nel 2014 poco meno del 27% del totale europeo (includendo anche la Turchia!).
Nel 2017 il rapporto Cresme rivela che in Italia ci sono 2,5 architetti ogni 1000 abitanti, contro gli 0,45 della Francia e gli 0,57 del Regno Unito.

Sono cinque volte tanti, e anche qui è la percentuale più alta del mondo.
[5]
La categoria degli psicologi è l'ultima arrivata tra le "professioni liberali" (l'ordine degli psicologi è stato istituito nel 1989) ma in meno di trent'anni ha colmato il gap e si è allineata ai valori da primato assoluto delle altre. Nel 2013 il numero di psicologi italiani supera quota 100.000, su un totale di 300.000 psicologi in 28 paesi UE. In Europa, uno psicologo su tre è italiano. Nella città di Roma c'è uno psicologo ogni 350 cittadini. "In pratica uno psicologo per ogni condominio", scrive Carlo Balestriere su "Professione Psicologo" ottobre 2016, che conclude con "qualcosa bisogna fare, perché la situazione è drammatica" [6].
Nella categoria dei medici il fenomeno è un po' contenuto dal numero chiuso, in vigore dal 1999. Nonostante questo, secondo dati OCSE nel 2015 in Italia ci sono 4 medici ogni 1000 abitanti, dato allineato a quello della Germania, inferiore in Europa solo a quello dell'Austria (4,9) e della Grecia (6,2); mentre scarseggiano gli infermieri (siamo al 24° posto su 34 paesi OCSE per numero di infermieri) [7].
L'ordine dei giornalisti poi è una barzelletta (e infatti da due decenni da diverse parti se ne invoca l'abolizione): al 2013 contava una cosa come 110.000 iscritti. Significa che circa un italiano su 500 è giornalista [8].
Eppure ogni tre giorni arriva il solito falco di prima, che si indigna dopo aver scoperto che i pezzi vengono pagati pochi euro (se vengono pagati).
All'inizio di questo secolo la situazione è analizzata anche dall'Istituto di ricerca dei dottori commercialisti: "Viaggio tra i perché della disoccupazione intellettuale in Italia". Contributi di Antonelli, Cacace, Cafiero, Capecchi, Di Nardo, Franchi, Frigo, Garito, Martini, Martuscelli, Paoletti, Reyneri, Rossano, Serao, Viarengo. Collana fondazione Aristeia, 2000 [9]; ed i perché individuati da tutti questi autori, nell'anno 2000, sono gli stessi individuati da tutti quegli altri citati sopra, che hanno tutti una unica antica origine nella struttura eccessivamente aperta del sistema scolastico Casati del 1859, che in 150 anni non si è mai riusciti a correggere.

Nella società italiana del 2017, infine, Raffaele Alberto Ventura con il suo saggio "Teoria della classe Disagiata" già citato sopra ha scatenato un putiferio proprio perché ha tratteggiato un tipo prototipale, il "disagiato", in cui sono riconosciuti centinaia di migliaia di trentenni e quarantenni di oggi. Giovani o ex-giovani laureati, spesso pure dottorati, masterizzati, che si trovano a vendere pizze o fare i lavapiatti; accomunati dal "disagio" e dalla più o meno lucida percezione che c'è qualcosa non torna, nelle promesse che gli erano state fatte e nelle illusioni che si erano fatti per averci creduto, e anche nell'oneroso investimento formativo che le loro famiglie hanno sostenuto, che scoprono solo ora essere stato una truffa colossale.
Se il problema non esiste, da dove escono tutti questi? Sono arrivati nella sua pagina a migliaia, per offrire la loro testimonianza. Ad una prima cerchia fatta di dottori in materie umanistiche aspiranti workers dell'industria culturale, che si affannano dietro a una SSIS nella speranza di fare almeno qualche supplenza in una scuola di periferia e vivacchiano di ripetizioni in ciabatte e aiutini dalla famiglia, cui principalmente di rivolgeva Ventura; si sono aggiunti ingegneri che fanno gli impiegati, architetti che fanno i geometri, commercialisti che fanno gli amministratori di condominio, avvocati che vendono polizze, perfino medici che fanno i "giornalisti freelance".
E quelli che si rassegnano e aprono un "ristorante tipico", per bruciare quel poco che rimane del patrimonio di famiglia e poi fallire anche con quello, come quelli che brigano tramite le relazioni per un "posto" in una amministrazione purchessia, questi non li vedi sul blog di Eschaton, ma ci sono anche loro.
Dall'altra parte abbiamo un tessuto produttivo che è asfittico, anchilosato, familista, che soffre del patologico eterno nanismo delle PMI italiane, ma che purtuttavia esiste e un qualche impiego lo offrirebbe, se ci fosse qualcuno capace di soddisfare questa domanda, o almeno di dimostrarsi interessato ad essa. Nella mia esperienza lavorativa mi è capitato di fare colloqui di lavoro da entrambe le parti, ma l'esperienza più scioccante è quella lato offerente: le notizie di offerte di lavoro andate deserte non sono mica una leggenda. Ne ho avuto esperienza personale tre volte negli ultimi dieci anni.
A questo punto la più trita obiezione in cui sistematicamente ci si imbatte è "ma allora si dovrebbe tornare tutti alla vanga?", mentre quello che manca è un equilibrio tra quello che il mercato del lavoro richiede, e quello che il sistema scolastico produce.
Quello che servirebbe, e che manca drammaticamente, è una formazione tecnica di livello intermedio, professionalizzante e aggiornata rispetto alle nuove tecnologie; mentre il sistema educativo italiano d'élite è ancora incentrato sul liceo classico (e sul liceo scientifico fratello minore) con programmi che non hanno nulla di paragonabile in nessun programma di nessuna scuola di nessun altro paese europeo e non (ed è per questo che confronti non si possono fare), essendo riconducibili all'impostazione della Ratio Studiorum elaborata dalla Compagnia di Gesù nel 1599.

E infatti gli ITS, che si stanno lentamente e faticosamente affermando in parallelo al sistema delle università di stato, cercano di rispondere a questa esigenza. Si tratta di diplomi superiori, corrispondenti al V livello del Quadro europeo delle qualifiche (European Qualification Framework).
Non servono braccianti, quindi, servono giovani di intelletto, preparati e motivati, capaci di far funzionare macchinari di recente generazione, di assemblarli e collaudarli; capaci di mettere in piedi una LAN e di gestire i protocolli di sicurezza, di programmare un automa, di elaborare il firmware di una scheda elettronica, di configurare un anello SDH, di controllare i cicli di verniciatura dell'acciaio.
Ma non ce ne sono.
Anche le facoltà di Ingegneria, in Italia, sfornano ingegneri con una preparazione da dirigente di grande impresa multinazionale, poco o punto collegata con la progettazione, la manutenzione, l'impiego e il collaudo di macchine. E' indicativo come si traduca "Engineer" con "ingegnere" che suona simile a orecchio, senza rilevare la differenza di etimologia. "Engineer" significa motorista, e si dovrebbe tradurre col più generale "macchinista", col significato di esperto di macchine; ma nella lingua italiana la parola macchinista è riservata a quello che guida il tram, e gli ingegneri sono "uomini di ingegno".
Dietro a tutto questo c'è ancora quell'atavico pregiudizio crociano - questo sì elitista - che pensa questo tipo di preparazione "nozionistica" e quindi indegna degli "spiriti superiori".
Ma questa massa di spiriti superiori disoccupati, che rinuncia ai figli e si dedica al gatto nell'illusione di preservare l'apparenza di un tenore di vita borghese - attingendo all'infinito dalla pensione della mamma mummificata in soffitta, come la madre del protagonista di Psycho - è destinata all'estinzione. Questa "Società signorile di massa", con la felice espressione del sociologo Luca Ricolfi dell'univerità di Torino ("L'enigma della crescita", 2014) ha i giorni contati: "altri uomini e altre donne verranno a prendere il nostro posto", scrive Raffaele Alberto Ventura.
E meno male, aggiungo io.




Postilla


Quello che ho sostenuto qui è che del diffuso squilibrio di status che coinvolge una intera generazione il sistema scolastico sia responsabile in misura importante, anche se non è il solo responsabile.
Lo è perché eccessivamente aperto e privo di scuola di scarico. E lo è perché nel suo percorso d'élite (liceo e università) è improntato a uno schema pedagogico che si può far risalire addirittura alla Ratio Studiorum elaborata dalla compagnia di Gesù nel 1599.
Questo schema pedagogico viene attribuito da molti alla riforma Gentile, quest'ultima è collegata al fascismo, e quindi si produce un'interpretazione secondo cui tutto questo sarebbe un lascito del fascismo.
Questa interpretazione è completamente sbagliata. Quelli che dicono che il nostro sistema, incentrato sul classico, è "gentiliano", quindi fascista, quindi brutto brutto, conoscono poco la storia del sistema educativo italiano. La riforma Gentile non introdusse il liceo classico, quello c'era già prima, tanto che lo aveva frequentato lo stesso Gentile. La riforma introdusse anzi il liceo scientifico (che all'inizio si chiamava liceo "moderno") e cercò di correggere alcune storture, senza nemmeno riuscirci: cercò di ridurre il numero di atenei, per esempio, ma come risultato nacquero le università "libere" e il numero addirittura aumentò; cercò di introdure una scuola complementare, ma quella fu disertata e chiusa dopo due anni.

Il credenzialismo, cioè la corsa ai "titoli", non fu prodotto dalla riforma Gentile, che anzi tentò invano di contrastarlo. Era stato prerogativa del sistema italiano fino da prima ancora dell'unità, ripartì in misura massiccia nel dopoguerra sulla scia del boom economico, poi, anche dopo la fine del boom, per un certo periodo si autoalimentò come uno schema Ponzi. È la caratteristica di tutte le bolle: le aspettative poste su qualcosa che si ritiene debba essere redditizio per forza per un poco lo rendono redditizio davvero. Il sistema scolastico fagocitava i suoi prodotti: molti laureati trovavano sbocco nell'insegnamento (cioè nella produzione di altri laureati) e nella "ricerca" (che metto tra virgolette per distinguerla da quella orientata al processo produttivo) che consisteva sostanzialmente in sussidi ad attività improduttive.
Solo che questo processo, come ogni schema piramidale, assorbe risorse dal resto del sistema ed è destinato a collassare quando queste finiscono. E quando la bolla scoppia ci si domanda come abbiamo fatto a non accorgerci che era impossibile che durasse.
La bolla dei titoli è scoppiata da un pezzo, ormai.


Uno che è giunto a conclusioni simili partendo da premesse diverse è Michele Boldrin, che su nFA nel 2014 lanciava questo dibattito centrato proprio sul primato del classico, cui partecipai (i miei contributi sono tra i commenti). Successivamente mi ha bannato perché l'ho contraddetto troppe volte, come fa un po' con tutti, ma all'epoca andavamo quasi d'accordo.
Non che condivida in pieno quello che scrive Boldrin, come si può vedere dai miei interventi nella discussione. Correttamente individua nel "classico" il cuore del problema, ma non riconosce le ragioni profonde della sua intuizione. Crede anche lui che la colpa sia di Gentile, e che il problema sia nel difetto di cultura scientifica delle élites italiane, in gran parte formatesi al classico.
In questo modo crede di potersene chiamare fuori: crede di potersi dissociare dal modello culturale borghese, come se non fosse anche suo.
Non vede che l'arroganza della "ragione" (quell'uso dei numeri e delle formule come strumento per tacitare il dissenso, di cui è campione) è anche essa una componente del modello culturale borghese.
Non vede che la distinzione tra "opinioni" e "fatti" è una superstizione borghese, che il "diritto allo studio" è un feticcio borghese, che la "cultura" è un privilegio borghese, e che questo vale anche per la cultura "scientifica".
Intuisce che gli "interessi culturali" sono consumi di lusso, e lo scrive, ma non arriva a riconoscere che sono investimenti posizionali; e crede di poterli dividere in due famiglie, quelli umanistici (improduttivi e voluttuari) e quelli scientifici (produttivi e funzionali).
Non vede che la "cultura" (borghese) è lo strumento con cui una classe dominante giustifica la propria egemonia e la pretesa di vivere di rendita sul lavoro degli altri.
Fa tanta confusione e purtroppo è troppo presuntuoso per accettare critiche, ma il coraggio di dire quello che pensa lo ha, ed ha il merito di riconoscere il cuore del problema (il liceo) anche se non capisce perché.
Un che capì meglio di Boldrin fu Benito Mussolini (che stupido non era), il quale, otto anni dopo aver definito la riforma Gentile "la più fascista delle riforme", si era completamente ricreduto su di essa, e nella seduta del Consiglio dei Ministri del 18 marzo 1931 (riportato da De Felice) disse lapidariamente che quella riforma era stata "un errore, dovuto alla forma mentis dell'allora ministro", in quanto "trasmette valori borghesi, e produce troppi laureati".
Esattamente quello che ho sostenuto io qui.
E qui allora è necessario ribadire questa importante precisazione. La storia del fascismo è largamente ignorata in Italia, dove si tende a usare la parola "fascista" un po' a casaccio per squalificare tutto quello che non ci garba. Il fascismo non fu mai un movimento borghese, fu anzi un movimento anti-borghese: nacque proprio come violenta reazione antiborghese - lo squadrismo storico - in seno al reducismo post interventista della prima guerra mondiale, poi dopo la marcia su Roma strizzò l'occhio alla borghesia finché ebbe la necessità di giustificarsi (cioè fino al 1925, e la riforma Gentile è del 1923, questo va tenuto presente) e fu sostenuto da una parte della borghesia italiana spaventata dalle agitazioni operaie dopo la rivoluzione d'Ottobre; ma nella sua essenza la "fascistizzazione" voleva essere, nelle intenzioni dei suoi fautori, proprio una "bonifica antiborghese" (con le parole del fascista Roberto Pavese, in "Processo alla Borghesia", 1939).
Se si identifica il fascismo con la borghesia si prende una cantonata doppia: non si capisce nulla del fascismo, e non si capisce nulla della borghesia.
Questa premessa è necessaria in quanto serve a stabilire quanto sia "fascista" e quanto sia "borghese" il nostro sistema scolastico. Secondo la vulgata più diffusa, infatti, il sistema scolastico italiano sarebbe "gentiliano", quindi fascista, quindi retrogrado, quindi "antiscientifico".
Ci casca anche Boldrin: leggendo il suo articolo linkato qui sopra, lui sostiene proprio questo.
Questa convinzione è tanto diffusa quanto superficiale ed essenzialmente sbagliata.
E' vero che dalla riforma Gentile in poi il sistema non ha conosciuto modifiche profonde, e rispecchia ancora quell'impianto di base. Ma si mancano di osservare due cose.
Primo, non ci si chiede come fosse il sistema stesso prima della riforma Gentile, e quindi in quali parti le sue caratteristiche siano dovute a quella riforma e in quali siano preesistenti.
Secondo, si confonde borghese con fascista - come fanno molti - per avere il governo fascista promosso quella che fu, nella parte che ci interessa, una riforma borghese; e con ciò si induce una confusione in cui incappano anche osservatori intelligenti (come Boldrin).
A Boldrin sfugge che le parti fasciste della riforma Gentile sono quelle che non sono sopravvissute al fascismo: quella che è rimasta è la parte borghese.
La riforma Gentile fu un compromesso tra le istanze di socializzazione nazionale, e fascistizzazione, del PNF e la volontà delle élites borghesi di avere una scuola d'élite capace di trasmettere valori borghesi.
Mussolini concesse a Gentile di strutturare il percorso di élite (liceo e università) secondo i suoi criteri (borghesi), per avere in cambio la possibilità di strutturare l'altro percorso (formazione professionale e scolarizzazione elementare) secondo i desideri suoi.
Dell'accordo infatti faceva parte l'introduzione del'obbligo scolastico fino alla quinta elementare, e la limitazione del numero di atenei ai 21 esistenti al 1923, con programmi comuni decisi a livello nazionale.
Secondo il piano di Mussolini, al prezzo di una piccola concessione alla borghesia (la formazione delle élites professionali) il PNF avrebbe avuto via libera nella formazione del proletariato e della classi lavoratrici. La proliferazione delle università si sarebbe arrestata a quelle già esistenti, concentrate nei centri maggiori, contenendo così il numero eccessivo di laureati (piaga antica già nel 1923 - come abbiamo visto - e nota a entrambi gli attori), e la scuola complementare avrebbe formato migliaia di giovani e preparati artigiani, pronti a essere inseriti nel tessuto produttivo italiano.
Come già si è ricordato, questo piano fallì su tutta la linea: la scuola complementare fu disertata e chiusa dopo due anni, e la nascita delle università "libere", che Mussolini non aveva previsto e non seppe contrastare, fece addirittura aumentare il numero di università (per esempio l'università libera di Firenze, dove mi sono laureato io, nacque nel 1924, un anno dopo la riforma Gentile).
Mussolini realizzò di avere commesso un errore (vedi il suo discorso al consiglio dei ministri del 1931 citato sopra) e mise in cantiere una nuova riforma, la riforma Bottai del 1939. Ma la guerra gli impedirà di completare il piano lasciando inapplicata questa legge, e le successive aperture del sistema (legge Guglietti del 1962, che unificò la scuola media e abolì gli avviamenti professionali; e legge Codignola del 1969 che creò l'università di massa) completeranno il disastro, portando alla definitiva massificazione di quel modello educativo che Giovanni Gentile aveva concepito per essere destinato a una minuscola e selezionatissima élite.
Non ne fece mai neppure mistero: nella concezione di Gentile, gli studi superiori erano "aristocratici, nell'ottimo senso della parola: studi di pochi, dei migliori", con le sue stesse parole.
Questo modello era stato concepito da Gentile (senza nemmeno nasconderlo, come si vede) per essere impartito ad una piccolissima élite, che aveva nelle rendite di posizione (capitale economico, posizionale e relazionale) la base sicura della propria sussistenza economica.
Ecco l'errore che stavo cercando da tempo: abbiamo distribuito a tutti un modello culturale da signori, identificando la "cultura" con la cultura borghese, e come risultato si è prodotto questo disastro. Si è impartito a tutti un tipo di formazione concepita per essere d'élite, che educa a "pensare da signori" con la felice espressione di Illich, cioè costruisce un gusto borghese e una sensibilità borghese, trasmette valori borghesi, infonde al disprezzo (borghese) per le attività pratiche e per la vita di paese, trasforma in "bisogni" quelli che sono solo raffinati consumi di lusso, e rende gli "interessi culturali" borghesi gli unici interessi che un uomo degno possa coltivare.
Quello che non abbiamo capito è che "democratizzando" un modello educativo così palesemente elitario non si fa star meglio proprio nessuno. Non si "apre" nulla, così, al contrario si chiude quella piccola porta aperta alla mobilità sociale che poteva esserci nel sistema.
Si producono solo "disagiati", frustrati, alla fine infelici. Perché non è che quando hai imparato il linguaggio dei signori, allora sei diventato signore. Quello che ti rende signore non è mica il linguaggio, e non è neppure il titolo nobiliare da solo, è il feudo, il vitalizio, il patrimonio, il diritto di corvee. Il linguaggio dei signori serve ai signori (ma a quelli che sono già signori, e ci sono nati o lo sono diventati per altra via) per riconoscersi in società; se lo insegni a un poveraccio gli fai il più sadico degli spregi: lo trasformi in un infelice, potenziale assassino oppure suicida.
Ma noi abbiamo creduto che questa "cultura" fosse un veicolo di emancipazione sociale, addirittura un mezzo di produzione della ricchezza; mentre è uno strumento di consolidamento sociale, e un mezzo di giustificazione di una ricchezza acquisita.
Così abbiamo pensato che bastasse dare istruzione a tutti, per esser tutti ricchi. Siamo caduti, noi borghesi stessi, nella trappola della finzione borghese.
E in questo modo abbiamo creato i presupposti non solo per l'avvento della generazione dei "disagiati" di Ventura, ma anche per il disastro economico, e forse per l'estinzione di un intera civiltà.





Da Voltaire a Ventura

Mente profonda capace di pensiero minuto, dotato di vasta erudizione ma con filosofica attitudine al dubbio, soprattuto sempre arma...