venerdì 4 settembre 2015
Non è mika il kannokkiale di Galileo, vero?
Nell'immagine il nunzio costolico cardinale Imbuzzini, che dopo essersi sincerato non trattarsi dell'ordigno diabolico già esecrato dal beato cardinale Bellarmino, apprezza le qualità di un aspersorio di nuova generazione, capace di distribuire la grazia a molti fedeli anche a notevole distanza.
venerdì 19 giugno 2015
venerdì 5 settembre 2014
Break (Ponzi) Point
Dopo una chiacchierata sul tema crisi del debito - schema Ponzi, l'amico Francesco Checcacci mi ha segnalato prima questa spiegazione:
Fonzie or Ponzi? One theory on the limits to Governemnt Debt
e poi questo articolo più "tecnico":
Markus M. Möbius - Common Knowledge
Il primo è divertente e di facile lettura, il secondo è divertente pure questo, e solo all'apparenza più ostico. Mi è ostico però capirne il nesso col tema, e per questo lancio l'argomento qui.
Mi rivolgo a Francesco, ma la chiacchierata è aperta per chiunque sia interessato al tema.
Mi sono letto con attenzione il paper sopra citato, per approfondire il tema del limite che distingue il meccanismo del rollover del debito sovrano da uno schema Ponzi, tema che mi incuriosisce molto, (perché fatico a trovare le differenze). Ma devo confessare che non riconosco i nessi. Vedo che è una "lecture 7", forse tra le altre lecture c'era qualcosa che permetteva il collegamento. L'articolo da da due definizioni alternative di "conoscenza comune", e poi esamina due problemi della teoria dei giochi (che si possono descrivere bene pure senza quelle definizioni, mi pare), il problema delle facce sporche e quello dell'attacco coordinato. Il secondo lo conoscevo (è il "problema dei due eserciti", un classico della teoria delle reti, usato per dimostrare l'impossibilità di avere una comunicazione totalmente affidabile su un canale rumoroso) il primo no. L'ho visto qui, è divertente, e lascia una domanda aperta: che succede se sono esclusi i due casi "facce tutte sporche" e "facce tutte pulite"?. Senza perder tempo a dimostrarlo, io direi che lo stato di cose con k facce sporche viene rivelato, ora, allo stage k/2 (troncato se k è dispari).
Questo però è un problemino di calcolo combinatorio, mi manca di capire che c'entra con la questione del limite del debito e del "Ponzi Point".
L'altro articolo, Ponzi Vs Fonzie, è di apparenza più scherzosa e non ha il tono professorale del Tex, ma sta centrato: li si suggerisce il limite di 150% debito/PIL, e si chiama la zona 100-150% transition zone, pur senza giustificare questi numeri in alcun modo.
La mia sensazione, come ti dissi, è che la differenza tra Ponzi e Fonzie non sia sostanziale. E tutto questo ricorrere alla teoria dei giochi rinforza questo sospetto: la teoria dei giochi è la matematica dei gambler. Restando nella azzeccata metafora, Fonzie è un Ponzi che la fa franca, ma fa sostanzialmente la stessa cosa: si indebita per rimborsare i debiti precedenti, proprio come faceva il Carlo Ponzi da Lugo di Romagna (che finì in galera per questo); e proprio come quello sopravvive finché nessuno si accorge che sta bluffando, e riesce a trovare degli allocchi che gli prestano sempre più soldi.
Quando non ne trova più, o fallisce, oppure - se è uno Stato e può farlo - prende a stampare carrettate di soldi, che però sono soldi "di babbo natale" come li chiami tu; e si scatena una iperinflazione, il che è equivalente a fallire se non peggio.
Vedo che anche i tecnici definiscono il Default come quella situazione in cui un paese "non riesce a rinnovare il debito in scadenza, qualunque sia il tasso d'interesse che possa essere offerto". Ecco: solo l'idea che si debba rinnovare il debito, e che si debba farlo per forza pena il fallimento, mostra che si è perpetrato uno schema Ponzi.
Capisco bene il terrore che serpeggiava quando lo spread era salito a 500 punti.
Ma lo schema Ponzi è una corsa verso il nulla: è inevitabilmente destinato a finire. La situazione si mantiene più o meno sotto controllo solo finché nuovi agenti si inseriscono nello schema (come in ogni catena di sant'Antonio) e quindi finché c'è crescita della popolazione si può andare avanti un po' più a lungo. Ma alla fine si schianta sempre, c'è solo da vedere quando.
Perché perpetrando uno schema piramidale lo stock del debito aumenterà sempre, e con esso (a tassi costanti, ok, ma semplifichiamo) aumenteranno sempre gli interessi sul debito da pagare. Quindi, a meno che non ci si indebiti anche per pagare gli interessi, ma allora la piramide diventa iperbolica e il giochino finisce molto presto, per mantenere lo stesso livello di spesa devi per forza far aumentare le entrate con lo stesso ritmo con cui aumenta la spesa per interessi. Ossia: per mantenere costante il rapporto debito-PIL, (cioè per sopravvivere, non per stare meglio!) sei condannato a crescere sempre, per forza, a ritmo costante.
Come uno che per mantenere lo stesso tenore di vita (e non per stare meglio!) dovesse chiedere per forza un aumento di stipendio ogni anno, perché si è imbarcato in uno schema piramidale e deve pagare gli interessi su un debito che gli cresce in pancia come un tumore, senza che lui abbia potere di contenerlo.
Se hai un capo-ufficio che ti vuole bene, può darsi che per un anno, due, o tre, te la cavi. Ma è scontato che se ti trovi in questa situazione sei messo male, e prima o poi sei destinato a scoppiare. Quando, dopo tre anni, l'aumento annuale non ti verrà concesso, ti troverai a dover tagliare le tue spese e ridurre il tuo tenore di vita di conseguenza. Ma anche così non risolverai il problema, sopravvivrai per un anno, due, tre; poi arriverà il momento in cui non avrai nulla da tagliare. E ti dovrai dare alla fuga o finire in galera, come Carlo Ponzi.
Secondo me, il meccanismo di indebitamento corretto non è Ponzi né Fonzie, ed è lo stesso tanto per lo Stato quanto per le imprese, e pure per le famiglie. E' quello per cui un (eventuale) indebitamento è fatto a fronte di un investimento produttivo pianificato, i cui proventi siano bastanti per rimborsare E il debito, E gli interessi.
Per intero, ovviamente. In questo modo il rollover non è affatto necessario. Se non sono alle porte investimenti produttivi si può scegliere di non indebitarsi affatto; e se non è prevedibile una crescita, non c'è per questo da strapparsi i capelli: basta ridurre le emissioni di titoli di debito, giacché queste non sono indispensabili. Non servono infatti per rimborsare il debito precedente ma per realizzare l'investimento futuro, che si può bene scegliere di non fare. E quindi se anche si ha crescita zero si può mantenere tranquillamente lo stesso livello di spesa e di imposizione fiscale, dato che il debito e i relativi interessi non hanno ragione di lievitare.
Una azienda che si indebita secondo questo consueto meccanismo è - sì - più o meno sempre indebitata. Ma vede aumentare o diminuire l'esposizione con gli istituti in rapporto ai suoi fatturati. Si indebita di più quando ha alle porte lavori di maggiore importo, e mantiene rigorosamente separati i flussi, cioè non rimborsa i debiti con soldi prestati. Se fai un grafico del suo debito non vedi una linea crescente come la parete di una piramide (se è così, preoccupati) vedi una linea curva, che sale e scende intorno a un valore medio che si mantiene proporzionale al suo fatturato. Fatturato che a sua volta non aumenta per forza indefinitamente: può mantenersi costante ma può pure diminuire, e senza che ci sia di che preoccuparsi, se allo stesso tempo diminuiscono il numero dei dipendenti e le voci di spesa.
Secondo la mia idea, per riconoscere uno schema-Ponzi basta osservare l'andamento dello stock del debito: se è sempre crescente, è schema-Ponzi.
E quindi tutti i governi dei paesi occidentali (e non), chi più chi meno, dal dopoguerra almeno ma forse anche da prima, perpetrano impuniti il loro Giant Ponzi Scheme. A fregarli è la circostanza che una guerra mondiale spiana-tutto non arriva da settant'anni ormai, gli stock sono diventati abnormi, e sono tutti terrorizzati dal collasso finale.
E secondo la mia idea, il Ponzi point, cioè il punto in cui lo schema piramidale comincia ad andare in fuga verso lo schianto finale (che, attenzione, è il punto in cui ti scoprono, non il punto in cui hai cominciato a imbrogliare) è quello in cui il Carlo Ponzi comincia a usare il suo stipendio e il suo patrimonio per integrare i prestiti entranti, perché questi non gli bastano più per rimborsare i creditori; dato che gente nuova non ne arriva più e la base della piramide si è allargata troppo.
E quindi per riconoscere il Ponzi Point bisogna cercare quel punto in cui si comincia a manifestare un surplus primario, ma questo non basta a diminuire lo stock del debito.
Lo abbiamo varcato venti anni fa, tu m'insegni.
giovedì 12 giugno 2014
Campo d'Agli
Il campo d'agli non c'entra nulla.
Perché non c'entra nulla questo post. Con tutti quelli di prima, e spero con quelli di poi.
Ho visto che il blog sta andando in disuso, voglio riprendere ad utilizzarlo, ma con argomenti diversi.
Sfogliandolo indietro, trovo troppa politica e troppo poche cose serie. In tutto il 2013 un solo post, con una foto di Renzi e Bersani. Poi più nulla. Ma vada in ciulo Renzi, basta, da oggi parliamo di qualcosa di diverso.
La prima volta che ci ricasco (in questo blog) chiunque può rinfacciarmelo linkando questo post.
giovedì 4 aprile 2013
Questa ambiguità ha impedito al PD di contrastare il berlusconismo con la feroce determinazione che la situazione richiederebbe. Ora il PD deve decidersi. Con Berlusconi, o Contro Berlusconi.
Se decide di essere Contro Berlusconi, deve cambiare completamente registro.
Basta cianciar di "riforme" e basta con questa "emergenza lavoro" e "imprese" che è urgente solo quando si deve giustificare l'inciucio. E' ora di alzare i toni: parlare delle troie in parlamento chiamandole troie (chiedere a Battiato come si fa). Poi dichiarare Berlusconi ineleggibile, premere perché i processi vadano a sentenza, AUTORIZZARE L'ARRESTO. E rinchiuderlo.
Reagiranno?
CERTO che reagiranno.
Si va allo scontro violento?
SICURO.
Forse alla GUERRA CIVILE?
..FORSE.
Paura? Qualcuno pensa che sia possibile uscire davvero dalla situazione in cui ci siamo cacciati saltando questo passaggio?
Ho votato M5S senza mai credere davvero che Grillo ce la potesse fare. Ammiro il coraggioso tentativo, ma aveva ed ha meno possibilità di quante ne aveva Garibaldi quando partì da Quarto. Già mi ha stupito questo 25%, pensavo avrebbe raccolto di meno.
Ora è chiaro che sperare di arrivare al 51% per "mandarli tutti a casa" è improbabile. Per questo da più parti si invoca un "ravvedimento" del M5S, che dovrebbe "dialogare" con Bersani.
Io credo che sarebbe un errore fatale. E' tardi: se il M5S adesso concedesse la fiducia a Bersani, sia pure "a termine", tradirebbe i suoi elettori e sconfesserebbe la ragione stessa della sua esistenza.
E così si autodistruggerebbe, non meno di quanto farebbe il PD se si accordasse con Berlusconi.
Per questo non aveva senso questo "mandato esplorativo" di Napolitano a Bersani. A meno che non dovesse servire per creare difficoltà al M5S dandogli la "colpa" del successivo inciucio, ma non voglio pensare così male.
Se è vero, come io penso, che esiste nel PD e nella sinistra - nella base dico - una componente significativa, forse maggioritaria, che Berlusconi in galera vorrebbe vedercelo davvero, allora l'unica via è usare il M5S come testa d'ariete. Nessun governo a maggioranza PD potrebbe fare quel che c'è da fare ormai, dopo gli ultimi 19 anni. Semplicemente non può, tanto quando il M5S non può appoggiare Bersani.
Si incarichi allora il M5S di formare un governo, oppure si lasci il governo Monti in carica per un altro pochino tanto per l'amministrazione spiccia, e si istituiscano le commissioni. Si renda operativo in qualunque modo questo parlamento. Poi si lasci che il M5S lanci le sue proposte di legge su conflitto di interessi, televisioni, legge elettorale, parlamento pulito, ineleggibilità del lurido eccetera.
Si mettano ai voti. Si vedrà così quanti tra gli eletti nella sinistra PD, SEL e cocci, vogliono davvero la fine del berlusconismo, e quanti invece si tirano indietro.
Sarebbe la fine del PD? Io credo di no. Sarebbe la fine solo dei Renzi e degli altri inciuciatori berluschini del PD, che sarebbero costretti a venire allo scoperto.
Sarebbe la fine, invece, del M5S. Una volta completata questa fase, rinchiuso Berlusconi in carcere, ripulito il parlamento da criminali e troie, e puniti tutti i responsabili di questo ventennio, la sua funzione storica sarebbe esaurita. Si dissolverebbe nel nulla, come si dissolse il Partito d'Azione una volta annientato il fascismo.
mercoledì 13 giugno 2012
continua dal blog di Francesco Checcacci
http://lettotralerighe.blogspot.it/
Mi sposto di qua, perché da filocomunista dittatoriale preferisco essere il detentore del dominio.
...Dominio... in senso web, si capisce!
Se Francesco vuol commentare è benvenuto. Eravamo arrivati piuomeno qui:
"Se tu sei uno dei concorrenti e l'arbitro insieme vinci sempre tu. Per stabilire chi vince dovrebbe arrivare un giudice terzo.
Potrei farcire i miei commenti di citazioni e suggerirti anche io delle letture. Me ne astengo, perché non sarebbe cortese e perché non voglio scaricare su altri la responsabilità delle opinioni che esprimo, ne farmi forte dell'autorità altrui.
Non ci sarà bisogno di cercare un giudice, ti concedo volentieri la palma del vincitore. La ragione del mio intervento non era sfidarti a singolar tenzone, ma trarre degli spunti dal tuo post per approfondire dei temi. A te però non interessa approfondire, tu cerchi di "vincere", come bene hai anche scritto. E dal piglio che usi, mi pare di esser tornati alle discussioni che facevamo da adolescenti, quando si decideva prima con chi stare, e solo dopo si cercavano gli argomenti. Le stesse discussioni ora imbottite di paroloni. Non te ne avere a male, ma sembra che tu non ti sia mai mosso da lì: hai dedicato quasi trent'anni a rinforzare i tuoi argomenti, per arrivare a "dimostrare" ora che "avevi ragione tu", quando avevamo quindici anni.
Sbagli però quando dici che "gioco in trasferta". La definizione di "benessere" non è materia degli economisti; è materia filosofica, e qui io non gioco in trasferta.
E sbagli quando dici "se non riusciamo nemmeno a definire il benessere, di che parliamo"? Una mia "definizione di benessere" la avevo fornita: un istanza psichica. Benessere è uno stato d'animo. E quindi non è cosa che può essere misurata con un numero."
Più addietro però avevo anche scritto:
"Io suggerisco di usare l'aspettativa di vita. La ragione è la ricerca di un parametro quanto più possibile oggettivo. se inseguiamo, come si fa nelle Scienze, non una definizione e basta ma una definizione operativa, cioè servibile per degli scopi pratici, ci serve un indice con una sua univoca unità di misura. L'unità di misura del reddito pro-capite è il denaro. Ma il denaro non ha valore in se, ne ha solo in relazione al suo relativo potere d'acquisto di merci e servizi; e il potere d'acquisto è fortemente variabile per luogo, tempo e per merci.
Un litro di benzina ad Arezzo costa 1,8 euro, a Riad in Arabia Saudita lo stesso litro costa 0,18 euro. Quindi se considriamo due tizi, Gigino d'Arezzo che guadagna 1000 euro al mese, e Mohammad di Riad che ne guadagna 800, e confrontiamo la loro "ricchezza" in euro, vince Gigino 10-8. Se la confrontiamo in litri di benzina, vince Mohammad 4000-500. Non torna.
A loro volta, poi, le merci e servizi acquistabili col denaro sono relazionati al benessere con un legame molto debole, arbitrario, variabile nel tempo e relativo ai luoghi e alle contingenze.
L'aspetativa di vita non ha questi difetti: è misurabile facilmente in termini di una grandezza (a questo livello) universale, il tempo, e si può assumere in modo sufficientemente condiviso che nella maggior parte dei casi e per la maggior parte di noi, diciamo "di solito", vivere di più sia preferibile a vivere di meno.
Cio' detto, nemmeno l'aspettativa di vita è un indicatore di benessere, chiaro.
Ma non puo' esistere un "indicatore di benessere", perché il "benessere" è una istanza psichica: per sua essenza un'entità soggettiva. E' una percezione del soggetto, funzione di parametri sociali e psicologici-collettivi, e non può essere misurato in nessuna scala intersoggettiva.
Come il "malessere" suo opposto, come l'allegria e la tristezza, come la malinconia, l'angoscia, la paura, come la gioia e il dolore."
Quindi di definizioni di "benessere" ne avevo fornite DUE.
Una, "istanza psichica"o "stato d'animo" necessariamente vaga ma sostanzialmente più corretta; e una, l'aspettativa di vita, discutibile e inesatta ma "operativa", nel senso servibile a degli scopi pratici.
Per rispondere dunque al giochino, diciamo che se io fossi un politico che ha la responsabilità di un paese trascurerei chiaramente le istanze psichiche e mi concentrerei su quelle politiche che possono far aumentare l'aspettativa di vita.
Oppure cercherei una via diversa. Perché anche se hai preso il mio intervento come un attacco, io in realtà sono abbastanza d'accordo con te nel considerare il PIL un possibile indicatore di benessere. Possiamo convenire che in generale, giuppersù, un aumento del PIL giova al benessere generale. Solo volevo mettere in guardia dal suo uso acritico e malaccorto, evidenziando i molti limiti che ha se usato a questo fine e i fraintendimenti cui può condurre. E volevo ricordare che aggiungendo al PIL pro-capite un indice di dispersione, come per esempio il Gini, possiamo spostare a piacere l'ago della preferenza verso politiche più o meno redistributive.
Quindi anche un giudizio sulle politiche economiche che sia basato solo sul PIL, come piace a te, può portare a valutazioni diverse secondo le proporzioni tra gli ingredienti che mettiamo nella ricetta dell'indice di benessere che scegliamo di adottare.
Non metto in dubbio che tu conosca il Gini e che nel libro che citi sia trattato diffusamente. Nel tuo post però non ce ne era traccia e io mi limito a quel che leggo.
"Per tua informazione insieme al PIL si usa anche il Gini proprio per i motivi che hai giustamente addotto", mi dici tu. Allora ti chiedo (umilmente: questa è materia tua) di riprendere in mano il tuo libro, e di farmi vedere in che modo.
Il coefficiente di Gini si chiama così quando lo usano gli economisti. In matematica si chiama differenza media, ed è uno dei possibili indici di dispersione di una variabile casuale. La differenza media non è data quando è data la media. Se vogliamo ordinare gli elementi di una popolazione in modo univoco, ci serve un criterio univoco. Se hai un insieme di 10 persone e le vuoi mettere in fila, puoi metterle in ordine di altezza oppure di età. Non di altezza ed età insieme. Se vuoi considerare insieme altezza ed età, allora devi descrivere un terzo parametro che le riassuma entrambe, in un unico indice.
Le due graduatorie che ti avevo mostrato:
http://it.wikipedia.org/wiki/Lista_di_stati_per_PIL_(nominale)_procapite
http://it.wikipedia.org/wiki/Lista_di_stati_per_uguaglianza_di_reddito
sono chiaramente diverse. E sono diverse perché usano indici diversi, che evidentemente non portano allo stesso risultato. Concludevo dicendo:
"Confrontando queste due graduatorie con quella classifica che intuitivamente possiamo avere di qualità della vita tra i paesi del mondo, la migliore approssimazione mi pare la seconda. Così pare a me. La prima e capeggiata dal Quatar. Segue che nella valutazione del "benessere" la distribuzione del PIL è più importante del suo valore medio."
Secondo la tua opinione, quale tra queste due classifiche approssima meglio la classifica globale del "benessere"?
Mi sposto di qua, perché da filocomunista dittatoriale preferisco essere il detentore del dominio.
...Dominio... in senso web, si capisce!
Se Francesco vuol commentare è benvenuto. Eravamo arrivati piuomeno qui:
"Se tu sei uno dei concorrenti e l'arbitro insieme vinci sempre tu. Per stabilire chi vince dovrebbe arrivare un giudice terzo.
Potrei farcire i miei commenti di citazioni e suggerirti anche io delle letture. Me ne astengo, perché non sarebbe cortese e perché non voglio scaricare su altri la responsabilità delle opinioni che esprimo, ne farmi forte dell'autorità altrui.
Non ci sarà bisogno di cercare un giudice, ti concedo volentieri la palma del vincitore. La ragione del mio intervento non era sfidarti a singolar tenzone, ma trarre degli spunti dal tuo post per approfondire dei temi. A te però non interessa approfondire, tu cerchi di "vincere", come bene hai anche scritto. E dal piglio che usi, mi pare di esser tornati alle discussioni che facevamo da adolescenti, quando si decideva prima con chi stare, e solo dopo si cercavano gli argomenti. Le stesse discussioni ora imbottite di paroloni. Non te ne avere a male, ma sembra che tu non ti sia mai mosso da lì: hai dedicato quasi trent'anni a rinforzare i tuoi argomenti, per arrivare a "dimostrare" ora che "avevi ragione tu", quando avevamo quindici anni.
Sbagli però quando dici che "gioco in trasferta". La definizione di "benessere" non è materia degli economisti; è materia filosofica, e qui io non gioco in trasferta.
E sbagli quando dici "se non riusciamo nemmeno a definire il benessere, di che parliamo"? Una mia "definizione di benessere" la avevo fornita: un istanza psichica. Benessere è uno stato d'animo. E quindi non è cosa che può essere misurata con un numero."
Più addietro però avevo anche scritto:
"Io suggerisco di usare l'aspettativa di vita. La ragione è la ricerca di un parametro quanto più possibile oggettivo. se inseguiamo, come si fa nelle Scienze, non una definizione e basta ma una definizione operativa, cioè servibile per degli scopi pratici, ci serve un indice con una sua univoca unità di misura. L'unità di misura del reddito pro-capite è il denaro. Ma il denaro non ha valore in se, ne ha solo in relazione al suo relativo potere d'acquisto di merci e servizi; e il potere d'acquisto è fortemente variabile per luogo, tempo e per merci.
Un litro di benzina ad Arezzo costa 1,8 euro, a Riad in Arabia Saudita lo stesso litro costa 0,18 euro. Quindi se considriamo due tizi, Gigino d'Arezzo che guadagna 1000 euro al mese, e Mohammad di Riad che ne guadagna 800, e confrontiamo la loro "ricchezza" in euro, vince Gigino 10-8. Se la confrontiamo in litri di benzina, vince Mohammad 4000-500. Non torna.
A loro volta, poi, le merci e servizi acquistabili col denaro sono relazionati al benessere con un legame molto debole, arbitrario, variabile nel tempo e relativo ai luoghi e alle contingenze.
L'aspetativa di vita non ha questi difetti: è misurabile facilmente in termini di una grandezza (a questo livello) universale, il tempo, e si può assumere in modo sufficientemente condiviso che nella maggior parte dei casi e per la maggior parte di noi, diciamo "di solito", vivere di più sia preferibile a vivere di meno.
Cio' detto, nemmeno l'aspettativa di vita è un indicatore di benessere, chiaro.
Ma non puo' esistere un "indicatore di benessere", perché il "benessere" è una istanza psichica: per sua essenza un'entità soggettiva. E' una percezione del soggetto, funzione di parametri sociali e psicologici-collettivi, e non può essere misurato in nessuna scala intersoggettiva.
Come il "malessere" suo opposto, come l'allegria e la tristezza, come la malinconia, l'angoscia, la paura, come la gioia e il dolore."
Quindi di definizioni di "benessere" ne avevo fornite DUE.
Una, "istanza psichica"o "stato d'animo" necessariamente vaga ma sostanzialmente più corretta; e una, l'aspettativa di vita, discutibile e inesatta ma "operativa", nel senso servibile a degli scopi pratici.
Per rispondere dunque al giochino, diciamo che se io fossi un politico che ha la responsabilità di un paese trascurerei chiaramente le istanze psichiche e mi concentrerei su quelle politiche che possono far aumentare l'aspettativa di vita.
Oppure cercherei una via diversa. Perché anche se hai preso il mio intervento come un attacco, io in realtà sono abbastanza d'accordo con te nel considerare il PIL un possibile indicatore di benessere. Possiamo convenire che in generale, giuppersù, un aumento del PIL giova al benessere generale. Solo volevo mettere in guardia dal suo uso acritico e malaccorto, evidenziando i molti limiti che ha se usato a questo fine e i fraintendimenti cui può condurre. E volevo ricordare che aggiungendo al PIL pro-capite un indice di dispersione, come per esempio il Gini, possiamo spostare a piacere l'ago della preferenza verso politiche più o meno redistributive.
Quindi anche un giudizio sulle politiche economiche che sia basato solo sul PIL, come piace a te, può portare a valutazioni diverse secondo le proporzioni tra gli ingredienti che mettiamo nella ricetta dell'indice di benessere che scegliamo di adottare.
Non metto in dubbio che tu conosca il Gini e che nel libro che citi sia trattato diffusamente. Nel tuo post però non ce ne era traccia e io mi limito a quel che leggo.
"Per tua informazione insieme al PIL si usa anche il Gini proprio per i motivi che hai giustamente addotto", mi dici tu. Allora ti chiedo (umilmente: questa è materia tua) di riprendere in mano il tuo libro, e di farmi vedere in che modo.
Il coefficiente di Gini si chiama così quando lo usano gli economisti. In matematica si chiama differenza media, ed è uno dei possibili indici di dispersione di una variabile casuale. La differenza media non è data quando è data la media. Se vogliamo ordinare gli elementi di una popolazione in modo univoco, ci serve un criterio univoco. Se hai un insieme di 10 persone e le vuoi mettere in fila, puoi metterle in ordine di altezza oppure di età. Non di altezza ed età insieme. Se vuoi considerare insieme altezza ed età, allora devi descrivere un terzo parametro che le riassuma entrambe, in un unico indice.
Le due graduatorie che ti avevo mostrato:
http://it.wikipedia.org/wiki/Lista_di_stati_per_PIL_(nominale)_procapite
http://it.wikipedia.org/wiki/Lista_di_stati_per_uguaglianza_di_reddito
sono chiaramente diverse. E sono diverse perché usano indici diversi, che evidentemente non portano allo stesso risultato. Concludevo dicendo:
"Confrontando queste due graduatorie con quella classifica che intuitivamente possiamo avere di qualità della vita tra i paesi del mondo, la migliore approssimazione mi pare la seconda. Così pare a me. La prima e capeggiata dal Quatar. Segue che nella valutazione del "benessere" la distribuzione del PIL è più importante del suo valore medio."
Secondo la tua opinione, quale tra queste due classifiche approssima meglio la classifica globale del "benessere"?
lunedì 26 marzo 2012
Saluto ad Antonio Tabucchi
Marco Travaglio sul Fatto saluta Antonio Tabucchi
Tabucchi, uomo libero
Ci sono momenti in cui il nostro mestiere è davvero feroce, impietoso. E questo è uno di quelli: scopri che un tuo amico è morto e, invece di startene in silenzio a ricordarlo, magari a pregare per lui, ti tocca subito scriverne. Pochi minuti fa ho saputo che è morto Antonio Tabucchi, a Lisbona. Dicono che “era da tempo malato”. Non l’aveva detto nemmeno agli amici. Sapevo, me ne aveva parlato nell’ultima telefonata dal Portogallo qualche mese fa, di una frattura a una gamba, che aveva aggravato i suoi problemi alla schiena. Altro non so. Quello che so di lui è che era uno dei pochissimi intellettuali internazionali rimasti all’Italia (non direi “in Italia” visto che ci viveva poco, e con sempre maggiore disagio). Temo che la parola “intellettuale” non sarebbe piaciuta a lui così schivo, minimalista, autoironico, antiretorico, quasi autobeffardo. Ma, se la parola “intellettuale” aveva ancora un senso, è proprio perché c’era lui. Non ho voglia né competenza per disquisire sul valore letterario dei suoi romanzi e dei suoi racconti. Ma sono stato testimone del suo modo di concepire la cultura e l’impegno: fu nel 2002, quando cominciò a scrivere sull’Unità perché nessun grande giornale italiano “indipendente” poteva più ospitare gli articoli di uno dei più noti scrittori italiani, tradotto in tutto il mondo, solo perché erano irriducibilmente critici contro il regime di Berlusconi e contro chiunque non vi si opponesse con la necessaria intransigenza. Compreso il presidente Ciampi, che qualche legge vergogna la bocciava ma molte altre le promulgava. Un giorno Tabucchi, sull’Unità e su Le Monde, criticò duramente Ciampi per una sua apertura sui “ragazzi di Salò”: per protesta il senatore Andrea Manzella, consigliere del Quirinale, lasciò la presidenza dell’Unità.«Che razza di Nazione è quella dove uno scrittore può insolentire il capo dello Stato sull’Unità e su Le Monde?», si domandò Bruno Vespa, convinto che il dovere dell’intellettuale sia quello di servire e plaudire sempre il potere, mai di criticarlo. Tabucchi non ne faceva passare nessuna a nessuno. Uno dei suoi bersagli prediletti era Giuliano Ferrara, il più servile dei servi berlusconiani eppure sempre considerato “intelligente” da chi a Berlusconi avrebbe dovuto opporsi. Una sera, a Porta a Porta, Ferrara definì l’Unità di Furio Colombo e Antonio Padellaro “giornale omicida” e accusò Colombo e Tabucchi di essere nientemeno che i “mandanti linguistici del mio prossimo assassinio” (che naturalmente non ci fu). Qualche anno dopo rubò letteralmente un articolo che Tabucchi aveva scritto per Le Monde, in cui ricordava i trascorsi di Ferrara come spia prezzolata della Cia, e lo pubblicò in anticipo sul Foglio. Tabucchi gli fece causa al Tribunale di Parigi, e la vinse. Ricordo la sua soddisfazione appena uscì la sentenza, che riportava il tragicomico interrogatorio di Ferrara, il quale ammetteva che, sì, aveva confessato lui stesso di aver fatto l’informatore a pagamento di un servizio segreto straniero, ma non era vero niente, la sua era solo una “provocazione”: tant’è che – aggiunse – non ci sono le prove. Figurarsi la faccia dei giudici parigini dinanzi a questo “giornalista” ed ex-ministro italiano che si vanta di raccontare frottole sulla propria vita e aggiunge: trovate le prove di quel che scrivo, se ne siete capaci. Infatti fu condannato su due piedi. Ecco, in quella sentenza, oltre a quello dei giudici, c’era anche tutto lo stupore di Antonio, che essendo un cittadino del mondo prestato all’Italia non riusciva a tollerare tutto ciò che, per assuefazione e rassegnazione, in Italia si ingoia e si digerisce. E si ostinava a chiamare le cose con il loro nome: quello berlusconiano era un “regime”, chi non lo ostacolava era un “complice”, chi lo sosteneva era un “servo”, chi deviava dal dettato costituzionale era un “eversore”, chi violava le leggi era un “delinquente”, chi approfittava delle cariche pubbliche per farsi gli affari suoi era in “conflitto d’interessi”, dunque “ineleggibile”. Per questo Tabucchi era isolato e malsopportato nel mondo degli intellettuali italiani: perché, essendo un uomo libero, mostrava loro col suo esempio ciò che avrebbero dovuto essere e invece non erano. Per viltà, conformismo, sciatteria, convenienza, paraculaggine, quieto vivere.
Per questo i politici (tutti) lo ignoravano, anzi lo temevano: non tanto a destra (lì si legge poco e si capisce ancor meno), quanto a sinistra (bersaglio fisso dei suoi strali contro gli inciuci dei D’Alema e dei Violante). Per questo, tre anni fa, quando Padellaro e io gli annunciammo la prossima nascita del Fatto quotidiano, si prenotò subito per collaborarvi. E ci mandò articoli, e ci concesse interviste, e ci regalò anticipazioni dei suoi libri, ma soprattutto la sua vicinanza, la sua amicizia, i suoi consigli mai banali, mai scontati. Le sue critiche irriducibili, definitive al regime non risparmiarono nemmeno Napolitano (che diversamente da Ciampi di leggi vergogna non ne respinse nemmeno una) e infatti potevano trovare ospitalità solo sul Fatto. Così come un anno fa fu il Fatto a pubblicare la versione integrale di un suo articolo, scritto per Le Monde ma tagliuzzato persino dal tempio dell’informazione parigina, in cui faceva a pezzi l’intellighenzia francese che aveva scambiato per un martire un volgare assassino come Cesare Battisti. Pochi mesi dopo, quando Battisti fu accolto trionfalmente in Brasile e lì protetto dalle autorità, Tabucchi rifiutò di intervenire al festival letterario di Paraty per protesta contro il governo di Brasilia.
Tabucchi era anche un amico di Annozero: ricordo che intervenne in collegamento da Parigi nella famosa puntata con Luigi De Magistris e Clementina Forleo, che poi costò il posto e la carriera a entrambi i magistrati coraggiosi: aveva capito che, su quelle due vicende, si giocava un bel pezzo della nostra democrazia, intesa come separazione dei poteri. Un’altra volta, da Santoro, si parlava della legge bavaglio sulle intercettazioni e lui, col suo feroce e placido candore tipico dell’italiano all’estero, ricordò che i parlamentari non possono essere intercettati: se la loro voce viene captata da una cimice è perché parlano con qualche delinquente intercettato: “Se i nostri politici telefonassero alla Caritas o alla Comunità di Sant’Egidio nessun giudice li ascolterebbe”.
I ricordi personali si affollano, in questi primi momenti senza di lui. La sera che lo conobbi, in un paesino della Toscana a due passi dalla sua Vecchiano: presentavo un mio libro in un teatro con Peter Gomez, lui si mescolò tra la folla e alla fine si fermò a cena fino alle due di notte. Pochi mesi dopo due suoi cari amici di Pisa, Alma e Roby, organizzarono un incontro con me a Pisa per presentare “Montanelli e il Cavaliere”, e lui volle essere sul palco, perché Adriano Sofri (che lui pure aveva difeso nel processo, reputandolo innocente a differenza di quel che ho sempre pensato io), mi aveva pesantemente attaccato sul Foglio proprio alla vigilia, e correva voce che qualche suo amico pisano sarebbe venuto a contestarmi. E poi le cene nella casa di Vecchiano, con l’adorabile moglie Zè e gli amici Alma e Roby. E una cena in un bistrot di Parigi, dove gli presentai Barbara Spinelli e Tommaso Padoa-Schioppa, altri grandi amici del Fatto.
Quand’ero all’Unità, Antonio prese carta e pena per difendermi da una campagna orchestrata dal Corriere sulla mia presunta “misoginia” per una mia critica a Ritanna Armeni, che faceva da spalla a Ferrara a “Otto e mezzo”. E tornò a farlo quando, su Repubblica, un collega oggi scomparso mi attaccò per avere io osato ricordare le amicizie mafiose di Schifani. Per quell’articolo Schifani, già presidente del Senato, gli fece causa civile e gli chiese 1 milione e 300 mila euro. Di quella causa parlammo tante volte, anche nell’ultima telefonata dall’ospedale: seguiva la sua difesa parola per parola, voleva sapere tutto, raccoglieva i documenti che gli mandavo sulle amicizie schifaniane e poi li commentava, felice di avere scritto soltanto la verità, nient’altro che la verità. Ma anche incredulo, sempre per quel candore che descrivevo prima, di fronte a un’alta carica dello Stato che chiede un milione e rotti a un privato cittadino, a un intellettuale: un fatto impensabile in qualunque altro paese del mondo.
Ora mi auguro che nessun politico dica una parola sulla sua morte. Sarebbe davvero troppo.
Tabucchi, uomo libero
Ci sono momenti in cui il nostro mestiere è davvero feroce, impietoso. E questo è uno di quelli: scopri che un tuo amico è morto e, invece di startene in silenzio a ricordarlo, magari a pregare per lui, ti tocca subito scriverne. Pochi minuti fa ho saputo che è morto Antonio Tabucchi, a Lisbona. Dicono che “era da tempo malato”. Non l’aveva detto nemmeno agli amici. Sapevo, me ne aveva parlato nell’ultima telefonata dal Portogallo qualche mese fa, di una frattura a una gamba, che aveva aggravato i suoi problemi alla schiena. Altro non so. Quello che so di lui è che era uno dei pochissimi intellettuali internazionali rimasti all’Italia (non direi “in Italia” visto che ci viveva poco, e con sempre maggiore disagio). Temo che la parola “intellettuale” non sarebbe piaciuta a lui così schivo, minimalista, autoironico, antiretorico, quasi autobeffardo. Ma, se la parola “intellettuale” aveva ancora un senso, è proprio perché c’era lui. Non ho voglia né competenza per disquisire sul valore letterario dei suoi romanzi e dei suoi racconti. Ma sono stato testimone del suo modo di concepire la cultura e l’impegno: fu nel 2002, quando cominciò a scrivere sull’Unità perché nessun grande giornale italiano “indipendente” poteva più ospitare gli articoli di uno dei più noti scrittori italiani, tradotto in tutto il mondo, solo perché erano irriducibilmente critici contro il regime di Berlusconi e contro chiunque non vi si opponesse con la necessaria intransigenza. Compreso il presidente Ciampi, che qualche legge vergogna la bocciava ma molte altre le promulgava. Un giorno Tabucchi, sull’Unità e su Le Monde, criticò duramente Ciampi per una sua apertura sui “ragazzi di Salò”: per protesta il senatore Andrea Manzella, consigliere del Quirinale, lasciò la presidenza dell’Unità.«Che razza di Nazione è quella dove uno scrittore può insolentire il capo dello Stato sull’Unità e su Le Monde?», si domandò Bruno Vespa, convinto che il dovere dell’intellettuale sia quello di servire e plaudire sempre il potere, mai di criticarlo. Tabucchi non ne faceva passare nessuna a nessuno. Uno dei suoi bersagli prediletti era Giuliano Ferrara, il più servile dei servi berlusconiani eppure sempre considerato “intelligente” da chi a Berlusconi avrebbe dovuto opporsi. Una sera, a Porta a Porta, Ferrara definì l’Unità di Furio Colombo e Antonio Padellaro “giornale omicida” e accusò Colombo e Tabucchi di essere nientemeno che i “mandanti linguistici del mio prossimo assassinio” (che naturalmente non ci fu). Qualche anno dopo rubò letteralmente un articolo che Tabucchi aveva scritto per Le Monde, in cui ricordava i trascorsi di Ferrara come spia prezzolata della Cia, e lo pubblicò in anticipo sul Foglio. Tabucchi gli fece causa al Tribunale di Parigi, e la vinse. Ricordo la sua soddisfazione appena uscì la sentenza, che riportava il tragicomico interrogatorio di Ferrara, il quale ammetteva che, sì, aveva confessato lui stesso di aver fatto l’informatore a pagamento di un servizio segreto straniero, ma non era vero niente, la sua era solo una “provocazione”: tant’è che – aggiunse – non ci sono le prove. Figurarsi la faccia dei giudici parigini dinanzi a questo “giornalista” ed ex-ministro italiano che si vanta di raccontare frottole sulla propria vita e aggiunge: trovate le prove di quel che scrivo, se ne siete capaci. Infatti fu condannato su due piedi. Ecco, in quella sentenza, oltre a quello dei giudici, c’era anche tutto lo stupore di Antonio, che essendo un cittadino del mondo prestato all’Italia non riusciva a tollerare tutto ciò che, per assuefazione e rassegnazione, in Italia si ingoia e si digerisce. E si ostinava a chiamare le cose con il loro nome: quello berlusconiano era un “regime”, chi non lo ostacolava era un “complice”, chi lo sosteneva era un “servo”, chi deviava dal dettato costituzionale era un “eversore”, chi violava le leggi era un “delinquente”, chi approfittava delle cariche pubbliche per farsi gli affari suoi era in “conflitto d’interessi”, dunque “ineleggibile”. Per questo Tabucchi era isolato e malsopportato nel mondo degli intellettuali italiani: perché, essendo un uomo libero, mostrava loro col suo esempio ciò che avrebbero dovuto essere e invece non erano. Per viltà, conformismo, sciatteria, convenienza, paraculaggine, quieto vivere.
Per questo i politici (tutti) lo ignoravano, anzi lo temevano: non tanto a destra (lì si legge poco e si capisce ancor meno), quanto a sinistra (bersaglio fisso dei suoi strali contro gli inciuci dei D’Alema e dei Violante). Per questo, tre anni fa, quando Padellaro e io gli annunciammo la prossima nascita del Fatto quotidiano, si prenotò subito per collaborarvi. E ci mandò articoli, e ci concesse interviste, e ci regalò anticipazioni dei suoi libri, ma soprattutto la sua vicinanza, la sua amicizia, i suoi consigli mai banali, mai scontati. Le sue critiche irriducibili, definitive al regime non risparmiarono nemmeno Napolitano (che diversamente da Ciampi di leggi vergogna non ne respinse nemmeno una) e infatti potevano trovare ospitalità solo sul Fatto. Così come un anno fa fu il Fatto a pubblicare la versione integrale di un suo articolo, scritto per Le Monde ma tagliuzzato persino dal tempio dell’informazione parigina, in cui faceva a pezzi l’intellighenzia francese che aveva scambiato per un martire un volgare assassino come Cesare Battisti. Pochi mesi dopo, quando Battisti fu accolto trionfalmente in Brasile e lì protetto dalle autorità, Tabucchi rifiutò di intervenire al festival letterario di Paraty per protesta contro il governo di Brasilia.
Tabucchi era anche un amico di Annozero: ricordo che intervenne in collegamento da Parigi nella famosa puntata con Luigi De Magistris e Clementina Forleo, che poi costò il posto e la carriera a entrambi i magistrati coraggiosi: aveva capito che, su quelle due vicende, si giocava un bel pezzo della nostra democrazia, intesa come separazione dei poteri. Un’altra volta, da Santoro, si parlava della legge bavaglio sulle intercettazioni e lui, col suo feroce e placido candore tipico dell’italiano all’estero, ricordò che i parlamentari non possono essere intercettati: se la loro voce viene captata da una cimice è perché parlano con qualche delinquente intercettato: “Se i nostri politici telefonassero alla Caritas o alla Comunità di Sant’Egidio nessun giudice li ascolterebbe”.
I ricordi personali si affollano, in questi primi momenti senza di lui. La sera che lo conobbi, in un paesino della Toscana a due passi dalla sua Vecchiano: presentavo un mio libro in un teatro con Peter Gomez, lui si mescolò tra la folla e alla fine si fermò a cena fino alle due di notte. Pochi mesi dopo due suoi cari amici di Pisa, Alma e Roby, organizzarono un incontro con me a Pisa per presentare “Montanelli e il Cavaliere”, e lui volle essere sul palco, perché Adriano Sofri (che lui pure aveva difeso nel processo, reputandolo innocente a differenza di quel che ho sempre pensato io), mi aveva pesantemente attaccato sul Foglio proprio alla vigilia, e correva voce che qualche suo amico pisano sarebbe venuto a contestarmi. E poi le cene nella casa di Vecchiano, con l’adorabile moglie Zè e gli amici Alma e Roby. E una cena in un bistrot di Parigi, dove gli presentai Barbara Spinelli e Tommaso Padoa-Schioppa, altri grandi amici del Fatto.
Quand’ero all’Unità, Antonio prese carta e pena per difendermi da una campagna orchestrata dal Corriere sulla mia presunta “misoginia” per una mia critica a Ritanna Armeni, che faceva da spalla a Ferrara a “Otto e mezzo”. E tornò a farlo quando, su Repubblica, un collega oggi scomparso mi attaccò per avere io osato ricordare le amicizie mafiose di Schifani. Per quell’articolo Schifani, già presidente del Senato, gli fece causa civile e gli chiese 1 milione e 300 mila euro. Di quella causa parlammo tante volte, anche nell’ultima telefonata dall’ospedale: seguiva la sua difesa parola per parola, voleva sapere tutto, raccoglieva i documenti che gli mandavo sulle amicizie schifaniane e poi li commentava, felice di avere scritto soltanto la verità, nient’altro che la verità. Ma anche incredulo, sempre per quel candore che descrivevo prima, di fronte a un’alta carica dello Stato che chiede un milione e rotti a un privato cittadino, a un intellettuale: un fatto impensabile in qualunque altro paese del mondo.
Ora mi auguro che nessun politico dica una parola sulla sua morte. Sarebbe davvero troppo.
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