lunedì 19 marzo 2018

Troppi laureati!





Troppi Avvocati! era il titolo di un celebre pamphlet di Pietro Calamandrei scritto nel 1921, quando si potevano ancora usare i punti esclamativi senza essere sospettati di "analfabetismo funzionale".  
Il grande giurista fiorentino - e padre costituente - usava quel punto esclamativo per scagliarsi contro "questo proletariato forense che ogni anno s'invilisce col crescere di numero, come un fiume di piena che più s'intorbida quanto più si gonfia", ma le argomentazioni con cui stigmatizzava l'eccesso di avvocati sono valide per tutti gli ordini professionali, non solo per gli avvocati, e lo sono ora più che mai. 
Riguardo al sistema scolastico però sono vivi da molto tempo in Italia numerosi luoghi comuni, alcuni dei quali talmente diffusi che vengono assunti come apodittici e più nemmeno discussi.
Il più pervasivo di tutti è che in Italia ci sarebbero "pochi laureati", mentre in realtà ce ne sono troppi. [1]
Un altro luogo comune è che la nostra scuola sia "classista" perché troppo chiusa, e dunque poco "meritocratica", e tenda perciò a riprodurre l'ordine sociale esistente [2].
Questa ultima è cosa vera, e vale per ogni sistema scolastico, ma in Italia è aggravata dall'essere il sistema scolastico troppo aperto, non troppo chiuso. Invece la narrazione superficiale del politicamente corretto crede di poter "risolvere" questo difetto aprendo ancora di più il sistema (l'università gratis per tutti, alla Piero Grasso) e applicando criteri di selezione basati su vagamente definite "attitudini", e su un "merito" che immagina ingenuamente di poter misurare con un metro che escluda vantaggi competitivi.
Il fastidio per questi luoghi comuni mi ha fatto progressivamente cambiare opinione, in merito al sistema educativo teoricamente ideale, e ai pregi e difetti del sistema educativo italiano in particolare.
Fino a non molto tempo fa, ad esempio, avrei potuto scrivere tutto il male del mondo del sistema scolastico superiore americano dei college della Ivy-League. Classista, elitario, costruito su misura per la high-class americana, eccetera. Ora dico che con le sue imperfezioni è di gran lunga migliore di quello che abbiamo qua, e  la ragione sta proprio nelle concezioni che lo ispirano.
Muovendo dall'assunto che una scuola d'élite è sempre esistita ed esisterà sempre, che una scuola d'élite per definizione non può essere per tutti, che l'idea di rendere l'accesso esclusivamente meritocratico è una pia illusione; in USA si è costruito un modello che tempera la discriminazione di censo per mezzo di borse di studio verso il basso, e di meccanismi di rating verso l'alto. Non si è cercato demagogicamente di creare una "università per tutti" semi-gratuita come in Italia, proposito assurdo che ha due effetti perversi: uno, più evidente, è il degrado della qualità della formazione universitaria e lo svilimento del valore di titoli di studio; l'altro, meno evidente, è che innesca un meccanismo regressivo ancora più classista, con esiti opposti a quello che promette di realizzare: sposta l'asticella della competizione verso l'alto. Una volta che la laurea è divenuta merce comune, i membri della classe borghese sono costretti a salire un altro gradino per la competizione interna, prosciugando i patrimoni di famiglia in una lotta senza fine a colpi di dottorati e costosi master post-universitari all'estero.
Tutto ciò produce fra le altre cose la fenomenologia della "classe disagiata" ottimamente descritta da Raffaele Alberto Ventura [3]. Ma non solo. Ci sono effetti più profondi e ancora più tragici, tra cui la denatalità è il maggiore, con la crisi economica che ne segue come prima conseguenza.
Il sistema scolastico deve essere funzionale al sistema-paese: deve formare quelle competenze che il mercato del lavoro richiede. Lo squilibrio tra domanda e offerta di forza lavoro intellettuale, con il conseguente fenomeno della disoccupazione intellettuale, con l'ulteriore sottoprodotto dell'elefantiasi della pubblica amministrazione (causata dai reiterati e vani tentativi dei governi di trovare uno sbocco a una pletora sempre crescente di "spostati", con la parola usata da Gaetano Salvemini), che a sua volta ha come ulteriori sottoprodotti la burocrazia e la spesa pubblica abnorme, sono un malanno che ammorba il sistema scolastico italiano almeno dalla Legge Casati del 1859.
Ne furono consapevoli, oltre ai già citati Salvemini e Calamandrei, Aristide Gabelli, Antonio Gramsci, Adolfo Omodeo, Piero Gobetti, e perfino dirigenti storici del partito comunista come Concetto Marchesi. Ma tutti i tentativi di correggere questa stortura che si sono succeduti in un secolo e mezzo, introducendo (e facendo funzionare) una "scuola di scarico", cioè un percorso di istruzione secondaria professionalizzante, non propedeutico all'università ma finalizzato a formare i quadri intermedi - soprattutto tecnici - che la struttura economica italiana richiede, sono miseramente naufragati; per le pressioni politiche esercitate da quei gruppi che paventavano di essere esclusi dall'ascensore sociale, e per la tenace resistenza del corpo accademico geloso delle proprie prerogative.
Perfino il tentativo del regime fascista fallì: la "scuola complementare" introdotta con la Riforma Gentile del 1923 fu disertata dagli alunni e chiusa dopo due anni, e il blocco del numero delle università statali, che Gentile aveva voluto per limitare il proliferare di piccoli atenei nei centri minori, produsse come risultato la nascita di università "libere" (come l'università di Firenze, che nasce proprio nel 1924) per cui il numero totale di atenei addirittura aumentò.
Nel proposito di contrastare il credenzialismo fallì la riforma Bottai del 1939. E nel proposito di introdurre una scuola di scarico con la "post-elementare" (che era una riedizione della complementare del 1923) naufragò la riforma Gonella del 1955. E così piano piano ci si rassegnò al destino fatale: la riforma della scuola media del 1962 abolì gli avviamenti professionali, e i movimenti studenteschi del 1968 liberalizzarono l'accesso alle università, per cui anche i diplomi di scuola superiore cessarono di essere professionalizzanti e divennero un passaggio preparatorio agli studi universitari.
Il bel risultato di questo secolare processo storico è il disastro che abbiamo dinnanzi: un unico interminabile percorso che dalla prima elementare porta fino alla laurea quinquennale, dove chi si ferma è perduto; in cui almeno due generazioni hanno speso i loro anni migliori ad aspettare che qualcuno gli spiegasse dove mai dovesse portare, questo sentiero che era stato tracciato per loro.

Qui nel seguito ripercorriamo la storia dell'evoluzione del sistema scolastico italiano, e concludiamo con un po' di dati attuali, relativi a tutte le categorie professionali una per una.
La mia tesi è che la sovrapproduzione di laureati, e assieme ad essa la massificazione del modello culturale borghese, che produce la crisi di identità (e il risentimento crescente) della classe media, non coinvolge solo i lavoratori dell'industria culturale, laureati in discipline umanistiche che scoprono all'improvviso non esserci alcun posto per loro. È una realtà molto più ampia: investe anche tutte le professioni liberali, nessuna esclusa, anche se con differenti gradi di intensità.
Per chiarezza, le professioni liberali borghesi di cui parlo qui sono quelle che hanno un ordine riconosciuto dallo Stato, un codice deontologico, e un albo professionale cui ci si iscrive dopo un esame di abilitazione.
In Italia, in ordine di antichità, sono l'ordine dei medici e quello degli avvocati che sono i più antichi (in età contemporanea, l'ordine degli avvocati è fondato nel 1874, l'ordine dei medici nel 1910); poi gli architetti e gli ingegneri che esistono da circa cento anni (legge 1395 del 1923), i giornalisti che sono arrivati nel 1963, e ultimi in ordine di tempo i biologi (1967) i dottori commercialisti e gli psicologi; mentre l'ordine storico dei farmacisti ormai è quasi estinto. Possiamo accorpare i notai all'ordine forense, anche se hanno un albo distinto, e trascurare il consiglio nazionale dei chimici, poco significativo per l'osservazione delle professioni liberali (il chimico libero professionista è estremamente raro).
Per lo stesso motivo possiamo trascurare i magistrati: si tratta senz'altro di membri della borghesia professionale, ma il magistrato è togato, e quindi non "libero"; mentre non possiamo trascurare i professori (universitari): non esiste un ordine nazionale dei professori, ma i professori sono quelli che assegnano i titoli a tutti gli altri, quindi sono strettamente intrecciati a tutte queste categorie.
Quindi, riassumendo con un elenco puntato, sostengo che:

-) Il sistema paese italiano soffre, da 150 anni, di un eccesso, e non carenza, di laureati.
-) il numero "giusto" di laureati non si misura "rispetto alla Svezia" ma rispetto alle esigenze del tessuto produttivo italiano.
-) il luogo comune che vuole che i laureati siano troppo pochi è determinato, oltre che dai desiderata della borghesia intellettuale che è tiranna delle correnti di opinione ritenute "corrette", dalla pretesa di confrontare dati eterogenei in contesti eterogenei.
-) Negli altri paesi europei i sistemi scolastici hanno una scuola di scarico professionalizzante, e forniscono molti tipi di preparazione secondaria subito spendibili nel mercato del lavoro, alternativi alle professioni liberali "classiche".
-) Lo squilibrio tra domanda e offerta di forza lavoro intellettuale deriva dalla struttura aperta del sistema scolastico e dalla sua impostazione di fondo.
-) oltre che nei suoi rapporti col mondo del lavoro, il sistema scolastico italiano fallisce anche nella sua funzione di socializzazione. Essendo stato pensato per formare una classe dirigente, il sistema costruisce, e solo legittima, il gusto borghese, che è elitario e classista.
-) La struttura aperta del sistema scolastico, congiunta con il modello educativo elitario, hanno prodotto la massificazione di un modello culturale intrinsecamente insostenibile.
-) Le conseguenze di tutto questo sono drammatiche.

Mi sembra che ce ne sia abbastanza. Ripercorriamo dunque brevemente la storia del sistema.
Tutte le riforme della scuola che sono state intentate in Italia in un secolo e mezzo avevano come obiettivo principale quello di frenare l'esubero di titoli e di "cartoffia", causa di persistente disoccupazione intellettuale; obiettivo, questo, ancora più impellente dell'alfabetizzazione. Nell'ordine la legge Coppino del 1877, la legge Orlando del 1904, la legge Daneo del 1911, la riforma Gentile del 1923, la riforma Bottai del 1939, la fallita riforma Gonella del 1955, furono tutte concepite con l'obiettivo di porre un argine a questa proliferazione, originata dalla struttura aperta fissata originariamente dalla legge Casati del 1859.
Della riforma della scuola media del 1962 e della liberalizzazione degli accessi all'università del 1969, che segnò il punto di non ritorno, si è detto. Da quel momento in avanti i tentativi di rendere funzionale al paese il sistema scolastico sono divenuti sempre più deboli: la scuola diviene sempre meno selettiva, e si manifesta la piaga sociale della dispersione scolastica.
I tentativi di correzione successivi (D'Onofrio 1995, Berlinguer 1997, Moratti 2003, per arrivare a Fioroni, Gelmini e Renzi con la sua "buona scuola", passando per il vituperato "choosy" della Fornero che ha incendiato tante code di paglia) sono tutti fiacchi palliativi tesi a riordinare in qualche modo un sistema che è finito da mezzo secolo completamente fuori controllo, ma che aveva sempre funzionato male anche prima. La disoccupazione intellettuale in Italia ha prodotto (come conseguenze) non solo la stagnazione economica, ma anche corruzione e il clientelismo diffusi e l'elefantiasi della pubblica amministrazione; con la seguente paralisi delle istituzioni e dei servizi, per la burocratizzazione causata dalla miriade di uffici che devono giustificare la propria esistenza.
Uffici che sono stati creati proprio per la necessità di dare qualcosa da fare alle centinaia di migliaia di "spostati" prodotti dalle università:
"questo disgraziato proletariato intellettuale, creato in gran parte artificialmente dallo stato e messo nella tragica situazione di dover attendere dallo stato un'occupazione, un lavoro adatto alla sua preparazione culturale, accademica, letteraria, teorica, ha esercitato per quasi mezzo secolo una pressione silenziosa ma irresistibile sugli uomini politici e sui governanti perché si accrescessero e si estendesse il numero degli uffici, anche se della necessità di questi non si potesse dare una ragione plausibile"
E. Lolini, "La riforma della burocrazia", 1919

Il processo di assorbimento nella burocrazia dei diplomati e laureati in eccesso era già stato descritto da Francesco Saverio Nitti nel capitolo "il bilancio italiano e la lista civile della borghesia" (F.S. Nitti, "il partito radicale e la nuova democrazia industriale", 1907).
Il fenomeno, descritto addirittura da Aristide Gabelli - ministro dell'istruzione del governo Crispi - ne "L’istruzione e l’educazione in Italia" del 1891, fu sempre più grave nel mezzogiorno d'Italia, dove la percentuale di studenti che proseguono gli studi dopo la scuola secondaria è sempre stata maggiore, proprio perché l'economia è asfittica ed è più forte la competizione per accaparrarsi le poche posizioni disponibili, come lo è la pressione per crearne artificialmente di inutili:
"..non offrono quasi nessuna possibilità di impiego produttivo ad una classe che non è così ricca da poter vivere di rendita, né così povera da accettare spontaneamente quella che essa giudica degradazione del lavoro manuale"

"Tutte le famiglie della media e della piccola possidenza sono portate ad avviare i loro figli quasi esclusivamente verso le professioni liberali e gli impieghi".
"ogni laureato, diplomato, bocciato, procura di ottenere un impiego pubblico e di assicurarsi così un reddito qualunque a spese dei bilanci locali. Non c'è posto di scrivano municipale, medico ispettore del dazio consumo, professore, pareggiato, ragioniere, economo, segretario, guardia municipale, bidello, che non abbia due o tre spasimanti"
Gaetano Salvemini, "la piccola borghesia intellettuale nel Mezzogiorno d'Italia", 1911.

Interessante quel "che essa giudica", nelle parole del Salvemini. Un altro intellettuale che denunciò il fenomeno fu Rodolfo Mondolfo, "Il problema della classi medie", in Critica Sociale, 1925:
"..li pone nella condizione di nuove plebi di cui parla Treves, per la discesa in una miseria non meno accentuata di quella del proletariato; ma non genera in essi una fratellanza di dolore e una solidarietà di coscienza con questo, quanto un senso di rammarico, che si traduce talora quasi in un risentimento contro i nuovi vicini e in un distacco spirituale da essi, come di nobiltà decaduta, che non sa acconciarsi alle nuove comunanze di vita"
Anche Piero Gobetti si scagliava contro coloro che "hanno da conquistare le lauree perché così vogliono mamma, nonno e papà". A suo avviso l'unica soluzione era:
"tagliare la strada ai futuri spostati, subito. Avremo meno avvocati e meno conferenzieri, ma più serietà e più onestà. Gli attuali studenti di liceo vanno eliminati in proporzione dell'ottanta per cento".
Tuttavia egli ben prevedeva che: 
"ci sarebbe perlomeno da lottare contro quell'ottanta per cento di studenti eliminati, e coi loro padri, nonni e zii, che non si rassegnerebbero a vedere figli e nipoti nell'officina. Senza pensare che ci sarebbe anche la reazione dei professori, che si troverebbero a non aver più scuole statali sufficienti dove insegnare."
 Piero Gobetti, "il problema della scuola media: il Liceo", 1919.

Come già si diceva, perfino il regime fascista fallì nel tentativo di riequilibrare il sistema scolastico secondo le esigenze reali del paese. La riforma Gentile fece fiasco nella sua componente più importante (la scuola complementare) e la riforma Bottai del 1939 riprodusse sostanzialmente questo stato di cose. La guerra poi allentò ancora i filtri portando uno stato d'emergenza che fece levitare ulteriormente il numero di laureati in eccesso. Lo storico (e ministro dell'Istruzione) Adolfo Omodeo nel 1945 osservava che solo nei due atenei di Roma e Napoli c'erano più iscritti che in tutta l'Inghilterra:
"La piaga sociale è preoccupante. La guerra ha moltiplicato iperbolicamente la massa degli spostati che si orientano alle professioni liberali"
e ancora, profeticamente:
"la crisi di sovrapproduzione di laureati, che era già manifesta nel ventennio, si inasprirà provocando la rovina economica dell'Italia"
A. Omodeo, "Politica universitaria", 1945

Né si deve pensare che il fenomeno sia stato denunciato soltanto da intellettuali "di destra" (ammesso che quelli sopra si possano considerare tali). Il dirigente storico del Partito Comunista Concetto Marchesi scriveva che mentre i tre quarti della popolazione erano ancora analfabeti, il nostro paese contava "un enorme ridicolo numero di dottori":           
"L'Italia ha un bubbone che è necessario estirpare al più presto: il bubbone dottorale."
Concetto Marchesi, "Motivi di Politica Scolastica", in "Rinascita", 1945.

Nell'immediato dopoguerra le conseguenze del fenomeno furono attenuate un poco dal boom economico (1955-63), che permise di assorbire una fetta di lavoratori, intellettuali e non (e durante questo periodo ci fu l'ultimo, inutile, tentativo di riformare il sistema scolastico con l'obiettivo di risolvere questo squilibrio, portato da Guido Gonella nel 1955) ma l'enorme numero di iscritti alle università, alimentato anche dalle università stesse che tendevano ad "allargare le maglie" per accogliere un numero di studenti sempre maggiore - ed accaparrarsi così i finanziamenti, proporzionali al numero di iscritti, facendo scadere la qualità della formazione - era impossibile da assorbire anche durante gli anni del boom.
Con la fine del periodo, poi, e l'arrivo dalla crisi petrolifera del 1973, il problema esplose manifestandosi in forma più grave che mai. Negli anni settanta governi deboli in ostaggio di maggioranze risicate, nella necessità di fornire soddisfazione - ma meglio dire sollievo - alle loro clientele di riferimento riprendono l'antico costume di moltiplicare gli uffici con lo scopo di moltiplicare le seggiole. Si moltiplicano così ancora di più posti improduttivi nel settore terziario e nella pubblica amministrazione, ove molti laureati diventano percettori di stipendi "che sono larvati sussidi di disoccupazione" (Paolo Sylos-Labini, "Sviluppo Economico e classi sociali in Italia", 1972). Questo produce l'esplosione della spesa pubblica, che negli anni '70 viene ancora "monetizzata": lo stato stampa moneta per pagare gli stipendi del moloch burocratico senza uscire dai rapporti di debito, ma questo naturalmente produce l'impennata dell'inflazione, che raggiunge il 20% alla fine del decennio, nel 1979. È per ovviare a questo problema che nel 1981 si ha il "divorzio" tra il tesoro e la Banca d'Italia. La BdI autonoma ha nello statuto il controllo dell'inflazione e riesce a riportarla a tassi più bassi, ma non potendo più stampare soldi per finanziare la spesa pubblica abnorme - che non si poteva "comprimere", perché da quei sussidi di disoccupazione larvati di cui parlava Sylos-Labini dipendeva ormai metà della popolazione italiana - negli anni '80 si compromette il rapporto Debito/PIL, che passa dal 57% del 1980 al 125% del 1994.
Oltre il 120%, gli interessi sul debito rischiano di far innescare la spirale, dopodiché neppure un (improbabile) taglio drastico della spesa pubblica può più invertire il processo. Nella sbornia generale del craxismo, a metà degli anni '80 la profezia di Adolfo Omodeo cominciava ad avverarsi. Allora, con la scusa dell'Euro e dei parametri fissati nei trattati di Maastricht del 1992, si cercò salvezza nell'austerity e nell'unione monetaria. Tutti i paesi dell'area EU infatti avevano questo problema, anche se non così gravemente come l'Italia. Ma nemmeno questo servì a gran che se non a rallentare l'agonia: dalla seconda metà degli anni '90 alla metà degli anni duemila perdurò un periodo di impasse, in cui si vivacchiava a chiappe strette aspettando che qualcosa avvenisse, nella politica internazionale come nelle famiglie piccolo-borghesi.
Finché qualcosa avvenne davvero nel 2007, quando arrivò la crisi vera e propria con la bolla immobiliare dei sub-prime. Ma quello era stato solo l'innesco, come la cicca di sigaretta gettata in una pozza di benzina, e ce ne siamo accorti nel decennio successivo. Una crisi ciclica è appunto ciclica, si disinnesca con politiche anticicliche oppure si esaurisce da sola. Questa è qualcosa di diverso. Non se ne esce, perché la sua causa profonda sta nella quantità abnorme di sussidiati, e nella distribuzione in coorti di età della popolazione in età da lavoro, ossia nella struttura demografica dei paesi occidentali, come si è determinata a partire dalla metà degli anni '80.
Struttura demografica che a sua volta è conseguenza dell'imborghesimento generale e della trentennale crisi di occupazione delle classi medie, che medie non sono più.
A questo punto la rovina economica profetizzata da Omodeo sarebbe il più insignificante dei mali: quello che ci sta capitando è qualcosa di molto peggio di un banale default: ci estinguiamo.
Essendo subentrata la rassegnazione, lo squilibrio tra domanda e offerta di forza lavoro intellettuale è stato analizzato con minore intensità negli ultimi 30 anni. Con ciò si è nascosto il problema sotto al tappeto, e ci si è dimenticati della sua esistenza. Addirittura ogni tre per due arriva qualche falco che dice che di laureati ce ne sarebbero troppo pochi, facendo confronti tra dati eterogenei raccolti in contesti diversi [4].
Ma quando lo si è fatto, si è visto che - ovviamente - la situazione si è aggravata ancora rispetto ai periodi precedenti. Nel 2012, in base ai dati OCSE, l'associazione nazionale degli avvocati italiani denunciava:
"Per i laureati nei paesi dell’OCSE la disoccupazione è cresciuta dal 10,6 al 14,8 per cento tra il 2008 e il 2011. In Italia si è passati dal 18,6 al 21,8 per cento, in Francia dal 7,5 al 10,4, in Gran Bretagna dall’8 al 12 per cento.
La disoccupazione giovanile dei laureati si incrementa dappertutto e dipende principalmente dalle asimmetrie tra le Università e il mercato del lavoro.
Sono molte le iscrizioni alle Università che non hanno corrispondenti sbocchi lavorativi, mentre sono scarse le iscrizioni in facoltà dove le richieste di lavoro sono superiori.
Alla mancanza di coordinamento tra Università e lavoro si unisce – specie in Italia – la inesistenza di numeri chiusi in alcune facoltà (giurisprudenza ed economia) e la quasi assenza di lauree moderne ed attuali".
(Maurizio de Tilla, presidente ANAI)

L'ANAI giustamente osserva che si tratta di un problema generale, ma per la categoria degli avvocati è particolarmente grave. Nel 2016 l'Italia è il paese con il maggior numero di avvocati al mondo, con 237.000 iscritti alla cassa forense. Solo nel Lazio ci sono tanti avvocati quanti in tutta la Francia.
Secondo i dati raccolti dal Consiglio Europeo degli Architetti (ACE), gli architetti italiani rappresentavano nel 2014 poco meno del 27% del totale europeo (includendo anche la Turchia!).
Nel 2017 il rapporto Cresme rivela che in Italia ci sono 2,5 architetti ogni 1000 abitanti, contro gli 0,45 della Francia e gli 0,57 del Regno Unito.
Sono cinque volte tanti, e anche qui è la percentuale più alta del mondo. [5]
La categoria degli psicologi è l'ultima arrivata tra le "professioni liberali" (l'ordine degli psicologi è stato istituito nel 1989) ma in meno di trent'anni ha colmato il gap e si è allineata ai valori da primato assoluto delle altre. Nel 2013 il numero di psicologi italiani supera quota 100.000, su un totale di 300.000 psicologi in 28 paesi UE. In Europa, uno psicologo su tre è italiano. Nella città di Roma c'è uno psicologo ogni 350 cittadini. "In pratica uno psicologo per ogni condominio", scrive Carlo Balestriere su "Professione Psicologo" ottobre 2016, che conclude con "qualcosa bisogna fare, perché la situazione è drammatica" [6].
Nella categoria dei medici il fenomeno è un po' contenuto dal numero chiuso, in vigore dal 1999. Nonostante questo, secondo dati OCSE nel 2015 in Italia ci sono 4 medici ogni 1000 abitanti, dato allineato a quello della Germania, inferiore in Europa solo a quello dell'Austria (4,9) e della Grecia (6,2); mentre scarseggiano gli infermieri (siamo al 24° posto su 34 paesi OCSE per numero di infermieri) [7].
L'ordine dei giornalisti poi è una barzelletta (e infatti da due decenni da diverse parti se ne invoca l'abolizione): al 2013 contava una cosa come 110.000 iscritti. Significa che circa un italiano su 500 è giornalista [8].
Eppure ogni tre giorni arriva il solito falco di prima, che si indigna dopo aver scoperto che i pezzi vengono pagati pochi euro (se vengono pagati).
All'inizio di questo secolo la situazione è analizzata anche dall'Istituto di ricerca dei dottori commercialisti: "Viaggio tra i perché della disoccupazione intellettuale in Italia". Contributi di Antonelli, Cacace, Cafiero, Capecchi, Di Nardo, Franchi, Frigo, Garito, Martini, Martuscelli, Paoletti, Reyneri, Rossano, Serao, Viarengo. Collana fondazione Aristeia, 2000 [9]; ed i perché individuati da tutti questi autori, nell'anno 2000, sono gli stessi individuati da tutti quegli altri citati sopra, che hanno tutti una unica antica origine nella struttura eccessivamente aperta del sistema scolastico Casati del 1859, che in 150 anni non si è mai riusciti a correggere.

Nella società italiana del 2017, infine, Raffaele Alberto Ventura con il suo saggio "Teoria della classe Disagiata" già citato sopra ha scatenato un putiferio proprio perché ha tratteggiato un tipo prototipale, il "disagiato", in cui sono riconosciuti centinaia di migliaia di trentenni e quarantenni di oggi. Giovani o ex-giovani laureati, spesso pure dottorati, masterizzati, che si trovano a vendere pizze o fare i lavapiatti; accomunati dal "disagio" e dalla più o meno lucida percezione che c'è qualcosa non torna, nelle promesse che gli erano state fatte e nelle illusioni che si erano fatti per averci creduto, e anche nell'oneroso investimento formativo che le loro famiglie hanno sostenuto, che scoprono solo ora essere stato una truffa colossale.
Se il problema non esiste, da dove escono tutti questi? Sono arrivati nella sua pagina a migliaia, per offrire la loro testimonianza. Ad una prima cerchia fatta di dottori in materie umanistiche aspiranti workers dell'industria culturale, che si affannano dietro a una SSIS nella speranza di fare almeno qualche supplenza in una scuola di periferia e vivacchiano di ripetizioni in ciabatte e aiutini dalla famiglia, cui principalmente di rivolgeva Ventura; si sono aggiunti ingegneri che fanno gli impiegati, architetti che fanno i geometri, commercialisti che fanno gli amministratori di condominio, avvocati che vendono polizze, perfino medici che fanno i "giornalisti freelance".
E quelli che si rassegnano e aprono un "ristorante tipico", per bruciare quel poco che rimane del patrimonio di famiglia e poi fallire anche con quello, come quelli che brigano tramite le relazioni per un "posto" in una amministrazione purchessia, questi non li vedi sul blog di Eschaton, ma ci sono anche loro.
Dall'altra parte abbiamo un tessuto produttivo che è asfittico, anchilosato, familista, che soffre del patologico eterno nanismo delle PMI italiane, ma che purtuttavia esiste e un qualche impiego lo offrirebbe, se ci fosse qualcuno capace di soddisfare questa domanda, o almeno di dimostrarsi interessato ad essa. Nella mia esperienza lavorativa mi è capitato di fare colloqui di lavoro da entrambe le parti, ma l'esperienza più scioccante è quella lato offerente: le notizie di offerte di lavoro andate deserte non sono mica una leggenda. Ne ho avuto esperienza personale tre volte negli ultimi dieci anni.
A questo punto la più trita obiezione in cui sistematicamente ci si imbatte è "ma allora si dovrebbe tornare tutti alla vanga?", mentre quello che manca è un equilibrio tra quello che il mercato del lavoro richiede, e quello che il sistema scolastico produce.
Quello che servirebbe, e che manca drammaticamente, è una formazione tecnica di livello intermedio, professionalizzante e aggiornata rispetto alle nuove tecnologie; mentre il sistema educativo italiano d'élite è ancora incentrato sul liceo classico (e sul liceo scientifico fratello minore) con programmi che non hanno nulla di paragonabile in nessun programma di nessuna scuola di nessun altro paese europeo e non (ed è per questo che confronti non si possono fare), essendo riconducibili all'impostazione della Ratio Studiorum elaborata dalla Compagnia di Gesù nel 1599.
E infatti gli ITS, che si stanno lentamente e faticosamente affermando in parallelo al sistema delle università di stato, cercano di rispondere a questa esigenza. Si tratta di diplomi superiori, corrispondenti al V livello del Quadro europeo delle qualifiche (European Qualification Framework).
Non servono braccianti, quindi, servono giovani di intelletto, preparati e motivati, capaci di far funzionare macchinari di recente generazione, di assemblarli e collaudarli; capaci di mettere in piedi una LAN e di gestire i protocolli di sicurezza, di programmare un automa, di elaborare il firmware di una scheda elettronica, di configurare un anello SDH, di controllare i cicli di verniciatura dell'acciaio.
Ma non ce ne sono.
Anche le facoltà di Ingegneria, in Italia, sfornano ingegneri con una preparazione da dirigente di grande impresa multinazionale, poco o punto collegata con la progettazione, la manutenzione, l'impiego e il collaudo di macchine. E' indicativo come si traduca "Engineer" con "ingegnere" che suona simile a orecchio, senza rilevare la differenza di etimologia. "Engineer" significa motorista, e si dovrebbe tradurre col più generale "macchinista", col significato di esperto di macchine; ma nella lingua italiana la parola macchinista è riservata a quello che guida il tram, e gli ingegneri sono "uomini di ingegno".
Dietro a tutto questo c'è ancora quell'atavico pregiudizio crociano - questo sì elitista - che pensa questo tipo di preparazione "nozionistica" e quindi indegna degli "spiriti superiori".
Ma questa massa di spiriti superiori disoccupati, che rinuncia ai figli e si dedica al gatto nell'illusione di preservare l'apparenza di un tenore di vita borghese - attingendo all'infinito dalla pensione della mamma mummificata in soffitta, come la madre del protagonista di Psycho - è destinata all'estinzione. Questa "Società signorile di massa", con la felice espressione del sociologo Luca Ricolfi dell'univerità di Torino ("L'enigma della crescita", 2014) ha i giorni contati: "altri uomini e altre donne verranno a prendere il nostro posto", scrive Raffaele Alberto Ventura.
E meno male, aggiungo io.



Postilla


Quello che ho sostenuto qui è che del diffuso squilibrio di status che coinvolge una intera generazione il sistema scolastico sia responsabile in misura importante, anche se non è il solo responsabile.
Lo è perché eccessivamente aperto e privo di scuola di scarico. E lo è perché nel suo percorso d'élite (liceo e università) è improntato a uno schema pedagogico che si può far risalire addirittura alla Ratio Studiorum elaborata dalla compagnia di Gesù nel 1599.
Questo schema pedagogico viene attribuito da molti alla riforma Gentile, quest'ultima è collegata al fascismo, e quindi si produce un'interpretazione secondo cui tutto questo sarebbe un lascito del fascismo.
Questa interpretazione è completamente sbagliata. Quelli che dicono che il nostro sistema, incentrato sul classico, è "gentiliano", quindi fascista, quindi brutto brutto, conoscono poco la storia del sistema educativo italiano. La riforma Gentile non introdusse il liceo classico, quello c'era già prima, tanto che lo aveva frequentato lo stesso Gentile. La riforma introdusse anzi il liceo scientifico (che all'inizio si chiamava liceo "moderno") e cercò di correggere alcune storture, senza nemmeno riuscirci: cercò di ridurre il numero di atenei, per esempio, ma come risultato nacquero le università "libere" e il numero addirittura aumentò; cercò di introdure una scuola complementare, ma quella fu disertata e chiusa dopo due anni.
Il credenzialismo, cioè la corsa ai "titoli", non fu prodotto dalla riforma Gentile, che anzi tentò invano di contrastarlo. Era stato prerogativa del sistema italiano fino da prima ancora dell'unità, ripartì in misura massiccia nel dopoguerra sulla scia del boom economico, poi, anche dopo la fine del boom, per un certo periodo si autoalimentò come uno schema Ponzi. È la caratteristica di tutte le bolle: le aspettative poste su qualcosa che si ritiene debba essere redditizio per forza per un poco lo rendono redditizio davvero. Il sistema scolastico fagocitava i suoi prodotti: molti laureati trovavano sbocco nell'insegnamento (cioè nella produzione di altri laureati) e nella "ricerca" (che metto tra virgolette per distinguerla da quella orientata al processo produttivo) che consisteva sostanzialmente in sussidi ad attività improduttive.
Solo che questo processo, come ogni schema piramidale, assorbe risorse dal resto del sistema ed è destinato a collassare quando queste finiscono. E quando la bolla scoppia ci si domanda come abbiamo fatto a non accorgerci che era impossibile che durasse.
La bolla dei titoli è scoppiata da un pezzo, ormai.

Uno che è giunto a conclusioni simili partendo da premesse diverse è Michele Boldrin, che su nFA nel 2014 lanciava questo dibattito centrato proprio sul primato del classico, cui partecipai (i miei contributi sono tra i commenti). Successivamente mi ha bannato perché l'ho contraddetto troppe volte, come fa un po' con tutti, ma all'epoca andavamo quasi d'accordo.
Non che condivida in pieno quello che scrive Boldrin, come si può vedere dai miei interventi nella discussione. Correttamente individua nel "classico" il cuore del problema, ma non riconosce le ragioni profonde della sua intuizione. Crede anche lui che la colpa sia di Gentile, e che il problema sia nel difetto di cultura scientifica delle élites italiane, in gran parte formatesi al classico.
In questo modo crede di potersene chiamare fuori: crede di potersi dissociare dal modello culturale borghese, come se non fosse anche suo.
Non vede che l'arroganza della "ragione" (quell'uso dei numeri e delle formule come strumento per tacitare il dissenso, di cui è campione) è anche essa una componente del modello culturale borghese.
Non vede che la distinzione tra "opinioni" e "fatti" è una superstizione borghese, che il "diritto allo studio" è un feticcio borghese, che la "cultura" è un privilegio borghese, e che questo vale anche per la cultura "scientifica".
Intuisce che gli "interessi culturali" sono consumi di lusso, e lo scrive, ma non arriva a riconoscere che sono investimenti posizionali; e crede di poterli dividere in due famiglie, quelli umanistici (improduttivi e voluttuari) e quelli scientifici (produttivi e funzionali).
Non vede che la "cultura" (borghese) è lo strumento con cui una classe dominante giustifica la propria egemonia e la pretesa di vivere di rendita sul lavoro degli altri.
Fa tanta confusione e purtroppo è troppo presuntuoso per accettare critiche, ma il coraggio di dire quello che pensa lo ha, ed ha il merito di riconoscere il cuore del problema (il liceo) anche se non capisce perché.
Un che capì meglio di Boldrin fu Benito Mussolini (che stupido non era), il quale, otto anni dopo aver definito la riforma Gentile "la più fascista delle riforme", si era completamente ricreduto su di essa, e nella seduta del Consiglio dei Ministri del 18 marzo 1931 (riportato da De Felice) disse lapidariamente che quella riforma era stata "un errore, dovuto alla forma mentis dell'allora ministro", in quanto "trasmette valori borghesi, e produce troppi laureati".
Esattamente quello che ho sostenuto io qui.
E qui allora è necessario ribadire questa importante precisazione. La storia del fascismo è largamente ignorata in Italia, dove si tende a usare la parola "fascista" un po' a casaccio per squalificare tutto quello che non ci garba. Il fascismo non fu mai un movimento borghese, fu anzi un movimento anti-borghese: nacque proprio come violenta reazione antiborghese - lo squadrismo storico - in seno al reducismo post interventista della prima guerra mondiale, poi dopo la marcia su Roma strizzò l'occhio alla borghesia finché ebbe la necessità di giustificarsi (cioè fino al 1925, e la riforma Gentile è del 1923, questo va tenuto presente) e fu sostenuto da una parte della borghesia italiana spaventata dalle agitazioni operaie dopo la rivoluzione d'Ottobre; ma nella sua essenza la "fascistizzazione" voleva essere, nelle intenzioni dei suoi fautori, proprio una "bonifica antiborghese" (con le parole del fascista Roberto Pavese, in "Processo alla Borghesia", 1939).
Se si identifica il fascismo con la borghesia si prende una cantonata doppia: non si capisce nulla del fascismo, e non si capisce nulla della borghesia.
Questa premessa è necessaria in quanto serve a stabilire quanto sia "fascista" e quanto sia "borghese" il nostro sistema scolastico. Secondo la vulgata più diffusa, infatti, il sistema scolastico italiano sarebbe "gentiliano", quindi fascista, quindi retrogrado, quindi "antiscientifico".
Ci casca anche Boldrin: leggendo il suo articolo linkato qui sopra, lui sostiene proprio questo.
Questa convinzione è tanto diffusa quanto superficiale ed essenzialmente sbagliata.
E' vero che dalla riforma Gentile in poi il sistema non ha conosciuto modifiche profonde, e rispecchia ancora quell'impianto di base. Ma si mancano di osservare due cose.
Primo, non ci si chiede come fosse il sistema stesso prima della riforma Gentile, e quindi in quali parti le sue caratteristiche siano dovute a quella riforma e in quali siano preesistenti.
Secondo, si confonde borghese con fascista - come fanno molti - per avere il governo fascista promosso quella che fu, nella parte che ci interessa, una riforma borghese; e con ciò si induce una confusione in cui incappano anche osservatori intelligenti (come Boldrin).
A Boldrin sfugge che le parti fasciste della riforma Gentile sono quelle che non sono sopravvissute al fascismo: quella che è rimasta è la parte borghese.
La riforma Gentile fu un compromesso tra le istanze di socializzazione nazionale, e fascistizzazione, del PNF e la volontà delle élites borghesi di avere una scuola d'élite capace di trasmettere valori borghesi.
Mussolini concesse a Gentile di strutturare il percorso di élite (liceo e università) secondo i suoi criteri (borghesi), per avere in cambio la possibilità di strutturare l'altro percorso (formazione professionale e scolarizzazione elementare) secondo i desideri suoi.
Dell'accordo infatti faceva parte l'introduzione del'obbligo scolastico fino alla quinta elementare, e la limitazione del numero di atenei ai 21 esistenti al 1923, con programmi comuni decisi a livello nazionale.
Secondo il piano di Mussolini, al prezzo di una piccola concessione alla borghesia (la formazione delle élites professionali) il PNF avrebbe avuto via libera nella formazione del proletariato e della classi lavoratrici. La proliferazione delle università si sarebbe arrestata a quelle già esistenti, concentrate nei centri maggiori, contenendo così il numero eccessivo di laureati (piaga antica già nel 1923 - come abbiamo visto - e nota a entrambi gli attori), e la scuola complementare avrebbe formato migliaia di giovani e preparati artigiani, pronti a essere inseriti nel tessuto produttivo italiano.
Come già si è ricordato, questo piano fallì su tutta la linea: la scuola complementare fu disertata e chiusa dopo due anni, e la nascita delle università "libere", che Mussolini non aveva previsto e non seppe contrastare, fece addirittura aumentare il numero di università (per esempio l'università libera di Firenze, dove mi sono laureato io, nacque nel 1924, un anno dopo la riforma Gentile).
Mussolini realizzò di avere commesso un errore (vedi il suo discorso al consiglio dei ministri del 1931 citato sopra) e mise in cantiere una nuova riforma, la riforma Bottai del 1939. Ma la guerra gli impedirà di completare il piano lasciando inapplicata questa legge, e le successive aperture del sistema (legge Guglietti del 1962, che unificò la scuola media e abolì gli avviamenti professionali; e legge Codignola del 1969 che creò l'università di massa) completeranno il disastro, portando alla definitiva massificazione di quel modello educativo che Giovanni Gentile aveva concepito per essere destinato a una minuscola e selezionatissima élite.
Non ne fece mai neppure mistero: nella concezione di Gentile, gli studi superiori erano "aristocratici, nell'ottimo senso della parola: studi di pochi, dei migliori", con le sue stesse parole.
Questo modello era stato concepito da Gentile (senza nemmeno nasconderlo, come si vede) per essere impartito ad una piccolissima élite, che aveva nelle rendite di posizione (capitale economico, posizionale e relazionale) la base sicura della propria sussistenza economica.
Ecco l'errore che stavo cercando da tempo: abbiamo distribuito a tutti un modello culturale da signori, identificando la "cultura" con la cultura borghese, e come risultato si è prodotto questo disastro. Si è impartito a tutti un tipo di formazione concepita per essere d'élite, che insegna a "pensare da signori" con la felice espressione di Illich, cioè costruisce un gusto borghese e una sensibilità borghese, trasmette valori borghesi, infonde il disprezzo (borghese) per le attività pratiche e per la vita di paese, trasforma in "bisogni" quelli che sono solo raffinati consumi di lusso, e rende gli "interessi culturali" borghesi gli unici interessi che un uomo degno possa coltivare.
Quello che non abbiamo capito è che "democratizzando" un modello educativo così palesemente elitario non si fa star meglio proprio nessuno. Non si "apre" nulla, così, al contrario si chiude quella piccola porta aperta alla mobilità sociale che poteva esserci nel sistema.
Si producono solo "disagiati", frustrati, alla fine infelici. Perché non è che quando hai imparato il linguaggio dei signori, allora sei diventato signore. Quello che ti rende signore non è mica il linguaggio, e non è neppure il titolo nobiliare da solo, è il feudo, il vitalizio, il patrimonio, il diritto di corvee. Il linguaggio dei signori serve ai signori (ma a quelli che sono già signori, e ci sono nati o lo sono diventati per altra via) per riconoscersi in società; se lo insegni a un poveraccio gli fai il più sadico degli spregi: lo trasformi in un infelice, potenziale assassino oppure suicida.
Ma noi abbiamo creduto che questa "cultura" fosse un veicolo di emancipazione sociale, addirittura un mezzo di produzione della ricchezza; mentre è uno strumento di consolidamento sociale, e un mezzo di giustificazione di una ricchezza acquisita.
Così abbiamo pensato che bastasse dare istruzione a tutti, per esser tutti ricchi. Siamo caduti, noi borghesi stessi, nella trappola della finzione borghese.
E in questo modo abbiamo creato i presupposti non solo per l'avvento della generazione dei "disagiati" di Ventura, ma anche per il disastro economico, e forse per l'estinzione di un intera civiltà.





domenica 12 novembre 2017

Teoria della Classe Disagiata






La Teoria della Classe Disagiata di Raffaele Alberto Ventura è una delle poche cose nuove comparse nel panorama culturale negli ultimi tempi. Già in circolazione da alcuni anni sotto forma prima di articoli pubblicati onLine e poi di eBook, si è ricavata una fama ed ha scatenato accese discussioni sui social molto prima della sua pubblicazione, che è arrivata da poco con l'editore Minimum Fax.
Nasissimo non ha mai scritto una recensione prima. La scrivo per questo saggio con l’intenzione di suggerirlo caldamente agli amici, e anche ai non amici, perché con le sue lacune, forse con i suoi difetti, ha davvero qualcosa da dire alla nostra generazione. Ed è qualcosa di importante.
La bufera di critiche, di attacchi, di “confutazioni”, direi il fuoco concentrico cui è stato sottoposto sono una dimostrazione di questo. Il saggio oltraggia perché coglie nel segno: smaschera impietosamente, con grande lucidità, una tendenza epocale; costringe sulla difensiva quei lettori che si riconoscono nell’immagine del “disagiato” al centro della trattazione. Ed è un quadro in cui è difficile non riconoscersi.
Non riassumo le tesi del libro. Finirei per modificarle mettendoci del mio, come hanno fatto tutti quelli che le hanno riassunte prima. L’unica sintesi davvero fedele che ho visto è questa di Niccolò Scarano. I pigri o i curiosi possono attingere a questo ottimo Bignami, ma consiglio di comprare il libro e leggerlo. Ne vale la pena. Probabilmente vi starà sulle balle, e vi starà sulle balle tanto più quanto più sarete costretti a riconoscere che ha ragione. Ma questa riflessione è, o almeno può essere, la base di molte riflessioni ulteriori, e anche di una utile analisi di noi stessi, di quello che siamo, quello che siamo stati, quello che vogliamo essere.
Molti di quelli che se ne sono sentiti oltraggiati, e hanno creduto di poter confutare il testo, come per esempio Valerio Mattioli, Carlo Formenti, Valeria Finocchiaro, Jacopo Nacci, hanno finito per confermarlo loro malgrado. Queste sono precisamente testimonianze di quel disagio descritto nel libro, che opponendo il rifiuto, o addirittura sconfinando nel rancore, confermano la tesi che vorrebbero confutare.
Più avanti muoverò anche io le mie critiche al saggio. Ma senza la pretesa di confutare nulla, né di dimostrare una incoerenza che non c’è. Ventura costruisce un sistema perfettamente coerente, che è solidissimo nella sua parte centrale. È dotato di una mente potente e di una attitudine filosofica genuina, quella cosa che distingue il filosofo nel senso greco del termine dal filosofante. È uno che ascolta tutto, anche le critiche, dovunque provengano (anche se arrivano da uno sconosciuto come me) e scruta ogni cosa raccogliendo tutto quello che gli può servire, poi lo rimastica con calma, e ne fa tesoro. Se non perde questa attitudine, sentiremo ancora parlare di lui.
È metà italiano e metà francese, quindi il suo saggio non parla solo di Italia, parla in generale di Occidente, con particolare attenzione alla società italiana e a quella francese, che conosce meglio, ed evita accuratamente (e astutamente) di formulare prescrizioni, o assumere una posizione politica. Non ci riesce in pieno (qualcosa traspare, ma è necessario interpretare e l’interpretazione non è mai neutrale) ma è evidente lo sforzo di descrivere soltanto, senza fornire ricette salvifiche, ne distribuire responsabilità o sputare sentenze.
L’ineluttabilità è solo nella considerazione di fondo: non possono essere tutti artisti, tutti scrittori, tutti poeti, tutti creativi; né possono essere tutti dottori, avvocati, ingegneri, architetti. In sintesi, non possono essere tutti borghesi. È chiaramente impossibile. Questo è un fatto, tanto vero quanto ovvio e banale. Quello che è meno ovvio, che anzi è taciuto dalla versione di rappresentanza del nostro modello culturale ma che Ventura ha chiarissimo nella testa, è che la “cultura” non è solo uno strumento di comprensione del mondo, come si vorrebbe, anzi spesso non lo è affatto. La cultura è uno strumento di distinzione. Cioè è soprattutto status signalling, lotta per il riconoscimento, e consumo culturale.
È costruzione sociale di un gusto, con tutte le sue sfaccettature, compresi modo di mangiare, di vestire, di parlare, di relazionarsi; e nella civiltà borghese tutto ciò è parte integrante del modello culturale borghese. Quindi, dato che non possono esser tutti dottori, avvocati, ingegneri, o artisti, registi, attori, eccetera, cioè dato che non possono esser tutti borghesi, non possono essere nemmeno tutti educati al gusto borghese, cosa che invece si è fatta, provocando il diffuso squilibrio di status che genera il “disagio” descritto nel saggio.
Un’altra realtà non triviale e tenacemente negata dalle élite è che un sistema educativo ha sempre due funzioni fondamentali. Una è insegnare un mestiere, cioè preparare all’ingresso nel mondo del lavoro (secondo il modello funzionalista). La seconda è edificare un Habitus: costruire il linguaggio comune con cui i membri di un gruppo umano potranno riconoscersi nella società. Secondo questo modello la scuola è l’istituzione che conferisce status: assegna le posizioni all’interno della stratificazione sociale. Le due funzioni dovrebbero camminare di pari passo, per mantenere un equilibrio. Ma negli ultimi cinquanta anni è si è distribuita a tutti una educazione (in Italia liceo e università) che era stata pensata per essere d’élite, e con questo quell’equilibrio si è rotto. Cinquanta anni fa questo percorso produceva da un lato consumatori di raffinati prodotti culturali, e dall’altro forniva agli stessi un titolo - la laurea - che assicurava loro una posizione elevata, per reddito e soprattutto per riconoscimento sociale. Ora quello stesso titolo è diventato un diplomino che vale pochi spiccioli se vale ancora qualcosa, e con garantisce più nulla; mentre l’Habitus è rimasto d’élite tale qual era. Il disagio viene da questo squilibrio di status, che Ventura Chiama disforia di classe.
Ciò è avvenuto tramite la scuola, ossia tramite l’abbattimento delle barriere di ingresso all’istruzione superiore, ma prima ancora tramite la televisione e la diffusione di quella ideologia che vuole la “cultura” come panacea salvifica da distribuire a tutti come la manna.
Così si sono create le condizioni per la disoccupazione intellettuale, e per la diffusione di un generalizzato malessere sociale da squilibrio di status, cioè per questo disastro.
La scuola infatti è solo la parte più visibile del sistema educativo, non è il sistema educativo. L’opera si è compiuta attraverso tutto il brodo culturale in cui siamo cresciuti, fatto di famiglia, di scuola, di giornali, di radio e di televisione.
Qui in Italia, a massificare il modello culturale borghese è stato quel lungo processo storico iniziato con l’alfabetizzazione di massa del dopoguerra (dalla riforma Bottai del 1939); proseguita prima tramite la radio, e poi la televisione di stato negli anni ‘50 e ‘60 (con la funzione educativa assegnata per tre decenni dai governi alla RAI) culminata con l’accesso in massa all’istruzione superiore e universitaria dopo il ‘68 e il ‘77.
Non si tratta di una novità. Marzio Barbagli, ripetutamente citato nel saggio, fa la storia della disoccupazione intellettuale in Italia dal 1880 al 1973, con la cronistoria dei provvedimenti legislativi, delle riforme e perfino delle interrogazioni parlamentari (Disoccupazione intellettuale e sistema scolastico in Italia, 1975).
Ancora prima ne parla Alessandro Pizzorno, Squilibri di status e partecipazione politica, 1966.
Le stesse tesi si possono trovare addirittura in Aristide Gabelli, L’istruzione e l’educazione in Italia, 1891.
Ma mentre questi autori analizzano il sistema educativo e le disfunzioni che produce, ed il malessere sociale solo come collaterale di queste, Ventura mette questo malessere al centro della sua trattazione, descrivendo il modo in cui agisce in quanto istanza psicologica, nel determinare le scelte di quelli che lo patiscono.
Il fatto poi che il sistema educativo, soprattutto per mezzo de la distribuzione di diplomi aventi valore legale, non sia affatto un motore della mobilità sociale, come si vorrebbe, ma al contrario tenda a riprodurre l’ordine sociale esistente; è riconosciuto da molti e denunciato chiaramente da Ivan Illich, Descolarizzare la Società, 1971, autore ripetutamente citato nel saggio. Ma mentre Illich fa della constatazione la base di lancio per un attacco alle fondamenta del modello borghese, Ventura se ne astiene: la sua teoria non fornisce alcuna ricetta, pone soltanto il problema. Il suo è un paradigma descrittivo, su cui si possono innestare tutti i successivi dibattiti.
Tuttavia il celebre “poveri, educati a pensare da ricchi” di Illich è stato da molti attribuito a Ventura assieme ad una interpretazione distorta del pensiero di Illich:
Abbiamo “educato i poveri a pensare da signori”. Dovevamo dunque educare i poveri a pensare da poveri, perché se ne stessero buoni?
A questa obiezione, che è stata fatta da molti che hanno letto il saggio senza averlo capito (o senza averlo voluto capire) ha risposto benissimo lo stesso Ventura in uno scambio nei social:
Non dovrebbe proprio esistere un “pensare da signori”, perché per ogni signore c’è almeno uno schiavo.
Che poi è la stessa conclusione cui giungeva Illich. L’errore che abbiamo fatto, che la civiltà borghese ha fatto, non è stato mandare tutti a “scuola” (in senso lato) ma mandare tutti alla scuola borghese. E quindi la “soluzione” (che Ventura non propone, evitando ogni proposito prescrittivo) se una mai ce n’è, non è una generale “decrescita culturale”, ma il ripensamento del modello culturale di riferimento.
Il modello culturale borghese è elitario. Quindi delle due l’una: o lo si trasmette solo a una élite, e così non si creano disfunzioni - e questa è senz’altro una posizione reazionaria, come l’hanno intesa quelli che hanno contestato Ventura di essere un reazionario - oppure lo si attacca e lo si modifica per renderlo sostenibile, prima di democratizzarlo.
E questo è quello che avremmo dovuto fare, ma che non siamo stati capaci di fare.
Messa così la posizione è tutt’altro che reazionaria: ora è rivoluzionaria.
Questo surplus farà le rivoluzioni. Ma saranno rivoluzioni borghesi...
Ma l’autocritica borghese, come ogni autocritica, è dolorosa, perché implica una presa di Coscienza di un proprio difetto. Per questo la Teoria della Classe Disagiata ha scatenato tante zuffe: perché nel mettere a nudo le origini del disagio di una generazione, smaschera le sue imbarazzanti finzioni, e la inchioda alle sue responsabilità storiche. Noi tutti ci siamo raccontati la balla che la cultura sia un mezzo di produzione della ricchezza, mentre è un mezzo di giustificazione della stessa. E ci abbiamo pure creduto: ci siamo illusi che bastasse dare istruzione a tutti, per esser tutti ricchi. Siamo caduti, noi borghesi stessi, nella trappola della finzione borghese.
Ma la civiltà borghese non è in grado di offrire un mestiere borghese a tutti questi pretendenti, e non lo sarà mai. La nostra generazione è condannata al declassamento assicurato, ed alla successiva estinzione.
Un solo scopo ci resta: testimoniare.
In questo suo nucleo, la Teoria della Classe Disagiata è inattaccabile. Le pecche della Teoria, se ce ne sono, sono nelle parti secondarie. Forse un po’ confusa o comunque attaccabile è l’analisi economica (cap. 3), ma quella sarebbe stata bersaglio di critiche comunque l’autore l’avesse scritta. Forse faceva meglio a lasciarla da parte, ma l’entusiasmo del giovane che sa di aver capito delle cose, e delle cose le ha capite davvero, è stato più forte della consapevolezza di quanto ci si esponga ad attacchi trattando questi temi da outsider (ne so qualcosa anche io). Consapevolezza che Ventura ha perfettamente:
Chiedo comprensione agli specialisti [..] ma le risposte alle mie domande nei loro libri non le ho trovate, e ho dovuto andarle a cercare da solo.
Tuttavia, almeno fino ad ora, gli attacchi più feroci non sono arrivati dagli economisti offesi dall’invasione di campo, come ci si sarebbe potuti aspettare e come forse Ventura paventava, ma dagli stessi disagiati, e dagli occupanti della cittadella della cultura. Forse sarà perché agli economisti non è arrivata l’eco, ma più probabilmente è perché la Teoria della Classe Disagiata non è in trattato di economia. Tocca l’economia, come tocca la pedagogia, come tocca la letteratura; ma il suo fulcro è in un tema della psicologia storica.

Vengo alle mie critiche. Qualcuna devo farne anche io. Per mio gusto il saggio pecca di una impostazione solo-marxista - nel senso del materialismo storico - che gli impedisce di vedere alcune cose e forse gli fa prendere qualche cantonata, e ci sono delle parti che mancano.
Quest’ultimo non è un difetto: ci sono sempre delle cose che “mancano”, in qualsiasi saggio del pianeta. V. si concentra su quello che gli interessa, e va bene così.
Ma nell’impostazione puramente marxista, che vede i rapporti di produzione come causa prima di tutto quanto, e tutto il resto come “sovrastruttura” se è istituzione, e come “ideologia” se è concezione, c’è un limite metodologico che mi pare di riconoscere nel saggio.
Il fattore economico non è sempre causa prima. Nella consecutio temporum a volte viene dopo. L’impostazione marxista tende a pensarlo sempre come causa, e così manca di cogliere aspetti decisivi del processo storico. Perché Roma fu caput mundi per mille anni? Perché i romani avevano conquistato tutti gli altri popoli con la forza delle armi, li avevano resi schiavi, poi li sfruttavano senza pietà, ponendosi con la forza in cima alla catena del valore? Questa è notoriamente la risposta che dava Marx, è forse la risposta che darebbe Ventura, è sicuramente la risposta che avrebbe dato uno degli altri, ma non è la risposta che avrebbe dato un Romano. Perché i Romani avevano conquistato i Pannoni e non era avvenuto il contrario? Perché i Pannoni erano più buoni? Ma no. A fare grande Roma non erano le sue armi, erano le sue forme mentali. Che producevano, tra le altre cose, anche quelle armi. La Romanitas era l’essenza e la potenza di Roma. Basta fare una passeggiata ai fori e guardare: quelle forme mentali sono cristallizzate lì dentro, e sono ancora visibili. Non solo nelle grandi opere, per le quali si può essere tentati di dire che erano rese possibili dalla ricchezza (cadendo di nuovo nella fallacia marxista) ma anche in quelle piccole. Nella prosa di una orazione, nel modo di organizzare i trasporti, nella centuriazione di una piana alluvionale, nel tracciato di un acquedotto. Pensiamo ad esempio a l’opus reticolatum. Sono solo dei piccoli sassi messi uno vicino all’altro. Non serve una immensa ricchezza, né una tecnologia avanzata, per mettere dei piccoli sassi uno vicino all’altro. Ma per farlo in quel modo serve una mentalità che si è estinta da duemila anni. Purtroppo.
Oltre che con la lente del materialismo storico marxista, la Storia e l’Antropologia Culturale possono essere studiate con una metodologia differente, che pensa i rapporti economici come effetti, e le forme mentali, i sistemi di valori, le religioni, le etiche, come forze storiche attive.
Visto che Ventura si è formato molto sugli strutturalisti francesi, ed è un ottimo conoscitore di Focault, stupisce un poco che trascuri di adottare anche questa impostazione di metodo per analizzare i fenomeni sociali, perché sono stati proprio i francesi a introdurla, nella storiografia con gli Annales di Marc Bloch e Lucien Febvre, ma soprattutto in sociologia con l’opera di Émile Durkheim, primo studioso della Coscienza Collettiva, maestro di Focault e padre fondatore degli studi sociali del tipo che affronta Ventura. Anche se forse ha dato i suoi risultati più importanti fuori dalla Francia, e penso a Herbert Spencer, Otto Hintze e soprattutto Max Weber.

Le due impostazioni sono valide entrambe, e io credo siano da usare contemporaneamente. Non rifiuto quella marxista, rifiuto la sua pretesa di essere totalizzante, come è divenuta nella storiografia contemporanea (ancora il Secolo breve di Hobsbawn osserva l’intero XX secolo esclusivamente in questo modo). In generale i Valori sono cause e conseguenze insieme. È vero che l’Habitus si costruisce a posteriori, per giustificare i rapporti di potere determinati dalla lotta di classe (o pure dal caso, o da qualcosa d’altro). Ma l’Habitus non è un set di Valori, è una manifestazione di identità culturale. Non si deve usare Habitus come sinonimo di Insieme di Valori: come suggerisce la parola, “Abito” è qualcosa di esteriore, qualcosa che l’individuo “indossa” per manifestare verso l’esterno la sua appartenenza ad un gruppo. I Valori sono invece le regole interne, vigenti in quel gruppo.
Per riassumere e schematizzare – semplificando – descriviamo l’andamento del processo storico.
Per prima cosa, si diffonde un nuovo set di Valori nucleari. Ciò può avvenire, per esempio, per mezzo di una riforma religiosa: l’ultima volta è avvenuto così, cinquecento anni fa, e fu l’inizio dell’Età Moderna. La volta precedente era stato per naturale estinzione di una Civiltà, e sua progressiva sostituzione con un’altra, e fu l’inizio del Medioevo. Tutto questo avviene prima dell’istaurarsi dei rapporti economici, della divisione della società in classi, e dunque della lotta di classe.
È comparsa una nuova Coscienza Collettiva (Durkheim). Gli individui che si riconoscono in essa, che se ne sentono parte, i “riformati” o comunque gli uomini nuovi, costruiscono una nuova Comunità, incompatibile con le precedenti. Se la comunità precedente è ancora presente si ha, inevitabilmente, uno scontro all’ultimo sangue (è la guerra di religione). Alla fine di questo scontro arriva la composizione del conflitto - con una comunità che soccombe - e nel territorio si ha un’unica composizione valoriale nucleare ritenuta accettabile.
Non necessariamente un’unica religione (dipende da certe condizioni, questo è un altro capitolo) ma sicuramente un’unica concezione del bene.
Attorno a questa concezione si definisce il sistema giuridico, che la codifica e traduce in leggi positive; oppure la lascia all’interpretazione del giudice, come nel Common Law (alla Bruno Leoni, come mi è stato fatto notare).
La distinzione tra le due grandi tradizioni della civiltà giuridica occidentale a questo livello non è significativa: che sia codificato alla maniera del Common Law, o del Codice Napoleonico, il diritto è unico nel territorio perché unica è la concezione del bene.
Adesso questa Comunità, uniformata prima nella concezione del bene e poi nel diritto, comincia a muoversi con un movimento d’insieme. È divenuta un popolo. Il suo territorio prende la sua forma, i suoi odori, i suoi sapori; e la società pacificata sviluppa all’interno la sua stratificazione sociale (compare ora la divisione in classi), definisce i suoi ruoli e inizia il suo sviluppo economico, che può essere potente oppure fiacco secondo quanto sia potente o fiacco il suo motore.
Cioè secondo quanto siano efficaci i suoi Valori (che sono i suoi pistoni) nello spingere lo sviluppo economico.
Se i cinque pistoni del motore sono i valori protestanti (lavoro, produttività, responsabilità, lealtà, disciplina) hai una formula uno. Se invece i cinque pistoni del motore sono i cinque “pilastri” dell’Islam (elemosina, preghiera, fede, digiuno, pellegrinaggio) hai un baroccio, trainato da somari.
L’errore di molti (anche di Ventura) sta nel sottovalutare o addirittura nel non considerare affatto questo aspetto, indentificando in un generico “sfruttamento”, nell’essersi collocato d’imperio alla “fine della catena del valore”, come si legge a più riprese nel testo, la causa del superiore sviluppo dell’Occidente; senza pensare che è più ricco chi più è capace di produrre ricchezza, e che la capacità di produrre ricchezza è figlia soprattutto di un modo di pensare.
Forse l’unica vera cantonata l’autore della Teoria della Classe Disagiata la prende su questo punto.
L’etica coranica, come quella protestante, permette di produrre ricchezza



Ma torniamo al processo storico. È in questa fase, la fase del consolidamento, che si formano gli Habitus. L’Habitus (altro concetto della sociologia francese, in particolare di Pierre Bourdieu) è l’insieme delle manifestazioni fenomeniche di un modello culturale proprio di un gruppo sociale. Nella civiltà occidentale c’è un Habitus di base (chiamiamolo Homo Occidentalis) e ci sono, indossati sopra quello di base come la giubba sopra la camicia, gli Habitus particolari dei gruppi sociali che si sono stratificati al suo interno, sotto forma di classi, ceti, caste, o altro ancora. Nella prima Età Moderna in Occidente convissero i tre “stati”, ad ognuno dei quali corrispondeva un Habitus. L’Habitus della classe dominante in occidente è il modello culturale borghese.
Per questo non può esserci una borghesia cinese, se non nella forma superficiale che scimmiotta i costumi occidentali, mentre esiste senz’altro una classe media cinese. Esisterà sicuramente anche una classe media Navajo, ma non può esserci una borghesia Navajo. Per scongiurare questo equivoco, nella edizione finale della sua Teoria Ventura sostituisce spesso la dicitura “classe media” con il più esatto borghesia, accettando le altre difficoltà cui si va incontro con questo termine, onusto di pesanti significati storici, sociali e politici.
Il modello culturale borghese è il modello di riferimento, quello verso cui tendere, all’interno della civiltà occidentale. Ma di modelli culturali ce ne sono, o ce ne sono stati, anche altri, nella stessa civiltà borghese. La nostra società di ieri, fino alla generazione precedente la nostra, non era mica tutta “borghese”. Le classi popolari vestivano un Habitus differente, anche qui in occidente. La massificazione di questo modello culturale, avvenuta negli ultimi trenta-quaranta anni, unita alla sua intrinseca (e clamorosamente evidente) insostenibilità, produce il fenomeno magistralmente descritto da Ventura. In Italia fino a ieri avevamo due modelli culturali che coesistevano.
Uno era quello “dei ricchi”, per dirla con Illich: il modello liberal-borghese, individualista, con coloriture politiche “di destra” oppure “di sinistra” indifferentemente. La distinzione è inessenziale, ma il modello borghese si tinge più di sinistra, di solito. Secondo Gino Germani, Sociologia della modernizzazione, 1972, il borghese declassato si radicalizza a sinistra se nell’ascensore sociale occupa una posizione ascendente bloccata, e si radicalizza a destra se occupa una posizione discendente che cerca di frenare.
L’ipotesi è plausibile: quello che sale e incontra uno sbarramento, si scaglia contro quelli sopra (fatemi largo!) e cerca l’aiuto di quelli sotto (amici spingete!); quello che sta scivolando nel baratro cerca l’aiuto di quelli di sopra (tenetemi, amici!) e scalcia contro quelli di sotto (lasciatemi, vigliacchi!)
L’altro modello era quello “dei poveri”, che qui in Italia era quello cattolico. Era il modello comunitario delle famiglie popolari, soprattutto contadine, in una economia prevalentemente agricola, poco scolarizzate e molto prolifiche, raccolte attorno alla parrocchia nelle piccole comunità di campagna o anche di quartiere.
Questo secondo modello culturale si è estinto, insieme al proletariato agricolo. E si è estinto nell’indifferenza generale, anzi con il sollievo di molti, perché si associava l’”essere povero” e l’”essere ricco” al modello culturale, come se la ricchezza fosse conseguenza del modello culturale, e non il contrario. E così il povero assunse piano piano gli atteggiamenti, le pose, ed il gusto del ricco. Acquisì il suo modo di pensare. E poi anche di vestirsi, di mangiare, di sentire, infine di relazionarsi e comunicare socialmente. Ma non è che fosse diventato ricco.
L’errore che abbiamo commesso sta qui.

Da questo punto in avanti l’analisi di Ventura è quasi perfetta. Non è che nella parte precedente sia imperfetta: quella parte nel suo libro manca proprio, e in un breve scambio di battute con lui non ha avuto difficoltà a riconoscerlo. Ma la sua analisi parte dal fondo, non dall’inizio. “Questo libro parla di me. Parla di noi...” e va benissimo così. È la testimonianza dei millennials, dei “disagiati”, l’ultimo lamento prima dell’estinzione, e non pretende di essere altro che questo.

Ma anche se si astiene saggiamente dal fornire prescrizioni, Ventura ci fornisce tutti gli elementi che servono per trarre le conseguenze dalla sua analisi. Se vogliamo davvero una società più “giusta”, di “uguali”, forse dovremmo riconsiderare quei due modelli culturali, quello “dei signori” e quello “dei poveri”, e farne una sintesi; con l’obiettivo di ricavarne uno solo, che conservasse i bei pregi del modello borghese (le Bourgeois Virtues della vecchia McCloskey, che ci sono, eccome se ci sono) senza essere insostenibile. Non distribuire a tutti il primo e buttare via il secondo, come abbiamo fatto. E qualche compromesso va accettato. Qualcuno deve pur sfornare il pane, scrive Valeria Finocchiaro con intento polemico. Proprio così: qualcuno deve pur sfornare il pane. E qualcuno deve asfaltare le strade. Qualcuno deve prendersi cura degli anziani. E se qualcuno lo deve fare, ma non vogliamo una società divisa in signori e schiavi, dobbiamo accettare di fare ognuno la propria parte di ciascuna di queste necessarie mansioni. Nel modello culturale di sintesi, quindi, nessuna di queste dovrebbe essere più avvertita come junk-job dalla Coscienza Collettiva, dovrebbero al contrario essere percepite come doveri, e come occupazioni nobilitanti. Anziché indignarci quando a un laureato viene chiesto di consegnare le pizze, dovrebbe essere naturale per tutti fare le pulizie per tutta la settimana, poi al sabato indossare l’abito da sera e andare a teatro a vedere l’opera da tre soldi di Brecht.
Un altro aspetto decisivo riguarda i figli: qualcuno deve anche fare dei figli.
Nel modello culturale popolare, farne diversi era avvertito come un dovere morale. Nel modello borghese è invece avvertito come accessorio. Anzi, secondo quel modello il numero di figli deve essere contenuto, in base alla necessità di dividere il patrimonio tra di essi facendo sì che per ciascuno ce ne sia a sufficienza per restare nella classe di provenienza, scongiurando il declassamento.
Le classi popolari non hanno queste preoccupazioni.
È la borghesia che non si riproduce, e per farlo ha bisogno di incentivi.
Avendo massificato il modello borghese, nell’illusione di scongiurare il declassamento si comprime la natalità, e la conseguenza ultima sono i tassi di fertilità da estinzione di tutta la civiltà occidentale. Il modello culturale di sintesi dovrebbe prendere dal modello popolare almeno un pochettino di quel senso del dovere verso l’avvenire della Comunità, che portava a sacrificare un po’ di se stessi alle generazioni future. Ma la parte più difficile di questo processo, come di ogni autocritica, sta nel saper riconoscere i difetti del nostro modello di riferimento, che – ricordiamoci - è quello borghese. Attacchiamo il discorso dal fondo: come è fatto il modello “sostenibile” cui puntiamo? Naturalmente io non lo so, come dovrebbe essere questo modello nuovo, non più borghese e non più popolare, non più “da signori” e non più “da schiavi”, e ora sostenibile al punto da essere democratizzabile; cioè poter essere uno solo per tutti, senza prevedere signori e servi e senza portare all’estinzione.
Non ho la ricetta, nessuno ce l’ha, e Ventura bene ha fatto a non provarci neppure a suggerirne una.
Ma so come non è, so come non può essere. Ad esempio - banale, ma significativo del livello di non-consapevolezza che abbiamo raggiunto - un modello sostenibile senza signori e senza schiavi non può, evidentemente, prevedere la servitù. Saremo tutti d’accordo su questo: che non possano avere tutti la servitù, lo dice la logica più elementare. Eppure il modello culturale borghese che vorremmo democratizzare... la prevede.
Come siamo contraddittori: anche quando siamo “di sinistra”, alla servetta che ci fa le pulizie in casa non rinunciamo. Ma non è perché siamo schiavisti, noi le vogliamo bene, la trattiamo bene, le diamo lavoro. Solo che abbiamo da fare cose più importanti noi, si insomma, siamo dei professionisti dai, mica possiamo dare il cencio o pulire i fornelli. Ma quanto siamo ipocriti. Ho notato la cosa quando una rappresentante prototipale della classe disagiata, una nota blogger che fa l'impiegata per necessità (che forse è una impiegata, che fa la blogger nell'illusione di dare una veste borghese alla sua vita) proviene da una famiglia borghese, vive sola col suo gatto, è attivista di sinistra e nel blog distribuisce gratuitamente i suoi prodotti cognitivi in attesa che qualcuno la scopra; lanciandosi in sermoni politicamente corretti contro Salvini, contro gli analfabeti funzionali, contro l’ingiustizia del mondo, e contro le inaccettabili disuguaglianze... ha pubblicato una foto di un foglietto di istruzioni sull’alimentazione del gatto, che aveva lasciato alla sua colf, mentre lei era andata a fare jogging al parco.
















venerdì 10 novembre 2017

Non sai più che inventare pur de rompere i coglioni





L'episodio di cronaca è avvenuto domenica mattina alla diga di Ponte Buriano, nella località nota come "Oppini".
Il pescatore, Fusai M. di Arezzo, incensurato e residente in via Fleming accanto al GP Motors, ha reagito malamente alle provocazioni dell'inventore Piccoletti E.J., che a bordo del suo originale aeromobile a suo dire gli spaventava i pesci (ma in realtà lo pigliava per il culo per una questione di corna).
Dopo aver vanamente tentato di allontanarlo scagliandogli contro dei bigattini con la fionda, Il Fusai ha prima lanciato la sua lenza robusta (pesca le savette col 45) contro i rotori, e poi con un violento strattone trascinato in Arno l'aviomobile del Piccoletti, il quale riemerso dall'acqua si è scagliato contro di lui.
Ne è seguita una prolungata colluttazione tra i due, sedata solo grazie all'arrivo dei carabinieri di Laterina.

sabato 10 settembre 2016

Messa di solidarietà per Amatrice


Sarà celebrata domani, nella abbazia di San Galgano, una solenne messa per le popolazioni colpite dal sisma del 24 Agosto. Per l'occasione saranno benedetti, e serviti ai fedeli, bucatini all'amatriciana.
L'intero ricavato delle elemosine andrà devoluto nell'acquisto solidale di guanciale e pecorino.

giovedì 18 febbraio 2016

La filosofa femminista e la madre surrogata



Riferito a questa Intervista a Sylviane Agacinski, messaggio da parte di una madre surrogata di fantasia.

A te, celebre filosofa femminista che dall'alto della tua "consapevolezza" vieni a insegnarmi la vita, io madre surrogata ora voglio dire due parole.
Tu ti credi superiore a me. Tu credi che la mia scelta di affittare il mio utero non sia mai una "libera" scelta.
Che sia dettata da necessità, disperazione o sopruso, "dal bisogno, oppure dal marito", e pure (anche se non lo scrivi) un pochino dalla mia ignoranza e grettezza; dalla mia pochezza intellettuale, che è anche un poco pochezza morale. La mia mancanza di mezzi culturali sarebbe ciò che mi impedisce di vedere - o di prevedere - il male che faccio e me stessa, vendendo una parte del mio corpo e facendomi usare come una incubatrice umana.
Come la prostituta, io sarei una "vittima inconsapevole di un sistema" che pensa le donne e soprattutto il loro corpo come oggetti; delle merci, che possono essere oggetto di una compravendita; dei "mezzi di produzione di bambini", degli "animali da riproduzione"; ed i bambini come dei prodotti, che possono essere ordinati e saldati come delle scarpe su misura.
Tu mi spieghi come la vita privata della madre surrogata, compresa quella sessuale, la sua dieta, le abitudini personali, sia parte del "contratto" e per nove mesi sia posta sotto controllo e sotto sorveglianza.
E concludi quindi che "nella maternità surrogata non passa alcuna libertà femminile. Queste pratiche sono solo fonte di sofferenza per le donne".
Quelle come me, quindi, sono solo "vittime di un sistema che non hanno contribuito a creare".
Un sistema in cui degli stronzi viziati benestanti - omosessuali o meno - che appartengono "alle classi sociali più agiate e ai Paesi più ricchi, comprano i servizi delle popolazioni più povere su un mercato neo-colonialista.
Se il mercato della procreazione non fosse costruito da tutti quelli che vi traggono un lucro, ovvero le cliniche, i medici, gli avvocati e le agenzie di reclutamento, a nessuna donna verrebbe mai in mente di guadagnarsi da vivere facendo bambini”.

Bene, io a te voglio dire questo. Tu che cianci di diritti e di uguaglianza e poi di donne e lavoro, di "donne lavoratrici" e di "operaie", tu non hai mai lavorato. Tu non hai mai provato cosa significa alzarsi alle sei e salutare i bambini quando ancora dormono, per arrivare in tempo per il turno delle sette; indossare la tuta le dotazioni di sicurezza e le cuffie antirumore; ed impugnare la saldatrice in catena di montaggio. Fermarsi al suono della sirena delle 10:15 per la pausa caffé di dieci minuti, e usarla per fare una telefonata a casa. Indossare di nuovo le cuffie e rientrare in catena di montaggio fino alla pausa pranzo. Togliere le dotazioni di sicurezza e fare la coda al servizio mensa, mangiare (male) nella sala rumorosa, appartarsi per un'altra breve telefonata a casa, e poi indossare di nuovo le cuffie e saldare in produzione fino alle 17:00. Spogliarsi nello spogliatoio comune, raggiungere il parcheggio guidare per un'ora. Fermarsi per prendere qualcosa per cena, e arrivare a casa alle 19:00.
Tu non sai cosa si prova, quando la sera i bambini ti saltano addosso per giocare con te, ma le tue braccia tremano e non riesci a tenerli in braccio, gli occhi sono stanchi e la schiena ti fa male. Non sai niente di tutto questo.
Una madre surrogata affitta il suo utero come una prostituta affitta la sua figa? Certamente.
Forse che io non affitto parti del mio corpo nel lavoro che faccio, tutti i giorni otto ore al giorno, dai miei venti anni quando sono entrata fino all'età della pensione, a sessantacinque anni se mai ci arriverò? L'utero e la figa sono le uniche parti del mio corpo che non affitto. Ma affitto le mani e le braccia, i piedi le gambe e la schiena, i polmoni e le reni, e gli occhi e il naso e le orecchie. E per pochi spiccioli. Quindi, visto che ho 30 anni e posso farlo, visto che dopo dieci anni di questa vita di merda non ne posso più, e visto che ho già tre figli e so come si fa, io ho scelto di "affittare il mio utero" ad un tizio omosessuale e ricco, uno che non conosco che vive in un altro continente.
E' prostituzione? Se ti piace chiamarla così chiamiamola così.
Ma è una scelta.
Ho fatto i miei calcoli. La retribuzione della pratica, qui in Canada (sono canadese, non indiana), è formalmente vietata, ma è previsto un "rimborso spese" da 30.000 dollari, che a me fanno molto comodo. Con questi (più gli altri che quello mi passerà sotto al tavolo) posso licenziarmi, ritrovare il tempo da passare con i miei bambini e le energie per occuparmi di loro. Se ce la farò. Se ce la farò, certo, perché io sono madre, e lo so benissimo, lo so meglio di te presuntuosa che sei, cosa si prova quando si ha un bambino dentro la pancia e si sentono i suoi calcetti. Non c'è bisogno che me lo spieghi tu, lo so, e l'ho messo in conto. So benissimo che resterò con una cicatrice sanguinante nella mia anima, che mi accompagnerà ogni giorno della mia vita futura. So benissimo che soffrirò e piangerò, e so anche che potrei non farcela a separarmene, che mi sentirò indegna e schifosa quando dopo aver partorito e tenuto in braccio il piccolo per alcuni giorni, lo consegnerò a quello stronzo in cambio di un assegno.
Si hai capito bene, ho detto stronzo. Siamo d'accordo con lui e con quell'altro che faremo la recita degli "amici" e ci faremo delle fotografie tutti belli sorridenti, fa parte del contratto, ma qui non ho bisogno di fingere. Come qualcuno si beva che una donna possa offrire il suo utero in prestito così, gratuitamente e per simpatia, a un tizio straniero che nemmeno conosce, io non lo so e nemmeno mi interessa scoprirlo.
Mi servono quei soldi, è evidente. Ma a te dico solo che non è per "mancanza di strumenti culturali" che io faccio questa scelta. Ho tre figli, e gli strumenti culturali per capire una maternità ne ho quanto te e forse più di te. E non è neppure per "bisogno", giacché già ho un lavoro retribuito a sufficienza da consentirmi di vivere e di far vivere dignitosamente i miei figli.
La faccio perché giudico questa la migliore tra le opzioni che ho.
Quindi la mia è una scelta libera: dolorosa sì, ma libera. O almeno è tanto "libera" quanto lo è qualunque scelta che facciamo nella vita, ogni quando dobbiamo pescare una carta da un mazzo di opzioni possibili, tutte con aspetti spiacevoli.
Ogni scelta infatti, compresa quella di lavorare in fabbrica, è libera solo nella misura in cui è operata senza coercizione tra le opzioni disponibili, nella piena consapevolezza di tutte le implicazioni e conseguenze.
Quella che "non ha gli strumenti culturali" per confrontare questa scelta con la mia alternativa, quella sei tu, che hai vissuto nel privilegio, non hai mai visto una catena di montaggio e non sai nemmeno cos'è il becco di Bunsen.

venerdì 13 novembre 2015

Okkio che è Gintòni



Nella foto il santo padre - ospite d'onore alla festa dell'uva di Pescia - mentre versa cavallerescamente il terzo bicchiere di aperitivo alla sorella Marisa della confraternita del sacro cuore, in attesa dell'antipasto.
Al termine del convivio papa Francesco ha preteso perfino di pagare il conto personalmente, per se e per la sorella Marisa; nonostante la caraffa scolata da questa e le tre porzioni di coniglio in porchetta ordinate da lui.
Ed ha pure suscitato le risate dei presenti, quando ha dichiarato con sagace ironia che non stava spendendo i soldi delle elemosine del bambin Gesù, come Bertone; ma soldi suoi, guadagnati con le ripetizioni di latino ai seminaristi.
Grande Papa Francesco!

venerdì 4 settembre 2015

Non è mika il kannokkiale di Galileo, vero?


Nell'immagine il nunzio costolico cardinale Imbuzzini, che dopo essersi sincerato non trattarsi dell'ordigno diabolico già esecrato dal beato cardinale Bellarmino, apprezza le qualità di un aspersorio di nuova generazione, capace di distribuire la grazia a molti fedeli anche a notevole distanza.

Chi vuol esser mosca umana?

La leggenda delle “inclinazioni naturali”, che sarebbero delle caratteristiche innate di un bambino che lo portano ad essere più o meno voc...